Concorso Emozioni 2010:partecipa anche tu!


Questo é il link per sapere di più sull’invito del blog del Manuale di Mari ad inneggiare alla primavera cantando tutti insieme le nostre emozioni per un mese a partire dal 20 di marzo.

http://www.manualedimari.it/blog/2010/03/01/concorso-di-emozioni

Dallo spot Una storia italiana della Banca Monte dei Paschi di Siena

Fai di me un vestito di alghe e coralli
di spuma e di baci nel tuo mare d’amore

Un amore sognato, un amore vissuto, un amore nuovo.
Condividi belle emozioni d’amore nel Blog Manuale di Mari!

Il prossimo 20 marzo, con l’inizio di primavera, comincia la sesta edizione del Concorso di Emozioni.
Dal 2005 moltissimi poeti, scrittori, blogger si radunano nel Blog ideatore di questa innovativa Iniziativa per pubblicare le loro opere e commentare quelle di altri autori.
Tutti possono partecipare liberamente e in modo del tutto gratuito postando per un mese poesie, racconti e, quest’anno, anche le parole di una nuova canzone direttamente nei commenti del post di lancio del Concorso di Emozioni. Gli autori di opere edite possono partecipare anche con poesie e brevi brani estratti dai loro libri.

Tra le novità di quest’anno la sezione “Poesia e Musica” con cui è possibile presentare testi che potranno essere scelti per creare una canzone d’autore in collaborazione con la VS Records, Etichetta Discografica Indipendente. Il nome dell’autore del testo scelto per la canzone sarà comunicato pubblicamente nel corso della manifestazione “Cantautori Bitontosuite – Premio Nazionale Musica d’Autore” (23 e 24 aprile 2010).

Durante lo svolgimento dell’Iniziativa il nostro Partner Punto Flora donerà un fiore, un giglio bianco o una rosa rossa, agli autori delle opere selezionate dalla Redazione.

Per ricevere l’invito a partecipare clicca qui e lascia un commento inserendo il tuo indirizzo email.

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6 thoughts on “Concorso Emozioni 2010:partecipa anche tu!

