L’anno che verrà


Un po’ ballata, un po’ filastrocca questa mia poesia, che esprime in versi il detto popolare “La vecchia di cent’anni non voleva morire per saperne sempre di più”. Come darle torto?

L’ANNO CHE VERRA’

Che dite, chiedeva la vecchina

Con voce flebile e civettuola,

sarà quest’an che viene assai migliore

di quello ch’è trascorso e ora muore?

Il capo dondolava e all’insù mirava

gli astri brillanti parati a festa

Temendo che si facessero fulminanti.

Come ogni anno a loro preci volgeva

E litanie e versi scelti recitava

Per ingraziarseli un anno ancora

Sì da farle vedere di nuovo l’aurora.

Sperava e pregava come giovinetta

Memore degli albori e dei giorni maturi

Non paga ancora del suo sapere

Avida e desiosa di continuare a bere

Di quella vita quanto più liquore

Potesse bagnarle le vene.

Si trascinava appena sul bastone

Ma dentro il cuore era un virgulto

Tremava, ansimava e sussultava

Come se fosse avvinta da amore occulto.

Le stelle le strizzarono l’occhietto

Si rifletté lucor sulla sua veste

Il cuor prese a danzare alla cantante

“Signore ti ringrazio per queste feste”,

intonava la vecchia tutta raggiante

“vita e fortuna m’hai concesso

E nuova luna vecchi rancori ha rimosso.

Ora a narrare potrò incominciare

Memorie belle e fatti esemplari.

Senza tediare ne farò bei canti

ninnananne per adulti e infanti.

Insegnerò ad amare e a perdonare

A quanti pensan che vita è sol dolore.”

Per ore cantò le vecchie gesta

finché tutti onorarono la Grande Festa.

