Nonne, donne e pensieri

…Quando le parlava con quel tono non lo sopportava. Le ricordava il nonno, un pecoraio di poche parole non avvezzo alla gentilezza ma sensibile alla bellezza della natura nella quale aveva speso in solitudine la maggior parte della sua vita. Arlind, invece, era solo bello ma aveva maniere spicce e gratuite. S’illudeva che lo avrebbe cambiato, poco a poco. Certo, Arlind sarebbe cambiato con lei, aveva pensato. Ci voleva solo molta pazienza e furbizia di donna. Lo avrebbe cambiato con la dolcezza della sottomissione. Fagli un bel sorriso e mandalo al diavolo nella tua testa. Così ti sentirai libera dal peso delle parole e lui se ne andrà convinto di essere il più forte, aveva sentito dire un giorno da sua nonna alla vicina che il marito picchiava ogni volta che lei osava ribattergli. Quando la nonna parlava, era come se sentenziasse e anche quella volta le sue parole si erano rivelate suggerimenti forti della saggezza secolare. Da allora le voci concitate di Mimoza e Bajuk non si erano più sentite nel vicolo, tanto meno le urla e quel lamento sommesso come una maledizione che seguiva le ire e le mazzate, per tutta la notte. Meglio le parole non dette. Basta pensarle per liberarsi dei pensieri cattivi, la mente li riassorbirà e quel veleno non riuscirà a penetrare gli animi e a uccidere- aveva continuato nonna Aminah. Avrebbe fatto così anche lei, ribellarsi non serviva…

da “La modella albanese” (titolo provvisorio) di Lucia Sallustio

Incipit: proviamo a parlarne.

Oggi sono in vena di confronto, ho bisogno di sapere, di capire se questa pagina può funzionare come inizio di un romanzo o se, al contrario, non funziona, funziona male, solo a metà.

Se, per caso mi leggete, per favore lasciatemi un commento.

Grazie

Erano giorni che continuava ad arrovellarsi, senza trovare una soluzione, sia pure la più stupida, la più irragionevole, ma almeno una che gli acchetasse l’ansia che gli aveva ingrippato il cervello e tolto d’un tratto la serenità. Quello sguardo. Non riusciva a levarsi dagli occhi l’espressione miserevole e pietosa di quel volto cereo, d’una bellezza che non si smorzava neppure nello sguardo obliquo della penitente. Anzi, si accendeva d’una sensualità che incantava ed entrava dritta nelle vene dilatate dallo spasmo. Il volto afflitto della Maddalena, con quegli occhi grandi rivolti verso terra con verecondia, incorniciato dai lunghi capelli. Scivolavano lungo la schiena, le accarezzavano impudichi le natiche, ciocche avvolte a serpente come a ricordare Eva, la progenitrice delle peccatrici. L’aveva sognata perfino, nelle pochissime ore in cui, sfinito, s’era addormentato. Nel sogno gli aveva puntato gli occhi dolcissimi e sensuali dentro i suoi e si era sentito invadere da una sorta di veleno che lo aveva tenuto immobilizzato a letto per un bel po’. Ricordava ancora con fastidio la sensazione di paralisi quando aveva tentato di alzarsi e non ci era riuscito. Il corpo non rispondeva ai comandi, restava fisso, supino e un urlo di paura bloccato in gola lo soffocava. Si era svegliato fiacco, come se avesse fatto lavori pesanti tutta la notte. Quella statua lo stava facendo diventare pazzo. Per anni era rimasta chiusa nell’atelier dell’artista, gli aveva raccontato il parroco. Erano corse voci sulla modella che aveva posato per la sua realizzazione, si era gridato allo scandalo e quelli che erano riusciti a vedere la statua, nel privato del monolocale abbandonato alla sozzura e alla semi-oscurità, l’avevano chiamata la scandalosa. A tutti gli altri, ai credenti che durante la messa o nei giorni delle processioni affollavano le navate, non era mai stato concesso di fruire di tanta bellezza sublimata. I pochi che ne avevano avuto il privilegio avevano contribuito a depauperare la memoria già dubbia dell’artista. La scandalosa. Non era una novità per Maddalena che per secoli aveva conosciuto l’ostracismo della gente perbene, dei falsi moralisti, che era stata nominata nei testi accreditati e in altri rimasti sconosciuti, inserita nei Vangeli, apocrifi compresi, e, ancora vivente, era stata additata per strada. Tutti filistei, ipocriti, bisognosi di riversare il loro odio su qualcosa di tangibile o, meglio, su qualcuno, aveva concluso. Lei era stata un bersaglio e mai nessuno a scrutarle l’animo buono e generoso, quello stesso che si era preso il carico della colpa e della caducità dell’uomo. L’Uomo, appunto. Un uomo unico, straordinario, ma pur sempre dotato della stessa bassa carnalità di tutti i figli di Dio. Sermoni e pregiudizi a parte, quel volto gli diceva qualcosa, lo turbava fin nell’intimo, gli metteva un’eccitazione impudica, di quelle che aveva provato solo con certe donne.

