Quaderni de “Lo specchio di Alice”-febbraio 2010



Il tema dell’uscita di febbraio 2010 dei Quaderni “Lo specchio di Alice” era “Viaggio ai margini del giorno: l’incubo del sonno, il sogno della vita”. Ecco il racconto da me proposto.  Una scelta che si ancora  ad un passato lontano, agli inizi del Novecento, di cui riporta linguaggio, intriso di forme dialettali,  e le atmosfere.

Il mio amico scrittore e poeta Andrea Masotti gentilmente lo leggerà durante la presentazione della rivista il 15 febbraio ore 16 nella sala conferenze del Baraccano- BOLOGNA.

Pubblicato nella rivista Quaderni- febbraio 2010

LA DIVINATRICE

Sedeva nel vicolo sudicio e stretto ad asciugarsi i capelli al sole.

“Eccola là. È lei, la Rossa di ieri! Correte” gridò, a un tratto, un ragazzino con voce stridula. La indicava a un nugolo di donne che, dietro di lui, marciavano con passo compatto gridando minacce indecifrabili. Non avevano un volto sotto i fazzoletti di pizzo, quelli che si mettono in chiesa. Vestivano di nero come le Prefiche che piangono i morti e fingono la disperazione. Due gatte che bisticciavano la distrassero. Alzò gli occhi e le vide librarsi in aria con le zampe anteriori levate che s’incrociavano in una lotta furiosa. Anche loro erano nere e grandi. Si spostò, per paura che le cadessero addosso. L’orda, intanto, si avvicinava con passo marziale. All’improvviso, piombandole alle spalle, il ragazzino la immobilizzò sulla sedia con tutte e due le mani. Le donne erano sempre più vicine, brandivano oggetti metallici tintinnanti. Dal ticchettio, minaccioso, e dallo scintillio della lama distinse che erano forbici da sarta. Il rumore si fece assordante. Le assatanate, ora, le stavano sopra, orribili. Volti sfigurati e distorti, bocche paralitiche, guance asimmetriche. Una, dai tratti più nitidi, non aveva occhi; un’altra, invece, era ossuta come la Morte.

“Tenetela ferma. Non fatela scappare. Tagliatele i capelli. A zero, alla  forestiera”.

Gridava aiuto, e mentre si dibatteva le gatte, sopra di lei, continuavano a graffiarsi indifferenti e non la smettevano più. Poi il ragazzino le calzò un cappello alto e largo sulle tempie fino a coprirle gli occhi. Non vide più nulla, sentiva voci e risate.

“Guardatela, senza capelli pare un maschio” ridevano con bocche di smorfia.

Poi le sentì allontanarsi, nemmeno le gatte c’erano più.

“Mariuccia, Mariuccia. Che ti succede?”- una mano la scuoteva energica. Era tutta bagnata. Aprì gli occhi e si trovò puntati due occhietti neri neri che, presa nel sonno, non riconobbe.

“Che stavi sognando?” -le chiese sua zia, prendendole le mani fra le sue.

“Era un brutto sogno, zia Filome’. Gatte, donne, un ragazzino che le incitava, un cappello, era tutto nero.”

“Calma, calma, fammi capire. Daccapo”

La ragazzina raccolse le immagini del sogno fresco fresco, sistemò tutti i tasselli che iniziavano a scomporsi e cominciò a raccontare in fretta, per paura di perderli alla luce del giorno.

“Quando ero più giovane” disse Filomena alla nipote “mi chiamavano la divinatrice. Sapevo spiegare il significato dei sogni e i paesani venivano a raccontarmeli, belli e brutti. Quando erano buoni, mi mandavano qualcosa per ringraziarmi, una bottiglia di olio, un sacchetto di mandorle, una guantierina di bocconotti, se c’era stata una festa in famiglia. Quando erano brutti, allora prendevano ad ingiuriarmi e, qualche volta, poco mancava che non mi menassero, quasi fossi io colpevole dei loro peccati, dei fantasmi che li perseguitavano di notte, degli intrighi e delle paure che albergavano in loro. Ma tu, Mariuccia, non devi spaventarti. Hai fatto un bel sogno. Devi essere contenta. Quel ragazzino che hai sognato, te lo sei ricordato da ieri sera, quando Minguccio, il figlio della vicina, ti ha vista fuori con me ed è corso a dire alla mamma che Filome’ stava con una forestiera con i capelli lunghi e rossi. Certe volte, si sognano le cose e le persone che si sono viste di giorno o di cui si è parlato. E questo è l’aggancio della notte con il giorno, dei vivi con i vivi. Poi, è incominciata la paura. Perchè di notte si materializzano le paure del giorno, in bestie e persone. Non c’è differenza. Ché, tante volte, le persone diventano più malvagie delle bestie vere.

E man mano che la zia spiegava ogni cosa, lentamente, Mariuccia si rasserenava e le ombre della notte lasciavano posto alla bellezza del nuovo giorno.

di Lucia Sallustio


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