Reading PerroneLAB- Milano 12 gennaio


Grande soddisfazione ieri sera al Reading delle antologie dei Vizi Capitali pubblicate da PerroneLAB.  Annamaria Trevale, Vanessa Banfi e Andrea Bonvicini si sono alternati nelle letture e hanno presentato il forum di “Undiciparole” ad ascoltatori e padroni di casa entusiasti dell’idea. A marzo o aprile il Reading sarà ripetuto con le nuove Instant Anthologies della PerroneLAB e tra gli autori spero di esserci anch’io.
Le foto dell’evento sono nel blog dell’amica Annamaria Trevale:

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VENERDI’ 12 FEBBRAIO 2010
ORE 18
LIBRERIA ODRADEK – MILANO
Letture di racconti in libertà
dalle antologie “I vizi capitali”
(Giulio Perrone Editore)
a cura di
Annamaria Trevale
Vanessa Banfi
Andrea Bonvicini
e di
Durante il reading, Annamaria Trevale leggerà uno stralcio del mio racconto che riporto integralmente di seguito. Grazie Annamaria per esserti gentilmente prestata a dare voce alle mie parole. Buon divertimento agli amici “undiciparolieri” che saranno presenti a Milano.

DOÑA ENVIDIA

La donna le fece cenno di accomodarsi, con aria frettolosa, senza sprecarsi troppo con le parole. Aveva uno sguardo vivace, l’occhio intelligente e indagatore. Rossella si sentiva studiata, terribilmente a disagio in quell’ufficio moderno, ampio e luminoso, dove ogni cosa era incasellata con efficienza da una mano esperta e solerte. Forse proprio quella della donna che le stava di fronte e faceva, ora, del silenzio un muro spesso tra loro due. Non sembrava ci fosse nessun altro che lei, in quella stanza che perfino nei colori, chiari e riflettenti sotto i raggi di piena mattina, sembrava rispecchiare la sua freddezza. Una piega amara, o così per lo meno le sembrava, le arricciava il labbro superiore, in perfetta simmetria con il richiudersi intermittente dell’occhio sinistro. Poteva avere avuto una paralisi, pensò Rossella, ma non per questo provò maggiore simpatia per lei. Quel vezzo, o tic nervoso, o magari un residuo di un brutto malessere, raccontavano il personaggio. Antipatico e freddo, decretò mentalmente, con la solita frettolosità nell’emettere giudizi sugli altri. Con quella donna non sarebbe andata d’accordo.

“Non credo le convenga rimanere ad aspettare il Segnore Déseado, non verrà in ufficio. Torni domani, alle nove. Puntuale. Non ama i ritardatari”

Trovò odioso il suo tono perentorio, lasciava intendere, senza mezze parole, chi comandava e chi doveva obbedire lì dentro. Che bisogno c’era di parlare in quell’italiano stentato, quando sapeva bene che avrebbe potuto parlarle spagnolo, lei era lì per questo, per tradurre, per lavorare in quell’ufficio. Non se ne sentì intimorita, anzi le provocazioni la inasprivano.

“Ho un appuntamento col Signor Déseado a mezzogiorno in punto in quest’ufficio. Lo aspetterò” rispose Rossella, mostrandole il fax.

Un’espressione curiosa, come quella di una bambina viziata non assecondata in un capriccio, attraversò il viso della donna. Non rispose, ma era visibile il suo disappunto.

“Prego, lo attenda nell’altra stanza. Ci sono dei giornali.”

Non era di sicuro un buon esordio. Non avrebbe avuto vita facile con una primadonna come quella che, ora, fingeva di ignorarla, offesa da una decisione di cui non era stata messa probabilmente al corrente.

Rossella si sedette ad aspettare, un po’ imbronciata. Non aveva voglia di leggere. Non era nella sala di attesa di un medico. Era lì per lavorare, ed era stata regolarmente convocata dal capo. Non stava mendicando lavoro. Di riflesso assunse un’aria spavalda che le esaltò il profilo bello e grintoso.

“È bella, giovane e tiene molto a questo posto di lavoro. Ma le farò passare la voglia subito” sembrava dire il sorriso abbozzato dalla donna.

“Crepa, ma di qua non me ne andrò facilmente” pensò.

Dall’altra stanza le giunsero voci maschili. Percepì spezzoni di discorso. Discutevano animatamente sul calo dei prezzi dell’olio d’oliva spagnolo.

“Carmen” chiamò l’uomo dall’altra stanza.

Così si chiamava Carmen, l’arpia. Non aveva mai dubitato che si potesse chiamare Carmen. Anche se, sì Dolores le sembrava più indicato come nome, o magari Maria Pilar. Un nome che le ricordava i volti addolorati e drammatici delle statue femminili di cartapesta alle processioni del Sabato Santo nel suo paese. Solo che l’arpia aveva stampata in volto l’acidità della vita, non il pathos delle pie donne. Ecco, Envidia, era questo il nome che le calzava a pennello. Doña Envidia”. D’ora in poi l’avrebbe chiamata così, nella sua testa.