tratto da “La modella albanese” di Lucia Sallustio

Parlando d’amore….

Lilly si abituò alle sue lunghe assenze,
prive perfino del conforto di una lettera. Ma quando si convinceva
che l’avrebbe perso per sempre e quasi si rassegnava, se lo
ritrovava all’improvviso di nuovo tra le braccia. Si riaccendevano
la passione e l’illusione. E di nuovo il buio, il silenzio, la lontananza.
Joe era parte di lei, come le sue sfuriate e i suoi silenzi. Eppure
ignorava quasi tutto di lui, dei suoi viaggi, delle sue assenze
prolungate. Chiedeva notizie a Tony, come una mentecatta. Tony
che un po’ si era innamorato anche lui di Lilly. Tony, il semplice
di cuore, mille volte più sincero di Joe. L’anello che li congiungeva.
«Mi dispiace Lilly, é tornato in Italia. Starà via sei mesi», le disse
un giorno. Era la prima volta che Joe lasciava l’America in quei
due anni in cui si erano conosciuti. Le parve irrimediabile. Le
crollò il mondo addosso, sotto il peso di quella che concepiva
come una vedovanza. Tony la consolò per tutto il tempo, la colmò
di premure, le fece regali. Ogni domenica la portava al cinema, a
San Francisco. Forse, col tempo, avrebbe ceduto al tepore del suo
amore. Ma un giorno di tempesta in cui il vento sferzava l’erba
della prateria e mormorava nelle orecchie, lui tornò. L’amò di
nuovo con la violenza del desiderio, con una passione che non era
rivolta a lei, che era solo un mezzo per raggiungere l’altra, per
illuderlo di avere la persona amata al suo fianco. Non riusciva a
negargli amore. Fingeva di non accorgersi di nulla, per tenerlo
avvinto a sé. Magari, un giorno…
Fu così che rimase avvinta a lui, e trascorsero quasi dieci anni
dalla sera del loro primo incontro in una relazione nella quale Joe
aveva riversato le burrasche del suo cuore, quelle del mare
dell’Alaska.

tratto da “La fidanzata di Joe”- di Lucia Sallustio- Faligi editore

Oggi racconto… un’altra storia di emigrazione.

