TRA LIBRI E GIORNALI…UN AMORE di Lucia Sallustio


cop_ALL_IMPROVVISOEcco un mio racconto presente nell’antologia

“ALL’IMPROVVISO. Nella città delle donne” -AA.VV.- Edizioni Laboratorio Gutenberg  e buona lettura.
Dopo mesi di tramestio e di gran daffare negli spazi esigui e affollati del negozio, era finalmente giunta la calma. Lea si godeva pigramente quella sensazione di liberazione, incredula di essere sopravvissuta ancora una volta al caos d’inizio anno scolastico. Sedeva rimpicciolita in un angolo, dietro il bancone. Da qualche giorno era riuscita a ricollegarsi con il mondo esterno, telefonicamente s’intende, perché lei da quella libreria usciva raramente. Da quel lontano giorno dell’inaugurazione. Si rivide mentre si aggirava tra i vassoi del rinfresco e le coppe di champagne che aveva voluto in segno di buon auspicio. Aveva l’aria trionfante, quel giorno, perché l’aveva spuntata lei, dopo tanto litigare con Mauro. La sua unica vittoria netta su di lui, in tutta la loro sterile vita matrimoniale. Sospirò al ricordo dell’effimera illusione che le cose sarebbero cambiate e che la sua autonomia finanziaria le avrebbe potuto rendere più sopportabile la vita al suo fianco.

Ma nemmeno la libreria aveva colmato quel vuoto, quella sensazione di essere “un nulla” per lui, un fisiologico complemento della sua mascolinità, un essere da cui attingere soltanto, senza dare mai nulla.

Le lettere ai giornali, le consulenze di esperti nei periodici che divorava ansiosa, in cerca di una risposta, avevano man mano dato nomi diversi e spiegazioni plausibili al malessere somatizzato nei molteplici malanni della sua giovinezza. Ma sapere di cosa si trattasse o di non essere la sola al mondo a soffrire quelle angosce non era servito a ridarle la grinta per rifarsi una vita lontana da lui.

Così, Giovannino, il loro unico figlio, e i ritmi tiranni della cartolibreria per anni le avevano fornito l’alibi per non lasciarlo solo alla sua taciturna meschinità. C’erano poi le fotocopie e i giornali per i quali teneva aperto anche la domenica mattina, quando avrebbe potuto starsene a casa, almeno un giorno alla settimana, a sfaccendare, se non a poltrire e pensare un po’ a sé. A farsi bella, come dicevano le altre. Tanto a cosa le serviva se Mauro non la guardava nemmeno? Si ricordava di lei solo per sfogare i suoi istinti e, nel buio della notte, non ci voleva un’immagine ritoccata per sedurre.

“La seduzione è l’arma delle donne di mestiere” le aveva detto lui, una volta che Lea gli aveva gettato in faccia tutto il livore della sua fragile rivolta di donna. Non era mai riuscita ad affrancarsi dalla sudditanza psicologica all’uomo inculcatale dal marito. Aveva un terrore irrazionale del giudizio maschile che arrivava puntuale a bloccarle l’impulso forte e cieco di liberarsi dalla stretta che la stava soffocando lentamente. E così, il mito dell’autonomia, coltivato negli anni delle magistrali in una Torino post sessantottina, era rimasto una vaga utopia. L’orgoglio dei tempi in cui si sentiva una donna moderna ed emancipata si era fiaccato lontano dalle amiche con le quali aveva dovuto recidere ogni rapporto, perché bollate malamente da Mauro.

Lui l’aveva sradicata da quella città che giudicava troppo pericolosa e l’aveva portata a vivere al Sud, in una cittadina bigotta e sonnolenta. All’interno della casa da sogno, che le aveva preparato senza mai consultarla nelle scelte dell’arredo, la sua autonomia era annegata sin dai primi mesi di vita insieme, finché Lea aveva smarrito quel concetto dentro di sé. Prima, per paura di perdere Mauro, poi, per timore di fargli del male e, con gli anni, a turno, per Giovannino, per i clienti e i fornitori della libreria si era rintanata nel suo cantuccio. Forse aveva paura di tornare ad essere libera, a pensare con la propria testa.