di Lucia Sallustio

1/01/2008

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Il tatami di Max


Forse era stato il fascino del tatami o la magia delle notti madrilene che avviluppavano sotto un cielo scuro a mantello, o ancora la tristezza delle cançoas do fado a cui Max l’aveva pian piano introdotta. Oppure era stato tutto questo.  C’era, di fatto, che Rossella era restata a Madrid. Non ci restò per soli tre o sei mesi, questa volta. Il signor Déseado le aveva fatto firmare un regolare contratto di assunzione a tempo indeterminato mentre suo figlio, senza farle firmare nulla, l’aveva incatenata ad un amore che rispondeva pienamente a tutti i clichè dell’amore romantico, con le piccole follie reciproche che ne intensificavano l’unicità.
Si erano ripromessi di non vincolarsi con stupide catene amorose, si erano dichiarati moderni e ribelli, si erano giurati che nulla sarebbe cambiato nelle loro vite libere di un tempo, nulla che potesse ledere le loro ambizioni.
Poi si erano cercati sempre più spesso, l’ossessione l’uno dell’altra nella mente e, ogni volta, finivano su quel tatami che aveva sconvolto le loro vite come uno tsunami.
“Rimani qui con me, stanotte. Non ho voglia di restare solo” le aveva chiesto, infine, una sera di dicembre. Natale era alle porte, le illuminazioni della grande festa guadagnavano giorno dopo giorno nuovi quartieri, giravano i primi zampognari dei Pirenei a diffondere canti d’avventi e di pastori, e il freddo era giunto tagliente una mattina più grigia delle altre. Era il primo inverno a Madrid per Rossella, e un dolce sentimento nostalgico s’era insinuato nel suo cuore. Non ebbe alcuna esitazione. Non voleva restare nemmeno lei da sola nella stanza fredda e troppo squadrata della pensione dove soggiornava. Un lungo bacio, un preambolo a una notte d’amore dolce e appassionata, sostituì quel sì, quella sillaba che non fece in tempo a pronunciare. Era troppo felice. Era l’eroina dei suoi romanzi rosa e Max non era il pilota di quelle storie, ma era bello e sensuale e innamorato e imprevedibile proprio come uno di loro.
Te quiero” le disse.
Lo guardò negli occhi, fisso, non ridevano, non beffavano. Occhi sinceri come quelli di un bimbo, anzi del bimbo del video che avevano visto il giorno prima seduti sul tatami. Lì un bimbo si aggrappava alla madre per dissetarsi al suo amore, il bimbo era Max. Ora i suoi occhi imploravano lei.
Quanti ti amo si dissero quella notte, da non contarli, una litania che preludeva a sensazioni, emozioni, progetti sempre diversi. Dov’era andato a finire il suo frasario ricco e ricercato, come avrebbe potuto rendere a parole le sfumature di un sentimento che la derubava del razionale, del programmabile, del conforto della routinarietà della vita.
Ola, mi amor. Vamonos a bailar esta noche. Aquì, allì, arriba, abajo. Imprevedibile, Max. E lei non riusciva più a resistergli, a dirgli di no, non ce la faceva a sopportare quel muso imbronciato di quando gli rispondeva che no, che non poteva uscire, che aveva un mucchio di cose da fare, di traduzioni, di documenti da leggersi per il lavoro d’ufficio.
E la domanda di rito “resta con me anche stanotte, non andare via. Ho bisogno di te. Mi sento solo” si faceva via via più incalzante.
“Perché non vieni a vivere da me?” le chiese infine una sera, la voce querula della preghiera, calda come una promessa. Era il giorno di Santo Stefano. Carmen li aveva invitati a casa. C’era anche Jorge Déseado, naturalmente. L’appartamento di Carmen era terribilmente chic come la padrona di casa. Rigorosamente bianco, con sedute in velluto morbide e avvolgenti e sapienti pennellate d’oro e d’argento negli elementi d’arredo. Una grande tela a soggetto mitologico, probabilmente del settecento, mostrava figure femminili morbide e sinuose. Avevano una sensualità severa, lungi dall’essere laida o peccaminosa. Una seduzione sottile che sottaceva una femminilità archetipa.
“Lei non lo dice, ma sono le antenate di zia Carmen. Le streghe di Salem” le soffiò Max in un orecchio, mimandone il ghigno.
Rossella trattenne a stento una risata che soffocò in una specie di grugnito. Finse di tossire. La permalosità di Carmen era proverbiale quanto la sua perfezione. Perfezione assoluta in qualsiasi cosa facesse. Segretaria, padrona di casa, cuoca, donna perfetta. Chissà se era perfetta anche come amante. Invidiò la perfezione delle donne della sua età, della generazione di sua madre. Non avrebbe mai saputo interpretare quel ruolo, lei che avrebbe voluto recidere gran parte di quel passato e che andava incontro al futuro con idee ancora confuse.
Nell’appartamento di Carmen avevano brindato tutti insieme al nuovo anno, alla salute di Carmen, alle ambizioni dei giovani, ad un anno più prospero ma meno movimentato per Jorge che era stato assorbito da troppi viaggi e preoccupazioni durante quello che stava per chiudersi.
A sera, sull’ampia terrazza rivolta al Prado, lontano dall’ascolto di Carmen e suo padre che conversavano allegri in salotto al luccichio delle lucine del grande albero di Natale, Max le chiese di spostarsi a vivere da lui. Senza pensarci due volte, il giorno dopo,  impacchettò quel poco che si era portata dietro e si trasferì in quell’appartamento minuscolo dove si sfioravano mille volte al giorno, dove gli spazi sovraffollati aumentavano la loro vicinanza. In quel piccolo paradiso, a raso di terra, il cielo sembrava più distante e per questo più magico. Lo guardavano da laggiù, abbracciati sul tatami, dopo l’amore, prima dell’amore, attraverso i vetri senza scuri e senza tende.

inedito di Lucia Sallustio

pubblicato su http://www.manualedimari.it per l’Iniziativa letteraria: Natale nella memoria e nel cuore, insieme nella Blogosfera! di Nicla Morletti

Gli Auguri degli amici


May the Christmas Season bring
you happiness and joy
Your cousin Teresa

Ti auguro il tempo per i sorrisi
il tempo per te stesso.
Ti auguro il tempo per gli altri,
il tempo per le piccole cose
il tempo per le grandi.
Ti auguro il tempo della noia
per scoprire il gioco.
Ti auguro il tempo autentico
dove tu possa sentirti felice.
Cinzia Corneli

Bambino Gesù

Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli!
Accarezza il malato e l’anziano!
Spingi gli uomini
a deporre le armi
e a stringersi in un universale abbraccio di pace!
Invita i popoli,
misericordioso Gesù,
ad abbattere i muri
creati dalla miseria
e dalla disoccupazione,
dall’ignoranza
e dall’indifferenza,
dalla discriminazione e dall’intolleranza.
Sei tu,
Divino Bambino di Betlemme,
che ci salvi,
liberandoci dal peccato.
Sei tu il vero e unico Salvatore,
che l’umanità spesso cerca a tentoni.
Dio della pace,
dono di pace
per l’intera umanità, vieni a vivere
nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia.
Sii tu la nostra pace
e la nostra gioia!

Sua Santità Papa Giovanni Paolo II

Lo staff del Premio Laurentum

L’imperscrutabile,

come il destino

hanno proprio un fascino.

Mattino furtivo

freme nel mondo,

ma l’universo sapiente

canta la gioia.

Nel cuore un sì

è come l’universo:

Immenso.