Istintivamente si girò, proprio mentre la porta dell’altra stanza si apriva. Intravide un uomo tarchiato, rossiccio, con il viso largo macchiato di efelidi, l’aria indaffarata e nervosa. Era in piedi dall’altra parte della scrivania, dalla parte dei capi. Di fronte, l’interlocutore sedeva dandole le spalle.

“Che falsa” pensò. Le aveva mentito. Il signor Déseado era sempre stato nel suo ufficio. Guardò l’orologio, era piena di rabbia. Erano già le dodici e

dieci. E lei era lì da un’ora che aspettava e avrebbe fatto la figura della ritardataria, il primo giorno di lavoro. No, non era per nulla di buon auspicio

tutto questo. Si alzò di scatto. Si mise ad andare su e giù per la stanza, nella speranza che l’uomo la vedesse.

Doña Envidia le lanciò uno sguardo infastidito, mentre si avviava civettando verso la stanza del direttore. Finalmente gli occhi piccoli e chiari dell’uomo incrociarono i suoi. L’uomo si portò una mano alla fronte, come ricordando qualcosa, e si mise a parlare con la segretaria.

“La señorita Oddi, la traduttrice?”

Il Signor Déseado sull’uscio della sua stanza le stava tendendo affabile la mano, con una cordialità che sorprese Rossella, cingendola di calorosa e inattesa ospitalità, dopo l’antipatica accoglienza in quella sua prima ora a Madrid. Gli ricambiò il sorriso, risollevata.

La segretaria ora rivolgeva tutte le sue attenzioni al cliente al quale stava porgendo un plico, con la stessa aria da civetta di poco prima. Doveva essere stata bella da giovane, conservava ancora la sensualità seducente, le concesse Rossella suo malgrado, mentre il signor Déséado le faceva segno di entrare nel suo ufficio, con una gentilezza d’altri tempi.

“La signora Carmen le darà subito dei contratti da tradurre. Le auguro buon lavoro” concluse l’uomo, alla fine di una fiumana di parole pronunciate con un accento fortemente marcato.

Forse la stanchezza del viaggio, l’ansia o semplicemente la rabbia, le stavano provocando una sensazione di grande confusione. Faticava a stare dietro ai discorsi di cui percepiva nitide le gutturali. Si sentiva stordita, fiacca. Indesiderata, soprattutto da quella donna che la inceneriva con lo sguardo, che come una sanguisuga in poco tempo le aveva succhiato energia ed entusiasmo, che le aveva strisciato l’unghia laccata di rosso sulla mano mentre le porgeva il contratto da compilare. Si guardò il dorso della mano: un graffio sottile, come lasciato da una gatta gelosa, luccicava di sangue.

“Ah…” riprese il Signor Déseado accennando un sorriso divertito, “cerchi di non contrastare Carmen. Qui, è lei veramente il capo da circa trent’anni.”

Sorrise. Non poteva replicare che ne aveva già saggiato la prepotenza e che la guerra era ormai aperta. Per fortuna la benevola ironia dell’uomo, da buon padre di famiglia, le infuse la giusta dose di serenità per incominciare.

Lucia Sallustio

Pubblicato nell’antologia INVIDIA edita da PerroneLAB- serie I VIZI CAPITALI

Concorso Eureka 2009


Bellissima notizia per il mio racconto “LA BISNONNA FRANCESE” inviato al concorso  “EUREKA” il 5 maggio 2009.

Esattamente dopo 8 mesi, oggi mi giunge questa mail:

C.A.: Lucia Sallustio / Molfetta (BA)

Lucia, buongiorno.

Sono lieto di comunicarLe che il Suo racconto “La bisnonna francese” è uno degli 8 scelti tra quelli che hanno partecipato al concorso “Eureka! 2009″ di Golden Book Hotels, dunque… congratulazioni!…

Se vi va di leggere, troverete il resto della mail e i link per collegarsi al sito del concorso e dell’Associazione Golden Book Hotels nella sezione NEWS e concorsi letterari di questo sito.