Un tonfo sordo dietro di lei la sottrasse ai ricordi. Un libro si era staccato dalla cima di uno di quei mucchi instabili e vacillanti che, tante volte, si era chiesta come potessero reggersi in piedi così a lungo. Si chinò a raccoglierlo. Folgore d’estate. Era uno dei tanti romanzi d’amore con i quali, molti anni prima, si era trastullata nei giorni di calma a riattizzare la fiamma di una passione sedata.   Accanto al libro, notò un foglietto ingrigito, sul quale si apriva a raggiera una macchia d’inchiostro. Lo raccolse. Era sicuramente un appunto lasciato distrattamente dentro. Pensò ad uno di quei bigliettini pieni di annotazioni frettolose o di messaggi ironici che gli studenti si passano furtivamente per ingannare la noia della routine scolastica. Gli studenti affollavano da sempre la sua libreria. Si davano da fare per portarle i loro piccoli patrimoni di libri usati o, molto spesso, rimasti inutilizzati, per i mercatini estivi. C’era sempre chi le rifilava qualche testo fuori uso.. Libri maltrattati da mani sadiche di giovani disamorati dallo studio. Sapeva che molti di quei libri sarebbero rimasti invenduti, ad ingrossare le pile sulle quali si reggeva il suo negozio. Ma gli studenti erano simpatici, con il loro buonumore, le speranze sul futuro, la voglia di schernire tutti e di farla franca. A loro serviva solo qualche spicciolo per qualche scorribanda proibita con gli amici o per un tenero regalo.

Rigirò il bigliettino tra le dita. Sorrise di sé, di quella sua tendenza recente a distrarsi dietro le folate di pensieri disordinati. Pensieri confusi, scenari che cambiavano con sorprendente volubilità. Forse la memoria le stava cedendo un poco. Iniziava ad essere sovraffollata o, semplicemente, si era abituata a dialogare troppo con se stessa, nel silenzio e nella solitudine. Silenzio e muro tra lei e Mauro.

“Ahi, accidenti!”

Un orlo del foglietto, affilato come lama, le aveva procurato una ferita appena visibile tra il pollice e l’indice. Non era l’unica ferita. Ne portava altre, sottili, profonde, laceranti, cancrene che non riuscivano a rimarginarsi. Erano dentro di lei, metastasi che la stavano divorando. Le celava agli altri dietro quel sorriso dolce e disponibile. Perché infettare l’euforia innocente di quei giovani che, di tanto in tanto, le affidavano piccole confessioni o segrete paure? Non era mai riuscita a dimenticare quel ragazzino che le aveva palesato, con occhi sgranati, la paura di essere respinto. Qualche mese dopo si era gettato sotto un treno, il giorno in cui erano usciti i quadri. Mino non ce l’aveva fatta a dirlo ai suoi, temeva di ferirli, di tradire le loro attese. Cosa le costava regalare un sorriso che era un incoraggiamento a vivere, oltre gli ostacoli? Non dicevano questo i suoi libri con le parole intricate dei filosofi e quelle più evanescenti dei poeti? Lea li incoraggiava con un sorriso, leggero come un velo sulla sua anima prigioniera.

Guardò il foglietto con odio per il dolore sottile che le aveva provocato. L’aprì. Ebbe una fitta al cuore quando riconobbe la calligrafia elegante, mollemente incurvata a sinistra, come ondeggiata dal vento, o troppo triste per rialzarsi. Lesse. Note semplici e struggenti, la firma di un uomo, una data lontana e apparentemente dimenticata. Rivide un sorriso aperto in un volto bello e abbronzato, un uomo alto, in giacca blu e cravatta. Ebbe l’impressione di sentire la fragranza decisa e aspra del suo Yves Saint Laurent. Ne conservava ancora nell’armadietto del deposito una confezione che, anni prima, si era comprata per rinnovare il ricordo di lui nei giorni di buio rimpianto. Un uomo così diverso da Mauro. Mauro era un orso, un bifolco, un grande bluff. Aveva avuto paura che Piero potesse essere un altro bluff.

“Gli uomini ti ingannano e ti lasciano svuotata come un sacco di olive in un lurido angolo di frantoio” si ripeteva cinica, per non cadere di nuovo nella trappola.