  1. NUGAE I
    (riflessioni e ricordi di un vecchio emigrato)
    MARCELLO FAGIOLI

    Prima parte
    Homo insciens
    L’uomo chiamó se stesso homo sapiens, ma è stato troppo presuntuoso.
    In un dizionario latino leggo, sapiens: intelligente, ragionevole, prudente, saggio e, pensandolo bene, nessuno di questi termini si addice all’uomo, oggidí.
    Poi c’è l’altra definizione: re del creato. Ma se fino a qualche decennio fa non avevamo nemmeno un’idea dell’immenso universo che ci circonda e che le sonde spaziali non ci hanno ancora rivelato a sufficienza!
    Non è neppure il caso di parlare dell’atomo, che oggi sembra essere costituito da un numero tanto grande di particelle che Fermi, un grande della fisica moderna, non poté trattenersi dall’esclamare: se l’avessi immaginato mi sarei dedicato alla botanica , riferendosi all’enorme numero di specie vegetali.
    E sembra che il Creatore non avesse, neppure lui, molta stima delle nostre capacità. Ha dato all’uomo la ragione, ma non se ne è fidato per far funzionare l’organismo. Infatti gli apparati: respiratorio, circolatorio e tutti gli altri, che per milioni d’anni non abbiamo neppure sospettato che esistessero, sono autonomi.
    A me capita, quando sono solo, di dover riscaldare o cucinare qualche vivanda e spesso, se sto leggendo o facendo qualcosa che mi interessa veramente, me ne ricordo solo quando sento odore di bruciato.
    Cosa succederebbe se accadesse la stessa cosa con un apparato circolatorio, dipendente solo dalla mia volontà?
    “Al di là del bene e del male”
    La mia compagna mi ha lasciato, dopo cinquant’anni di vita in comune.
    La senilità può dar origine a malattie terribili, che portano alla perdita della capacità di vivere degnamente. Ma io volevo che lei stesse ancora accanto a me. E quindi continui ricoveri in clinica e una quantità incredibile di medicine. Gli orari di una vita normale sostituiti dalla necessità di assumere pastiglie ad intervalli costanti.
    È poi le necessità di alimentarla. Prima un sondino naso-faringeo, poi la sonda gastrica, completata dall’uso di una grossa siringa e l’istallazione di una guida centrale per l’idratazione mediante siero. E gli orari, la stanchezza crescente nei mesi successivi, il bisogno sempre presente di un sonno riparatore. È poi i medici sempre meno solleciti, dopo le prime visite, una volta resisi conto della gravità della malattia.
    Ma io la volevo accanto a me ancora per un po’ di tempo, sempre un po’ di tempo ancora. E, visto che non poteva parlare, volevo che almeno accennasse un sorriso. È pretendevo che le assistanti la facessero sorridere, anche se per poco. Era l’unico indizio che mi faceva pensare, che mi faceva sperare che fosse d’accordo con me, per vivere ancora un po’.
    E la lotta era continua, giorno dopo giorno. Lotta contro chi? Contro cosa?
    Lotta inutile. Però alcune volte lei sorrideva.
    Mi hanno scritto che ciò che si fà per amore è sempre al di là del bene e del male. Chissá perché si cita con tanta frequenza Nietzsche, quando i suoi scritti sono cosí pesanti da leggere. Ma i titoli dei suoi libri sono splendidi: La gaia scienza, Così parló Zaratustra, Il crepuscolo degli idoli, Ecce homo.
    Poesia, filosofia e speranza
    Si può scrivere ciò che si vuole ma alla fine dello scritto ci deve essere sempre accennata una speranza. Nessuno vuole leggere scritti che non suscitino speranza. Anche i romanzi gialli, con il morto, suscitano speranza, perché l’assassino è sempre punito.
    I canti di Leropardi sono poesia, pittura e musica, tutt’uno all’inizio, ma hanno sempre un finale amaro. Non c’è speranza.
    Croce scrisse che la categoria poesia è una cosa e la categoria filosofia un’altra e che Leopardi le ha confuse.
    Sarà… ma!
    Intelligenza è capire
    Sono passati piú di quattro milioni d’anni da quando l’ardipithecus ramidus visse in Etiopia e, forse, diede origine a discendenti che a loro volta diedero origine all’homo sapiens.Viene il mal di testa quando si cerca d’immaginare un tempo cosí lungo, ma tutto questo tempo è stato necessario per arrivare ad un umano con un po’ d’intelligenza e qualche sentimento, che lo differenzi da tutti gli altri animali
    Ma forse non è così.
    Alcuni anni fa camminavo fuori città per una passeggiata e, se possibile, per cacciare qualche animale con un fucile di piccolo calibro che portavo con me.Non incontrai selvaggina degna di questo nome. Solo alla fine, già sulla via del ritorno, due grossi uccelli volarono da un albero all’altro, sul bordo della strada.
    Quando sparai, uno dei due cadde al suolo. L’altro fuggi, volando sino all’albero seguente, lontano una decina di metri. A questo punto si voltò verso di me e cominciò a gridare. Sembrava che protestasse con tutto il fiato che aveva. E man mano che avanzavo lui volava sull’albero seguente, allontanandosi e gridando sempre piú forte. Era disperato.
