30R FERNANDEL febbraio- Salvataggio


Salvataggio: questo il tema del 30R di febbraio. Dopo la prima reazione stranita di fronte alla proposta, sempre sconvolgenti di primo acchito i temi del curatore MG, e un rapido brainstorming da deformazione professionale, la prima reazione spontanea alla resa, l’impulsiva timida dichiarazione di impotenza e di vuoto mentale, l’idea si è pian piano delineata. Ma sì che ho da raccontare, quanti ne ho fatti di salvataggi, ne ho sentiti fare, e giù fino alle memorie di storia recente, alle news televisive, agli atti di eroismo ignorati dalla grande Storia, ai salvataggi impossibili di file cancellati da uno sbalzo di corrente. E poi, un bel momento, mi sono ricordata del più bel salvataggio della mia vita. Storia banale? Che mi importa, per me valeva la pena raccontarla e questo mese mi sono presa anche la menzione, benché non proprio un plauso.

Il pezzo di Lucia Sallustio in Sagittario ascendente ariete mette in scena un parto al fulmicotone. Ma il testo mi sembra squilibrato, l’ellissi proprio sul finale lo rende secondo me un po’ monco.

Questo il giudizio del curatore. Sicuramente il finale sarà monco, ma non la mia vita, dopo quel giorno.

Il tema del prossimo mese?  Relé. Da lambiccarsi il cervello. Di nuovo il solito ma non ce la posso fare a scrivere cose così, ma su cosa devo scrivere?  Solita crisi da primi momenti dopo la lettura delle tracce di un compito in classe o di una prova d’esame. Classica raccolta della sfida, brainstorming di rito, idea, ricamo sull’idea e di nuovo di fronte al Pc a dare vita ad un raccontino che  potesse almeno risultare degno di menzione. Sapete che vi dico? Questo gioco mi piace.

SAGITTARIO ASCENDENTE ARIETE

“L’ho perso, l’ho perso”

Il mio corpo, in basso, era una fiamma, il dolore s’irradiava dalle reni in avanti. O era il contrario, tanto i miei organi erano un tutt’uno, le fitte continue. Mio marito, che mi aveva ripetuto che era troppo presto ancora e, per dormire affondava la testa sotto il cuscino, alle mie parole s’era allertato.

“Non piangere, dai, ti aiuto a vestirti. Andiamo”

Tremavamo, gli occhi spenti dalla paura più che dal sonno.

“Respira, non fermarti, come ci hanno insegnato al corso”

Ma quale corso, c’eravamo stati solo due volte e ne sapevamo meno di prima.

Riuscì a vestirmi mentre mi contorcevo e piagnucolavo. Non amo la platealità nelle manifestazioni più intime. Temo di disturbare. Riuscii a infilarmi in macchina e via di corsa. Per fortuna o presentimento  avevamo scelto una clinica in città.

“Maledizione, questa non ci voleva”. Bestemmiava, nel panico totale. In pieno dicembre aveva la fronte imperlata. La macchina procedeva a balzelloni, riottosa. Alla salita del ponte si fermò. Erano le quattro di notte.

“Aspetta qua, corro da mio padre”

Nel buio spettrale della provinciale pochi lampioni accesi fendevano la nebbia. Piangevo, le spinte mi laceravano il ventre. Un passante dall’altra parte della strada mi guardava più impaurito di me. Non si avvicinò. Procedeva e si voltava a guardare, avrà pensato che mi avessero violentata.  L’ariete premeva per sfondarmi il ventre, forte della sua  gravità.

Non misurai il tempo, ma mi sembrò che arrivassero subito. Di nuovo in macchina e poco dopo, ancora mezzo vestita, su di un lettino sotto le fredde luci del neon tra medico e ostetrica. Mio marito piangeva, in un angolo della sala.

Un vagito persistente ruppe il silenzio all’alba: era mio figlio, era nato.

di Lucia Sallustio

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