Che Natale sia la festa della vita

una felicità corrente

e conosciuta!

Un sorriso dal cuore ,

Laura Tonti Parravicini

Qui tra chiari lampi
scorgo ancora frammenti
di azzurro,
dove occhi di angeli
guardano attoniti noi
che senza consolazione
vaghiamo tra i sassi
del passato e gli atomi
sciolti di oggi
per un domani che
forse ci prepariamo
impensabilmente:
a sorpresa.

Con immutato affetto
Laura Tonti Parravicini

Milano, 30 Dicembre 2009

Fiocchi di neve


Non nevica spesso nella mia cittadina, o meglio meno di quanto desiderino i bambini che in quell’atmosfera di sospensione e di magia trovano solo gioia e stupore.

Con il realismo di adulta, vorrei non nevicasse mai, da noi sarebbe un grande disagio e un’emergenza. Con lo stupore di bambina, invece, almeno virtualmente ho voluto che i fiocchi di neve si adagiassero leggeri, impalpabili sulla pagina virtuale. Così potremo gioire insieme, ancora di più, della magia del Natale mentre si ascoltano storie al tepore di un living, al luccichio dell’albero di Natale, vicini all’austerità sospesa di un presepe con i suoi personaggi che s’inerpicano tra le montagne e angeli sospesi maldestramente sulla grotta. Chissà quante volte, durante le feste, i bambini li cambieranno di posto, come in un teatrino della vita.

Ho dato le parole alla neve che scende, così sentirete anche l’eco della voce narrante.

…Dalla finestrella alta della cucina si vedevano i fiocchi cadere l’uno dopo l’altro. Altri si rincorrevano alla brezza del vento o cambiavano repentinamente direzione andandosi a scontrare con quelli che arrivavano in senso contrario. La ragazzina immaginò che fossero pezzi di zucchero filato gettati per aria da un gigante viziato. Ogni tanto si facevano radi e sembrava che fosse tutto finito. Poi riprendevano con vigore, o si vedevano appena sullo sfondo in tinta, appena macchiato d’azzurro. Corse alla porta. Non voleva perdersi nemmeno un istante di quell’incanto. Per le strade c’era un silenzio che sembrava fatto apposta per non turbare tanta magia. Un rispetto devoto per la natura in uno dei suoi momenti celestiali in cui l’uomo poteva riavvicinarsi a Dio più ancora che nel silenzio della preghiera.

Alzò il capo verso il cielo che si faceva largo tra i due palazzi stretti stretti del vicolo. Tanto erano l’uno a ridosso dell’altro che riusciva a percepire solo una linea bianca all’interno della quale si muovevano leggiadri dei puntini disordinati. Aprì la bocca ad accoglierli dentro di sé, quei messaggeri divini. Non poté fare a meno di pensare alla sua mamma che doveva starsene da qualche parte di quel cielo, algida e delicata….

di Lucia Sallustio


Concorso Letterario Nazionale “Nicola Zingarelli”


Che bella sorpresa ieri pomeriggio, quasi un regalo nella giornata di Santa Lucia. Tra le tantissime e affettuose telefonate, mail, messaggi sul cellulare, mi é arrivata anche questa mail urgente:
Gentilissima Lucia Sallustio,
la contattiamo per comunicarle che la Giuria ha deciso di assegnarle il 2° premio per la sezione “Racconti inediti” del Concorso Letterario Nazionale “Nicola Zingarelli” – Edizione 2009.
Facendole le nostre congratulazioni per il titolo assegnatole,
la salutiamo distintamente.
La Segreteria

La premiazione avrà luogo sabato sera, 19 dicembre, nel teatro Mercadante di Cerignola. L’opera da me presentata é un racconto dal titolo “Na’im e Maria”.

Attimi


Si accingeva allora stesso

ad attaccare il confetto,

il verme.

Ne rodeva il cuore tenero

nella dolce corazza.

Fulminea si allontanava

per trasmettere altrove

attimi appena goduti,

la gioia.

Nessuno l’avrebbe reclamata

sua Signora.

di Lucia Sallustio

Aria di festa, aria di Natale


I DOLCI DI NATALE

“Corri, Mariuccia, che la pasta mi si attacca tutta alle mani e non riesco a lavorarla! Versami un po’ di farina e poi vai a prendere ancora un pezzetto di sugna dalla dispensa per imburrare gli stagnini.”

“Vado, zia” si affrettava a rispondere educata la ragazza mentre si affannava a destra e a manca ad eseguire i rapidi comandi di Filomena. Non faceva a tempo a completarne uno che già la voce della zia risuonava argentina a chiederle qualche altro ingrediente. Sembrava spiritata, con le mani che pizzicavano nervose l’impasto giallo vivo di uova deposte di fresco mentre canticchiava allegra le note natalizie della Santa Allegrezza.