Non aveva ceduto a Piero. Pian piano le riaffioravano ricordi di quell’amore nato fra pile di libri e giornali. Le erano piaciute subito le sue battute scherzose, mai volgari, le attenzioni, la maniera rispettosa con cui le si rivolgeva. Si era scoperta a trepidare come una ragazzina in attesa che arrivasse la fine della scuola, perché allora lui passava a prendere gli ordini dei libri per il nuovo anno scolastico. Era d’estate che lo incontrava più spesso, nella calma che precede l’orda di acquirenti di fine agosto. Gli incontri allora, nella pigrizia della canicola, quando tutti erano al mare, si intensificavano e le attenzioni pure. Le piaceva quando la portava al bar, si sedevano all’ombra del gazebo a sorseggiare un caffè che centellinava perché quel momento di magia, fuori dalla squallore della sua vita, durasse più a lungo. Si allontanava dal bar con sensi di colpa, perché Mauro detestava le donne che ci andavano.

“Donnacce soltanto. Fannullone che non vedono l’ora di fuggirsene di casa, che sperano in qualche incontro fortunato.”

Si sentiva una ladra della vita, di una vita che non le apparteneva più da quando si era sposata. Piero invece la faceva sentire viva, importante, con un cuore palpitante e una testa che pensava.

“Hai un viso levigato come cera e ti muovi leggiadra come una fata nordica”.

Si era dimenticata cosa vuol dire ricevere complimenti, aveva perfino dimenticato di essere una donna, se non per sentirsene imbarazzata. Prima di sposarsi le dicevano spesso che era bella, che aveva lineamenti fini, nordici. Con Piero le era tornato il sorriso vero, quello che viene dal cuore, non quello che fingeva in libreria. Le era tornata la voglia di vivere, di guardarsi allo specchio, di comprarsi un golfino o un paio di pantaloni nuovi.

“Ma che ti sei messa in testa? Non sei più una ragazzina, devi vestirti in maniera adeguata alla tua età” l’aveva rimproverata Mauro. Le si era spento il sorriso, in quel giorno di attesa di un breve momento di felicità. Lui la derubava di ogni gioia, la faceva vergognare perfino di provare emozioni. Un oggetto non palpita. E allora lei sublimava, fantasticando, lo squallore della realtà. Dentro la sua mente, Mauro non avrebbe potuto raggiungerla, mentre si scioglieva nell’attesa di Piero e ingannava il tempo leggendo romanzi d’amore americani, quelli che gli altri snobbavano e deridevano. Si sentiva come le protagoniste di quei romanzi, si immedesimava nelle loro tragedie, nei tradimenti, nelle angosce e nei palpiti del loro cuore. Ormai Lea pensava e sognava come Sheila, Annie, Wanda, Barbara, Danielle. Peccato che il suo nome fosse così italiano, così poco romantico per affiancarlo a quello delle altre di cui indossava le vite da idillio. Piero era il terzo incomodo, quello del triangolo proibito, ma anche la sua fantasia segreta. Ecco, ora parlava pure citando i titoli dei romanzi, come le ragazzine alla ricerca dell’amore.

All’inizio lo aveva aspettato mesi prima di rivederlo. Era solo un’idea che nutriva e ingrandiva con le letture. Poi una voce, con cui flirtare al telefono, in maniera poco arrischiata, infine una presenza sempre più costante in libreria.

Piero era quasi suo coetaneo, uno o due anni più giovane. Ma non aveva fatto la sciocchezza di sposarsi a diciotto anni come lei che aveva già un figlio adolescente.

“Aspettavo te, sapevo che saresti arrivata” le diceva con il suo buonumore che tendeva a sdrammatizzare tutto. E l’aveva pregata in ogni modo di lasciare Mauro e seguirlo con Giovannino, a Roma, a Milano o a Torino, dove voleva, tanto lui avrebbe potuto fare lo stesso lavoro dappertutto. L’aveva quasi convinta, alla fine. Ma lei non aveva avuto il coraggio di dirlo a Mauro. Temeva lui, sua suocera, sua cognata, perché sapeva quanto può essere tagliente anche il giudizio delle donne quando è condizionato dalla logica dell’uomo padrone. Non aveva avuto il coraggio di andarsene via con Piero. Era ripiombata nell’amarezza insoddisfatta di tutti i giorni, nell’umiliazione.

Tra le mani il foglietto continuava ad accartocciarsi, torturato ad ogni pensiero, ad ogni rimorso. Era una pallottola crespa.