GEMME ROSSO GRANATO

 Ormai le aveva provate tutte per fare passare la tristezza a Gina. Si erano trasferiti in Belgio da quasi sei mesi e da allora lei era diventata triste e silenziosa. Prima di emigrare, Lorenzo lavorava nei campi, ma la terra era ingrata. Poi il matrimonio era stato benedetto dal Signore, prima con Michele e poi con Sabina. Allora aveva deciso: avrebbe raggiunto suo cugino Pietro che aveva un ristorante sul porto di Anversa. Quando tornavano al paese, lui e sua moglie Angelina, si pavoneggiavano come dei veri signori e a lui veniva voglia di partire subito, tanto più che erano annate difficili per la campagna e i soldi sempre pochi. “Gina, fatti forte che ti devo dire una cosa” le disse una sera. Aveva già  il biglietto di sola andata per Anversa. Lei gli rivolse gli occhi grandi e scuri, resi più mesti dalla trepidazione. Non si oppose alla decisione ma pianse tutta la notte soffocando i singhiozzi sotto il cuscino. Quella sera avevano brindato con il buon vino di nonno Leo. “A te, amore mio, perché non ti dimentichi di noi nelle notti di solitudine” gli disse Gina innamorata. Le prime lettere giunsero colme di entusiasmo. Gina fantasticava su quella terra beata dove la gente comprava in negozi grandi come interi quartieri, i bambini andavano a scuola e prendevano il diploma e tutti avevano una bella casa con giardino. Per mesi, però, non vide un soldo. Continuò ad arrangiarsi come prima e a vestire i bambini con i vestiti smessi dai figli di una cugina. Poi Lorenzo tornò, dieci mesi dopo. Era smagrito e con gli occhi infossati. Le raccontò della solitudine, della difficoltà a capire le due lingue del paese, del doppio lavoro, in fabbrica e nel ristorante del cugino. E del freddo dentro, senza di lei e del buon vino del nonno. Brindarono per il ritorno e serbarono l’altra metà della bottiglia per la partenza. L’anno dopo si trasferirono tutti e quattro ad Anversa, carichi di speranze e con la benedizione di nonno Leo che, per l’occasione, regalò loro tre bottiglie di vino. “Vi servirà a riscaldare il freddo della nostalgia” disse con la testa china. Giunse il primo Natale lontani da casa. Dopo la soupe fumante e l’arrosto accompagnarono i dolci di mandorla con l’ultima bottiglia di vino. Quella sera Gina tornò a sorridere. Il vino era di un rosso granato così intenso che ogni goccia sembrava risplendere come una gemma. Passava e scaldava il cuore, cosicché anche il grigiore freddo e penetrante dell’inverno sembrava addolcirsi con quel flusso pieno e corroborante. Lorenzo finalmente capì come restituire il sorriso a Gina. Avrebbe piantato un vitigno del nonno nell’angolo più assolato del giardino. Ma il vitigno non attecchì e Gina, che lo aveva sorvegliato premurosa, pianse come per un figlio perduto. Lorenzo, però, aveva la testa dura degli uomini abituati a zappare la terra, avara nelle ricompense. Ne piantò un secondo e poi un terzo. Morì il secondo e incominciò a seccare il terzo. Quell’anno fu particolarmente mite e il vitigno, pallido e secco, mise fuori foglie e pampine e finalmente due o tre racemi striminziti e verdognoli. Ogni mattina Gina usciva fuori in quel fazzoletto di terra caro quasi quanto il suo paese e accarezzava la vite. Sapeva  pazientare. Al secondo anno la vite si caricò di grappoli piccini che dorarono al pallido sole del Nord. Quell’anno fecero il vino. Due bottiglie. Una per Natale e l’altra per la nascita di una bella bambina. La chiamarono Frieda che in fiammingo significa Pace, perché quel vino, moderatamente dolce e dai riflessi violacei che sprigionava il calore della gente del Sud, aveva donato a Gina la serenità di una volta. P.s. Io sono Lorenzo, direttore vendite dell’azienda vinicola del nonno. Vendiamo il nostro vino da tre generazioni in tutto il Belgio ed esportiamo in Francia e nei Paesi Bassi. Zia Frieda è la designer ed è lei che ha creato l’etichetta con il leone rampante. La nostra ragione sociale? Presto a dirsi: Grand-père Léon.  Contattateci su: www.grandpereleon.be. LUCIA SALLUSTIO

8 novembre, presentazione del mio libro con la Fidapa di Molfetta

Marianna Nappi, Presidente Fidapa Molfetta- Lucia Sallustio- Daniela Calfapietro, pittrice- Pietro Verna, cantautore

foto di gruppo all'interno della Sala Stampa del Comune di Molfetta presso Palazzo Giovene

Ci tengo a farvi ascoltare questo giovane cantautore barese, Pietro Verna, che ieri sera ci ha sorpresi ancora una volta per la qualità della sua musica e per la perfetta  sintonia dei suoi testi con le situazioni narrate nel mio libro “La fidanzata di Joe” .

Soprattutto toccanti le note della canzone della quale vi ho riportato il link you.tube. Il titolo è “Genova” e ho pregato Pietro di cantarcela in omaggio alla città per gli ultimi fatti drammatici che l’hanno colpita.