Grazie per l’attenzione

“Sete” il tema 30R Fernandel di gennaio


Questo il mio racconto sul tema del mese. L’idea mi è stata ispirata da
appunti di Doris Lessing sui suoi viaggi in Zimbabwe, già Rodhesia,
paese nel quale é cresciuta. Stralci degli stessi sono confluiti nel
suo discorso quando è stata insignita del Nobel per la Letteratura. La
sua polemica era diretta al mondo occidentale che non apprezza la
lettura, la cultura, la scuola contro l’avidità del sapere da parte di
chi è privo di ogni mezzo, ivi incluso l’approvvigionamento idrico sempre insufficiente  in Africa e altrove.
Io ho piegato l’idea al tema del mese con lo stesso spirito di disapprovazione per chi  è cieco di fronte a problemi così urgenti e vitali come la mancanza  d’acqua,  la necessità di centellinarne ogni goccia, il bisogno che muove soprattutto le donne ad attraversare di buon’ora per chilometri e chilometri il deserto con un nugolo di figli intorno e il peso sul capo. Altro che le nostre lamentele di stress!

Sogni

di Lucia Sallustio

“Mamma, ho sete” le disse Farai, strattonandola per il lembo del vestito. Il tono del bambino era impaziente, chissà da quanto glielo chiedeva mentre lei sognava ad occhi aperti. Il sole brillava ormai alto, il cielo le appariva diafano per la violenza con la quale la luce le feriva gli occhi e la stanchezza iniziava a impadronirsi delle sue membra dopo tanto camminare nel deserto. La giara colma d’acqua sul capo premeva proprio lì dove le tempie martellavano forte. Era riuscita a dormire poche ore, la mente arrovellata in quel chiodo fisso che si riassumeva in una parola di cinque lettere ma che denotava un bene troppo prezioso per l’esistenza di ogni vivente.

“Acqua” pensò.

“Acqua, mamma” le chiese anche la piccola Daya, raccolta a fagotto dietro le spalle.

“Ho sete” cominciarono a piagnucolare John,  Daya, Farai.

“Ti aiuto a mettere giù la giara, mamma?” le disse Chipo, la maggiore, captando la sua passività di fronte all’insistenza.

Si scosse e si mise a passarli in rassegna uno dopo l’altro: la sua famiglia. Avrebbe lottato fino allo stremo perché i suoi figli studiassero. Farai sarebbe diventato ingegnere, avrebbe lavorato per il suo paese, per i fratelli, per i loro figli, realizzato opere idriche, progettato i sistemi più straordinari perché la gente del suo villaggio potesse finalmente radiare dal vocabolario la parola sete e l’acqua divenire un bene per tutti. La felicità implicita nel suo nome sarebbe diventata la felicità degli altri.

“Bevi, ecco l’acqua” rispose a Farai che le tendeva la coppetta per riempirla.

I bambini bevvero avidamente e si misero a fare il girotondo. Aveva tenuto un buon passo, era ancora presto. Si sedette in mezzo a loro e incominciò a raccontare le storie della nonna. Erano storie tristi e l’acqua era il tema ricorrente.

CAFFÉ VITTORIA



Aspettava da anni quella vacanza. Per una ragione o per l’altra, per mille impedimenti e inutili contrattempi, non era mai riuscita a realizzare quel sogno. Ritornare sull’isola.

“Fosse per te, vorresti sempre startene in giro per il mondo come una senzatetto” le rimproverava acida sua madre.

Sapeva già come continuava quella storia. La televisione, con le atrocità della cronaca nera, peggiorava la sua vita fatta di divieti. Per una donna sola è ancora più pericoloso, ci sono uomini divora donne in agguato, mariuoli, drogati ed extra-comunitari pronti ad alleggerirti della borsa quando ti va bene o a farti fuori con creatività inenarrabile se opponi resistenza. Treni che deragliano e aerei con hijackers fanatici disposti a farsi saltare in un grande booooom!

Non ne poteva più di essere la vittima designata di ogni bruttura di menti traviate. Più la madre la educava al pericolo, più lei osava viaggi arrischiati. Si inventava mille scuse per soddisfare la voglia di conoscere il mondo, le ricerche per la tesi di laurea o i corsi di formazione, quando era entrata nella scuola. Una sorta di contrappasso alla prospettiva strozzata che il protezionismo materno le imponeva. Allora lei deviava e il corso di formazione era la copertura per il trekking in montagna. Ricordava ancora la palpitazione di un volo col paracadute, trainata da un motoscafo a Corfù. L’ebbrezza del volo, sospesa tra cielo e mare, con le montagne sempre più vicine e lei che pregava il Signore che restassero lì, al loro posto, e che la salvasse dall’impatto con la terra. Quando pensava alle sue reazioni condizionate dai terrori che sua madre aveva del mondo, le veniva una stizza dal fondo del cuore. Poi gli anni della ribellione aperta erano passati. Solo all’apparenza, però. Perché lei aveva trovato un nuovo modo di viaggiare oltre i limiti imposti. Scriveva. C’erano volte che il confine tra il vissuto e il sognato non era nemmeno ben marcato. Ma lei credeva in quelle fantasie e ne era appagata.