Lo riaprì per rileggere quelle righe di commiato, struggenti promesse d’amore. Parole a tratti appena leggibili, distorte dal dilatarsi dell’inchiostro bagnato dalle lacrime. Le sue di allora.

Amore mio,

non ho più speranze di convincerti a seguirmi. So che non lo farai, per mille motivi che non condivido ma rispetto. Sarei disposto a perderti se avessi un rivale torturato dal mio stesso amore e che, vinta la sfida, sapesse degnarti delle attenzioni che meriti, dolce, tenero fiore di un giorno. Ma, sappi, e te lo giuro, sarò qui ad aspettarti per dieci, venti, mille anni. Quanti ne vorrai tu, prima di tornare a fiorire per sempre solo per me.

Tuo Piero

Parole di innamorati. Si sa. Erano passati venti anni. Lei e Mauro erano ancora insieme. Tra di loro un nulla fitto di rabbia e di ostilità. Dentro di lei un’atarassia apparente, pronta ad esplodere in caos vendicativo. Mauro era scuro e ostile come il suo nome. Lo aveva letto in un libro o, forse, in un giornale, che Mauro significa marrone. Era il nome giusto per un uomo abituato a trattare la dura terra, a crogiolarsi nel silenzio.

Un rivolo di lacrime le solcò la guancia destra. Un altro quella sinistra. Una goccia cadde sulle mani e rimbalzò sul foglio, fondendosi con la macchia rossa lasciata dalla sua ferita. Dopo anni che non piangeva, le lacrime cominciarono a sgorgarle copiose, a fiotti. Di nuovo bagnarono il foglio, lo inondarono, come i temporali estivi, violenti, incontrollabili, devastanti dopo prolungata siccità.

Piangeva per i trent’anni con Mauro. Piangeva per i venti anni senza Piero. Piangeva per la delusione di una vita spesa male. Finché quel biglietto divenne fradicio, con le lettere che si storcevano di fronte al suo rifiuto ostinato, di fronte ad una fedeltà che suo marito non aveva meritato e che lei si portava addosso come un destino, e iniziò a spappolarsi tra le mani.

Rimasero due lembi staccati, che combaciavano appena, come le anime distanti di Lea e di Piero. Su uno dei due era rimasto ancora impresso, inalterato, un post-scriptum con un numero di telefono. Lea rivide immagini confuse, Giovannino che era ormai un uomo, con la sua bella famiglia e Gina, sua moglie, che l’adorava. Mauro, nodoso come un tronco d’ulivo secolare, che vegetava. Piero, seducente e virile come lei lo ricordava. Vide, poi, una fanciulla bionda che sognava l’amore e la libertà. La vide invecchiare, all’improvviso, i capelli schiarirsi come cenere, il sorriso riassorbirsi in labbra serrate, sempre più sottili, aride di parole. La vide naufragare in un mare di false aspettative, sola, rassegnata a non chiedere aiuto. Temette di vederla sparire dentro quella distesa immobile, senza onde, senza nemmeno una corrente a trasportarla verso il sogno.

Piero le aveva giurato che l’avrebbe aspettata tutto il tempo che voleva. C’era scritto in quel biglietto. Non poteva più procrastinare. Mauro non sarebbe mai cambiato e, dopotutto, lei non l’amava più.   Si sentiva pronta a nuotare controcorrente. Non aveva paura. Moderna ed emancipata. Ma che significava moderna? Quanti lo avevano pensato prima di lei? Ed emancipata, da chi? Da Mauro o dalla schiavitù di se stessa? Di fronte, fluttuava l’isola dei sogni. Dietro, le sabbie mobili la stavano ingoiando. E lei si appigliava ad un foglietto, si aggrappava con tutte le forze, incurante delle ferite. Era pronta a cambiare vita, perché era ancora giovane e graziosa e meritava di vivere. Digitò il numero di telefono del biglietto. Avrebbe tentato, in ogni modo, di rintracciare Piero. Chissà. Magari.

“Pronto, Piero Orsini. Pronto, chi parla?”

“Ciao, Piero. Sono Lea. Come stai? Hai voglia di un caffè al bar del Duomo?”

Per qualche istante non udì nessuno. Si sentì ridicola, anzi peggio, patetica. Aveva ragione Mauro. Quarantotto anni di fallimenti. Era troppo tardi per ricominciare. C’era sicuramente una donna nella vita di Piero, ne aveva diritto. Stava per riattaccare, abituata a ricacciarsi dentro ogni illusione, corazzata da anni di rassegnata abnegazione.

