“Sete” il tema 30R Fernandel di gennaio


Questo il mio racconto sul tema del mese. L’idea mi è stata ispirata da
appunti di Doris Lessing sui suoi viaggi in Zimbabwe, già Rodhesia,
paese nel quale é cresciuta. Stralci degli stessi sono confluiti nel
suo discorso quando è stata insignita del Nobel per la Letteratura. La
sua polemica era diretta al mondo occidentale che non apprezza la
lettura, la cultura, la scuola contro l’avidità del sapere da parte di
chi è privo di ogni mezzo, ivi incluso l’approvvigionamento idrico sempre insufficiente  in Africa e altrove.
Io ho piegato l’idea al tema del mese con lo stesso spirito di disapprovazione per chi  è cieco di fronte a problemi così urgenti e vitali come la mancanza  d’acqua,  la necessità di centellinarne ogni goccia, il bisogno che muove soprattutto le donne ad attraversare di buon’ora per chilometri e chilometri il deserto con un nugolo di figli intorno e il peso sul capo. Altro che le nostre lamentele di stress!

Sogni

di Lucia Sallustio

“Mamma, ho sete” le disse Farai, strattonandola per il lembo del vestito. Il tono del bambino era impaziente, chissà da quanto glielo chiedeva mentre lei sognava ad occhi aperti. Il sole brillava ormai alto, il cielo le appariva diafano per la violenza con la quale la luce le feriva gli occhi e la stanchezza iniziava a impadronirsi delle sue membra dopo tanto camminare nel deserto. La giara colma d’acqua sul capo premeva proprio lì dove le tempie martellavano forte. Era riuscita a dormire poche ore, la mente arrovellata in quel chiodo fisso che si riassumeva in una parola di cinque lettere ma che denotava un bene troppo prezioso per l’esistenza di ogni vivente.

“Acqua” pensò.

“Acqua, mamma” le chiese anche la piccola Daya, raccolta a fagotto dietro le spalle.

“Ho sete” cominciarono a piagnucolare John,  Daya, Farai.

“Ti aiuto a mettere giù la giara, mamma?” le disse Chipo, la maggiore, captando la sua passività di fronte all’insistenza.

Si scosse e si mise a passarli in rassegna uno dopo l’altro: la sua famiglia. Avrebbe lottato fino allo stremo perché i suoi figli studiassero. Farai sarebbe diventato ingegnere, avrebbe lavorato per il suo paese, per i fratelli, per i loro figli, realizzato opere idriche, progettato i sistemi più straordinari perché la gente del suo villaggio potesse finalmente radiare dal vocabolario la parola sete e l’acqua divenire un bene per tutti. La felicità implicita nel suo nome sarebbe diventata la felicità degli altri.

“Bevi, ecco l’acqua” rispose a Farai che le tendeva la coppetta per riempirla.

I bambini bevvero avidamente e si misero a fare il girotondo. Aveva tenuto un buon passo, era ancora presto. Si sedette in mezzo a loro e incominciò a raccontare le storie della nonna. Erano storie tristi e l’acqua era il tema ricorrente.

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