Tante volte si era chiesta, in quegli anni, se anche l’aperitivo ad Ischia, al Caffé Vittoria, fosse solo una fantasia. Non aveva mai voluto contare gli anni che erano passati. Temeva che il passar del tempo fosse una riprova che la sua vita correva in caduta libera e che giù, sulla superficie del mare, non scivolasse a tutta velocità un motoscafo che alla fine della corsa avrebbe rallentato dolcemente facendola planare nell’abbraccio prodigo di effusioni amorose di un mare amante. Si era talmente ubriacata di romanticismo da non accorgersi più della realtà meschina che sua madre le stava ritagliando addosso.

Quel giorno, al caffé Vittoria con lui. Era luglio, il mese del suo compleanno. Si era subito innamorata del suo nome, Alberto, così virile. Poi della sua voce soffiata come una carezza. Lei sedeva composta nella poltrona di vimini all’ombra di una bouganville.  Il cicaleccio dei turisti, le americane con i cappelli di paglia larghi abbelliti da fiori di seta. I vestiti da spiaggia fruscianti alla lieve brezza che veniva dal mare. Pure lei era vestita così. Se solo l’avesse vista sua madre. Beveva un analcolico, stuzzicando arachidi e salatini con un uomo che conosceva appena. Aveva incontrato Alberto in barca, in un giro dell’isola. Lui l’aveva aiutata a salire. I suoi capelli corvini, che quasi gli toccavano le ampie spalle, erano smossi dal vento. Seducente e gentile dal primo momento. Forse se n’era innamorata allora, mentre le porgeva la mano bella, dalle dita affilate.

“L’aiuto?” e le aveva afferrato il braccio con quella presa salda che l’aveva scossa dentro prima che potesse rispondergli. Forte e bello. Un uomo per lei doveva essere un pilastro cui appoggiarsi,  ma con un animo sensibile, disposto a battere all’unisono con il suo. Per tutto il tempo dell’aperitivo. E dopo per tutta la vita. Lo sognava ancora. Non era più riuscita a trovare nessuno come lui. Nessun aperitivo era mai stato così inebriante, nemmeno quando lo aveva sostituito con qualcosa di più alcolico, per sognare, per far vibrare il cuore come allora.

Dopo la vacanza si erano scambiati alcune lettere. Piccoli condensati d’amore. Le conservava ancora. Erano parte del suo romanzo. Avevano fatto piangere generazioni di innamorati, folli come loro. Poi aveva deciso. Lo avrebbe raggiunto sull’isola. Aspettava da anni una risposta che non era mai giunta. Aveva pianto, sollecitato, si era disperata sperando di morire. Aveva  pensato di partire lo stesso, ma l’aveva trattenuta l’orgoglio. Ora era lì, sull’isola sognata, che scendeva dall’aliscafo. Un marinaio le porgeva gentilmente la mano sullo scivolo traballante. Aveva rivisto il bel viso abbronzato di Alberto in lui. I profumi dell’isola la sopraffecero. A luglio si facevano particolarmente intensi sotto il sole alto e si mescolavano agli effluvi salmastri del mare. Ebbe l’impressione che mancasse da una sola settimana. Squillò il telefonino, pensò  fosse sua madre, apprensiva come sempre. E invece lei era morta due mesi prima. I suoi primi mesi di libertà. Rovistando nei cassetti per mettere ordine nella sua vita, per ricostruirla a modo suo, sfrondandola dell’inutile, del tanfo di un vecchiume rassicurante che l’aveva soffocata, aveva trovato un plico di lettere legate da un nastrino violetto. Aveva pensato fossero le lettere di suo padre al tempo del servizio militare a Parma. Aprì e lesse. Una trasfusione d’amore l’assalì, l’aggredì levandole il respiro. La commosse. La adirò. Le instillò un odio profondo per quella madre che non aveva avuto rispetto del suo amore, che l’aveva protetta dal vivere, l’aveva costretta all’effimero del sogno. Era lì la risposta di Alberto, sempre più accorata, implorante fino alle ultime lettere. Ricordava anche lui la magia dell’aperitivo, dopo l’amore, in quella stanza d’albergo piastrellata di maioliche decorate con i colori del mare, dei limoni, degli aranci, della bouganville, del verde dei fitti boschi. Si inebriò di immagini e profumi. Le sussultò il cuore.

Sedeva di nuovo nella poltrona di midollino al Caffè Vittoria per un aperitivo. Era luglio. Il sole l’abbagliava e le addolciva i tratti scolpiti dall’amarezza e dalla negazione. Aspettava e sognava. Anche il suo moleskine sul tavolino aspettava di essere riempito di nuove emozioni.

di Lucia Sallustio

Pubblicato da PerroneLab nell’antologia ARRIVANO LE VACANZE di AA.VV.