“Sì, aspettavo che ti decidessi a chiamarmi. Passerò in libreria” le rispose Piero con voce strozzata dal pianto, come se fosse passato solo qualche giorno e non venti lunghissimi anni di solitudine.

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7 thoughts on “TRA LIBRI E GIORNALI…UN AMORE di Lucia Sallustio

  1. Un racconto emozionante, dove qualunque donna repressa si può rispecchiare. Lea la protagonista, è una donna frenata dall’apparenza ed è succube di un marito che non ama. Bello e romantico, il biglietto ritrovato nelle pagine di un vecchio libro. Lea, che da vent’anni ha nel cuore un amore grande per Piero, che nel lasciarsi le giura che l’avrebbe attesa tutta la vita.Del biglietto consunto di lacrime e ricordi rimane un numero. Il numero che avrebbe cambiato per sempre la vita di una donna repressa. Complimenti mia cara amica! Quando si dice l’amore! Che emozione, mi sono immedesimata nella protagonista! Grazie per questa meravigliosa storia, aspetto di leggerne altre. Con affetto
    Marinella

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  2. Cara Luciana, sarà l’età che è fatta degli stessi periodi storici attraversati, di una condizione femminile che mutava sotto i nostri occhi, dell’appartenere a una generazione che ha visto e partecipato all’emancipazione della donna senza dimenticare di esserlo, con il sacrificio che questo comporta, pagando il prezzo di stare fuori e dentro, come saltimbanche della maternità, dell’impegno sociale e politico, casalinghe a tutto tondo e serie professioniste nell’ambito lavorativo, perchè era la conquista di uno spazio vitale e un luogo dentro il quale abbattere i pregiudizi con le armi della disciplina e della correttezza, senza trascurare affetti e dignità, sarà tutto questo e le letture comuni, anche quelle tipiche di un’epoca, ma io nel tuo racconto ci sono entrata interamente e l’ho trovato assolutamente realistico. Parla d’amore, di rinuncia, di sorrisi generosi che nascondono il dolore, perchè questo non contamini nessuna euforia innocente, parla delle aspettative di una donna e dei suoi sentimenti traditi e mortificati da chi avrebbe dovuto aiutarla ad esprimerli, di delusione protratta fino al dubbio di sè, di responsabilità e di riscatto. Racconta una storia dai contenuti noti a molte donne sulla cui capacità di amare sino a dimenticare se stesse a volte si specula, confondendo il sacrificio consapevole con sudditanza e inerzia. Di donne alle quali non viene resa nemmeno la gratitudine e viene strappata ogni certezza.
    Che scrivi benissimo è chiaro, ma è il cosa scrivi benissimo e il come arriva che appassiona. Complimenti, Mariella

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  3. Lucia: Your words look beautiful however, it will take mesome time to translate your words!! I am not fluent in reading the Italian language. You seem to have found something you love to do.
    Regards,
    Teresa

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  4. Le storie del cuore ci portano sempre un ricordo, anche quando la nostra vita ha assunto contorni definiti da un amore certo e da una vita ‘tranquilla’ sotto l’aspetto sentimentale. La storia di Lea, narra di un pezzo di noi che forse, volutamente, nascondiamo come un foglio in un cassetto. Fa bene, ogni tanto, riprendere quel vecchio pezzo di carta, per aprirsi al mondo.
    E’ un racconto molto bello, complimenti Lucia!
    giuseppina

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  5. grazie Giuseppina,
    per il commento ad un racconto cui tengo moltissimo perché ambientato sul quel background culturale che permea l’educazione di tutte noi della generazione di Lea, indipendentemente dagli sviluppi delle nostre storie personali.
    Grazie anche per le foto che testimoniano una serata ricca di emozioni e foriera di amicizie e intese elettive che spero crescano nel tempo.
    Luciana

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  6. E’ vero, Luciana, apparteniamo agli anni ’70’, e noi, come ‘ragazze’ di quel preciso periodo storico, abbiamo raccolto una consapevolezza di noi stesse che, ancora oggi, ci accompagna nelle nostre scelte di vita, al di là di ogni possibile definizione. Con buoni frutti.
    giuseppina

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