Mancavano dieci giorni a Natale e l’aria era frizzante ma piacevole quando, al mattino, le due donne si levavano di buonora alle incombenze del giorno che si facevano incalzanti, ora che si avvicinava la grande festa.

Erano già passati tre Natali da quando Mariuccia era arrivata. Tre anni di acclimatamento e di scoperta che l’avevano distratta dalla nostalgia e dalla tristezza che si era portata dietro con la valigetta di cartone. L’eco della voce della mamma, un tempo rasserenante e desiderata per compensare la rudezza della voce roca paterna, diventava sempre più flebile nelle orecchie, anche se quella stretta di dolore al petto non cessava di farla sussultare ogni volta che il pensiero correva a lei. Tante volte si era sorpresa a gettare indietro quel ricordo per timore di ripiombare nella cupa malinconia. Di certo, se lo riprometteva sempre, l’immagine della mamma sarebbe rimasta indelebile dentro il suo cuore, per sempre associata all’effigie della Madonna e delle Vergini danzanti di quel pittore che pure le avevano detto come si chiamava, ce l’aveva sulla punta della lingua, ma di cui non ricordava mai il nome. Era fiorentino. Di questo era certa. Gliel’aveva detto Marinella, una delle due maestre per le quali lavorava la zia, quando le aveva regalato la stampa come capoletto, il primo Natale in quel paese. Continua a leggere

SOTTO L’ALBERO DELLA VITA


(aspettando il Natale)

Accende luci e infinite attese

Nel mio cuore spento,

la chimera della festa,

che, sola, sa fugare

le ombre dei giorni lunghi

e disperdere le ansie grigie.

Lampadine scintillano,

s’illuminano fluorescenti

nel buio che attraversa

i pensieri tumultuosi,

i piatti elettrocardiogrammi.

Si rallegra improvviso

Questo cuore malato

ai ricordi di conviviali ritrovi,

tavolate annaffiate da vini,

anestetici balsami,

fonti di transitorie illusioni.

E batte, batte ancora,

batte folle e tachicardico ora

questo cuore mio stordito

dal turbinio della vita.

Anela a rivedere quei volti

amati e odiati, finalmente

ritrovati come pacchi colorati

sotto l’albero della vita.

Li scarterà in fretta

prima che la mezzanotte rintocchi

e il Bambinello si porti via rapace

pacchi, volti, magia, bontà,

lasciandomi ammutolita

ad aspettare per tutto l’anno

un altro, troppo breve, Natale.

di Lucia Sallustio

Pubblicata nell’antologia ” Natale- I grandi temi della poesia” da PerroneLab.

La metalmeccanica


Sono una metalmeccanica. Laurea in lingue, diploma interprete-traduttrice, corsi post-laurea, CV pesante, una grande boria che quando passo, quelli dell’ufficio o dell’officina, io non li vedo proprio. Ci passerei sopra come un caterpillar o, per restare in tema con il mio lavoro, come una macchina movimento terra dotata di un potente martello demolitore idraulico, di quelli che si producono qui.

“Signorina, lei traduce bene, diversamente non occuperebbe questo posto, ma anche i miei operai traducono la materia prima in prodotto finito. Questa è una grande famiglia, ognuno ha un suo ruolo.”

Avevo chiesto soltanto di adeguare i parametri della fascetta ai miei titoli, sennò perché avrei perso tutto questo tempo a studiare e speso tutti quei soldi per una scuola privata così snob che sforna poveri illusi demoliti dalla realtà appena fuori dallo stabile di lusso dov’è ubicata?

Il direttore tecnico mi ha smontata in poche battute. Alla mia scrivania mi aspetta una pila di documenti, di fatture, all’università pensavo fossero quelle delle fattucchiere, di storni di rondelle e listini dei pezzi di ricambio. Incredibile come si usurino questi mostri potenti. Demoliscono e si rompono per fortuna, e più si rompono e più noi vendiamo e più personale serve e più illusioni s’infrangono tra le ganasce impietose dei capi che sono pure i proprietari. Mi sono seduta fiacca come una pigotta, la rabbia mi esplodeva in corpo. L’ho sfogata sui tasti della macchina da scrivere dove passo le mie giornate a tradurre manuali, assemblare e disassemblare martelli sulla carta, accoppiarli alle escavatrici, rimpiazzarli con le benne, ripararli in traduzione, pignorarli a distributori insolventi con traduzioni asseverate.

É finita la giornata e mi sento demolita anch’io!

di Lucia Sallustio