Quando le arti s’intrecciano: presentazione “La fidanzata di Joe” di Lucia Sallustio alla libreria Corto Maltese di Molfetta

con le violiniste Valeria Breglia e Annamaria D'Angelico e Pietro Verna

con la vulcanica pittrice Daniela Calfapietro che ha dato un volto a Lilly, la fidanzata di Joe

con il cantautore barese Pietro Verna

Presentazione alla libreria Il Ghigno di Molfetta- 28 settembre 2011

 

venerdì 30 settembre 2011

 

«La fidanzata di Joe», Lucia Sallustio presenta il suo libro alla libreria Il Ghigno

 

 

MOLFETTA - «Una storia nata sfogliando un vecchio album di foto di famiglia», quella raccontata nel romanzo breve «La fidanzata di Joe» della scrittrice molfettese Lucia Sallustio (nella foto a sinistra), presentato alla libreria Il Ghigno. È la storia di Joe, emigrante pugliese degli anni ’20, costretto a lasciare la sua giovanissima moglie Teresa per trasferirsi in America. Qui s’imbatte subito nella compagnia di giovani “donnine” americane che si prodigano per confortare questi uomini, per ricompensarli della mancanza delle proprie famiglie e della lontananza dalla propria terra. Proprio durante una serata organizzata da Matteo, fratello di Teresa, conoscerà Lillibeth, che diventerà la sua amante per lunghi dieci anni.
La scrittrice Gabriella Genisi ha ricordato che in quegli anni molti dei nostri nonni sono emigrati in America e, proprio come Joe, hanno avuto dei legami forti con altre donne, coronati anche dalla nascita di figli. «Oggi sarebbe possibile dimenticare di avere un figlio in America? Sarebbe capace una donna, dopo aver dato tanto ad un uomo, di farsi da parte?»
«Una storia di altri tempi, un amore carico di tanti sensi di colpa, acceso da una passione che si trasforma in compensazione per la mancanza della moglie, della famiglia, ma che poi si sostanzia di vita propria, di misoginia, di disprezzo - così Lucia Sallustio ha definito la storia d’amore di Joe - In Lillibeth, invece, prevale l’amore istintuale, quello di una donna che, non sentendosi amata, sente il bisogno di proteggere il proprio figlio e, con un gesto tanto nobile quanto femminile, decide di mettersi da parte, senza far pesare questa sua scelta».
L’indagine che si propone la scrittrice è proprio quella di capire come vive un uomo lacerato tra due patrie, due amori, due famiglie, un uomo continuamente tormentato da un pesante senso di colpa, di insoddisfazione, di mancanza.
Gli scrittori si occupano spesso di sentimenti, di emozioni, di tutto ciò che coinvolge il nostro mondo interiore, ma, come ha osservato la Genisi, dal libro traspare anche una grande attenzione per i dettagli, per il mito (soprattutto quello classico di Ulisse e Penelope), oltre a un grande interesse nel descrivere l’ambiente degli immigrati italiani nell’America degli anni ’20 e nel a presentare piccoli particolari culinari.
«Qualità distintiva della Sallustio è proprio questa scrittura molto ricca, che abbraccia tutti gli aspetti della vita umana», secondo la Genisi. Infatti, la scrittura ha sempre avuto un ruolo molto importante nella vita della Sallustio. «Ci aiuta a conoscere gli altri e a ritrovare noi stessi proprio in relazione agli altri. La scrittura - ha concluso la Sallustio - è sempre espressione del pensiero, è, nello stesso tempo, astrazione e condensazione».

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Loredana Spadavecchia

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Puglialibre su “La Fidanzata di Joe”

“La fidanzata di Joe” di Lucia Sallustio

Dalla Rubrica LaPugliaCheScrive
Scritto da Redazione

Il tempo, si sa, lenisce ogni ferita. Il passato, tuttavia, a volte ritorna impetuoso, riaprendo e ravvivando antiche ferite e il sangue agrodolce di un amore lontano riprende a sgorgare dal cuore.

La fidanzata di Joe (Faligi Editore, pp. 50, euro 9,00) di Lucia Sallustio, autrice di numerosi racconti e poesie pubblicati in antologie di autori vari nonché vincitrice di altrettanti premi letterari, è la storia di un amore profondo e misterioso, fatto di luci ed ombre. Un timido incontro casuale che sfocia in una passione travolgente.