    Non è questa intelligenza? Non è sentimento? Il povero uccello aveva capito che il suo compagno era morto e si ribellava e gridava. Era l’unica cosa che poteva fare. Non riesco a capire come Cartesio potesse affermare che il dolore, negli animali, non è vero dolore, ma solo un riflesso.
    Sono stati necessari milioni di anni per l’uomo e sicuramente anche per quell’uccello, per arrivare all’intelligenza. E milioni di anni sono tanto, tanto tempo.Le matematiche che si usano per studiare il comportamento di particelle molto, ma molto piccole, oltre certe dimensioni, sembrano indicare che il tempo si confonde, a questo punto, con lo spazio. Chissá cosa significa. Forse, in queste dimensioni , milioni di anni non sono poi tanto tempo. Arrivati a questo punto meglio non pensare.
    Io ho trascorso molto tempo della mia vita lavorativa a far calcoli con una calcolatrice manuale. Non c’era il PC ed ho passato altrettanto tempo a leggere. Ho osservato quanto appaiono semplici le cose che si sanno veramente. Tutto quanto è complicato e difficile da intendere ci dice che in realtà non conosciamo l’argomento. Sino a poco tempo fa si sorvolava su questo scrivendo in latino, per es.“vis vitalis” o “ipse dixit” o usando frasi fantasiose come “generazione spontanea”.
    Ai noistri giorni il trucco non funziona piú.
    Serenità
    H. Hesse ha scritto un piccolo libro che narra la vita di Siddharta, un eremita che si incontra con il Budda, l’illuminato. Questi promette insegnargli cos’è il dolore e come evitare il dolore, ma Siddharta, anche lui illuminato, gli risponde che lui non cerca questo.
    Lui cerca la verità.
    Poi Siddharta scopre la vita mondana, che abbandona per vivere nuovamente da eremita presso un fiume, in cerca della verità. È l’unica verità che scopre è l’unità. L’unità del fiume, con le sue sorgenti tra le montagne, le acque correnti verso le pianure, la foce.E lui intende che c’è una unità del tutto. Ogni cosa fà parte di un tutto e anche l’uomo fà parte di un tutto.
    Questa sembra essere la verità. Ma questa verità può dare la serenità ? L’uomo spera solo poter raggiungere la serenità. Ma è difficile.
    Recentemente, Teresa di Calcutta rassicurava le sue consorelle dicendo loro che lei viveva serena e fiduciosa. Ma le lettere che scriveva al suo vescovo, rese note dopo la sua morte, e che lei non riuscì a far bruciare mentre era in vita, rivelano disperazione.
    Perché Dio è silenzioso? E chiama Cristo “il grande assente”.
    Dubbi…sempre dubbi!
    Benedetto VI, visitando il campo di Auschwitz, ha esclamato: Signore… come hai potuto permettere questo?
    Non dubbi ora, ma rimprovero.
    Solo favole
    Tutti gli organismi sopravvivono per merito dell’apoptosi. Le cellule vecchie e difettose ricevono l’ordine di morire e vengono sostituite da cellule giovani e sane.
    L’organismo sopravvive , ma le singole cellule muoiono e sembrano non avere molta importanza. La stessa cosa avviene nell’ambito delle specie. La sopravvivenza degli individui sembra non avere importanza. È importante solo la sopravvivenza della specie. Ma poi, dopo un lungo tempo, anche le specie scompaiono.
    Allora cos’è importante veramente?
    La cellula, l’individuo, la specie sono parte di un tutto. Questo è importante. È questo che dice Siddharta? Se così, forse aveva ragione Budda ad insegnare cos’è il vero dolore e come evitarlo, perché è meglio evitarlo. Non possiamo far altro. E non si dovrebbe aver paura della morte e di un aldilà misterioso, che non è altro che il ritorno a quel tutto originario, che tanto spaventa l’uomo e forse anche ogni altro animale. È quello spavento ci induce ad accettare e dire di credere tante favole che , in fondo, sappiamo sono solo favole.
    Bellissime favole quelle che gli antichi ebrei scrissero nei loro libri. Ma poi vennero i profeti , si organizzò una chiesa e la buracrazia, e tutto divenne un incubo per la vita quotidiana degli uomini. Dominare e non dare spiegazioni e serenità, divenne il fine.
    “La cosa in sé”
    Sant’Agostino, vescovo d’Ippona, nel Nord’ Africa, era un kantiano ante litteram.
    Infatti mentre passeggiava sulla spiaggia, meditando sulla trinità, incontró un fanciullo che, con una conchiglia, secondo un quadro del Botticelli, raccoglieva acqua dal mare e la versava in un buco nella sabbia. Quando Agostino chiese cosa stesse facendo, rispose:
    -Voglio mettere il mare in questo buco.
    -È impossibile… esclamó Agostino.
    -E perché allora tu vuoi intendere il mistero della trinità? E il fanciullo scomparve.
    Anche Kant afferma l’impossibilità di conoscere la “cosa in sé”. Si puo conoscere solo come consentito dal modo di funzionare, dalla fisiologia del nostro cervello . Chissá quant’altre verità esistono nell’universo che noi non sappiamo, né possiamo immaginare. Un indizio ci è dato dalle radiazioni cosmiche che penetrano dappertutto, anche nelle rocce e che noi non sentiamo, né vediamo. Possiamo solo registrarle con apparati. E chissà quanti organi e quanti apparati ci mancano ancora per aver sentore di altre realtà. Che peccato non poter dormire per cent’anni e poi svegliarsi. Quante conoscenze nuove ci sarebbero!