Joe, meridionale immigrato nel fiore degli anni in America, incontra Lilly, ragazza del posto affascinante e raffinata nei modi. Nasce, tra i due, un’attrazione forte e silenziosa, fugace come una stella cadente ma intensa come il suo bagliore nelle notti buie. Lilly, nel tempo, imparerà a conoscere i segreti della vita del suo amante, realizzando di rappresentare per lui una vera e propria trasposizione femminile.

L’immagine di una donna impressa in un’istantanea, lontana nel tempo e nello spazio, innesca un flusso ininterrotto di emozioni, turbamenti, colori e sapori sopiti, ormai, nella cenere dei ricordi. Una lacrima racchiude in sé la nostalgia di una vita vissuta a metà e le gioie e le soddisfazioni del presente cedono il passo a ricordi di un tempo andato, a memorie colme di sentimento e passione inaspettati e dirompenti.

Angelo Urbano

2° posto al Premio Letterario “L’ANIMA DEL BOSCO” in memoria del Prof. Renato Pancini

Questo l’incipit del racconto inedito scritto per il concorso letterario “L’anima del bosco” la cui premiazione si terrà a Carcare (SV) nei giorni 27 e 28 agosto. Tema di quest’anno Ballavano intorno ai falò (le streghe). Racconto scritto di getto con ancora nella mente le letture fresche de “La Ianara” di Licia Giaquinto e “Accabadora” di Michela Murgia. Grazie alle due scrittrici per avermi sciolto la fantasia. Si tratta di temi intorno ai quali ho scritto spesso, pagine di opere ben più corpose e ancora in via di definizione.

Presidente onorario del Premio è Maria Luisa Spaziani. Spero proprio di incontrarla.

LA BELLA DEL DIAVOLO

La notte era buia, la luna così sottile che rischiarava appena la strada. A tratti la sua luce rarefatta si perdeva, oscurata dai rami più alti, si frastagliava tra i contorni a ghirigoro delle foglie. Aveva sempre avuto paura del buio, fin da bambina. Il buio era negazione, occultamento, morte. Per lei che portava il nome della luce, non poteva essere diverso. Lucia, la bella del Diavolo, come qualcheduno avrebbe aggiunto malignamente. I rovi le lambivano le caviglie, le laceravano le vesti. Più volte aveva rischiato di cadere, incespicando nelle pietruzze e nei fossi. Si teneva stretta al fianco del monte, dall’altro lato della mulattiera c’era la scarpata a strapiombo sulla valle. Conosceva la strada a memoria per averla attraversata mille e più volte, a tutte le ore del giorno. Mai a quell’ora così fonda, quando nessun carrettiere si era ancora avventurato al mercato e solo le bestie le facevano compagnia. L’ululato dei lupi e il latrato dei cani spezzavano la notte, in lontananza. Ma di loro non aveva paura, avrebbe dialogato come San Francesco e avrebbe trovato la via alla salvezza. Degli altri no, di quelli temeva. Ne temeva tutto, giudizio, accuse, torture, violenza. L’odio degli uomini ferisce ad uno sguardo, fa schizzare le cervella, ammattisce. Di lei dicevano che era matta. Matta e bella….

Altre notizie sul premio cliccando su questo link:

http://www.magema2000.net/concorso2011.htm

“La fidanzata di Joe” viaggia a Sant’Arcangelo di Romagna

Grazie di cuore all’amica poetessa Giuseppina di Leo che si è entusiasmata al mio libro e lo ha presentato nella terra dei 3 grandi poeti: Sant’Arcangelo di Romagna. Ora è lì, nella dotazione della Biblioteca comunale “A. Baldini” .  Spero di andarci appena possibile a presentarlo di persona.
Un sentito ringraziamento per il significativo ed  apprezzato volume pervenuto alla ns. biblioteca comunale.
Sarà nostra premura inserirlo al più presto nel nostro catalogo e metterlo a disposizione del pubblico, permettendoci così di ampliare l’offerta per gli utenti della nostra biblioteca.
Nel rinnovare i più sentiti ringraziamenti, si porgono distinti saluti.