    “Il vecchio…e la guerra civile”
    Oggi ho incontrato un conoscente. Un emigrato molto vecchio. Da giovane non era molto alto, ma ora è rimpicciolito. Ed ha saputo dire solo: Buon giorno! Come sta? È la salute? È pensare che era una testa matta, fuggito dall’Italia nell’immediato dopoguerra perché seguace di Mussolini durante la Repubblica di Salò. Molto giovane ed entusiasta del fascismo, lui e i suoi compagni. E quanto fervore, quanto amor di patria! Quanta ricerca d’avventure! Un vero guerriero. E che delusione, che dolore veder svanire i sogni, coltivati per tanti anni, d’un Duce guida, sempre vittorioso e d’una patria grande. Ora stava davanti a me, curvo e rimpicciolito, col passo esitante, incapace di sostenere una qualsiasi convesazione.
    Questo è ciò che aspetta l’uomo alla fine della vita. E non è neppure il finale peggiore.
    Gastronomia barbara
    Sul finire della guerra, la seconda guerra mondiale, le truppe americane occuparono Fabriano, nelle Marche e, tra le altre cose, si fecero carico dell’ospedale.
    Un giorno ero andato a trovar mio padre che lavorava nell’ospedale e, nei corridoi, vidi i carrelli nei quali venivano portati gli alimenti agli infermi. Che sorpresa! Nei piatti c’erano spaghetti, ma erano stracotti, come si poteva osservare guardando il loro spessore. Noi diciamo: colla per manifesti . E, a lato, una buona porzione di marmellata.
    Spaghetti con la marmellata! Una cosa inaudita, mai vista. Duemila anni di tradizioni culinarie stravolti tanto irresponsabilmente! Ebbero un bel dire, i medici, che gli infermi hanno bisogno di calorie e che…
    Per me, questa sí, era una cosa da eretici.
    Recentemente ho ascoltato che un sud-americano voleva mangiare la pizza con il pane e che, non essendocene in casa, uscí per andare a comprarne. Come è possibile, io dico! Credo che la scomunica debba contemplare questi casi e solo questi. Non gli altri.
    Pirandello
    Che voglia di vivere si ha quando si esce da una grave malattia!
    Anni fa, mi ammalai, mi internarono in una clinica, mi operarono. La guarigione fu lenta e difficoltosa. E un giorno la mia compagna portò una nipotina a visitarmi.
    -Povero nonno, come è mal ridotto! Prima aveva una casa grande ed ora questa è piccola. Non ha neppure la cucina…esclamò la bambina.
    Come cambia la realtà, cambiando il punto di vista. Per lei, importanti erano la casa grande e la cucina, non l’infermo, che stava meglio.
    Pirandello, che affermava questo, all’inizio del secolo scorso, merita una maggiore considerazione. Bisogna rileggere: Così è (se vi pare).
    Epigoni
    Bisognerebbe studiare i sentimenti dei discendenti degli italiani che vivono in Argentina.
    In alcuni casi si osservano grandi manifestazione d’amore per l’Italia. Altre volte un cupo risentimento, anche se raramente esteriorizzato.
    È vero, i loro padri, i loro nonni furono obbligati ad emigrare. Lasciarono miseria e trovarono duro lavoro, nei vasti campi argentini. Alcuni sono riusciti ad emergere, molti no. Solo dopo una o due generazioni i discendenti si sono sistemati con un impiego, una professione o con una terra agricola. Ed i vecchi ne erano orgogliosi. Mio figlio, il dottore, era una frase che s’ascoltava spesso. L’Italia aveva abbandonato gli emigrati. Loro s’erano fatti strada da soli, in una forma o nell’altra. E i loro figli e nipoti si erano sistemati degnamente.
    Ma figli e nipoti ricordano. E molti non amano che si rammenti loro l’origine…le radici. Dicono di capire quando si parla loro in italiano. Ma non è così. L’Italia, con i suoi millenni di civilizzazione, con la sua cultura irripetibile, che lascia stupefatti quando ci si avviciniamo ad essa, non ha saputo far sí che i suoi epigoni conservassero la lingua d’origine.
    “L’uomo, la bestia…ed il mantello”
    Noè, il patriarca, fu ben consigliato e piantò la vite. Fu mal consigliato e si ubriacò. Noè era solo, ubriaco e nudo come un verme, in una stanza. Due suoi figli presero un mantello e, camminando all’indietro per non vedere la nudità del genitore, lo raggiunsero e lo coprirono.
    Si ha l’impressione, leggendo il sacro testo, che il male consistesse nella nudità dell’uomo piú che nella ubriachezza. Forse il vestito era, a quei tempi, ciò che rendeva più manifesta la differenza tra l’uomo, anche lui un animale, e la bestia.
    Era l’evidenza della supremazia. Era l’evidenza dell’intelligenza.
    “Perch’i’ no spero…”
    Perch’i’ no spero di tornar giammai…
    Neanch’io spero di tornar giammai a vivere quei giorni lieti, sereni: come quando c’eri tu…
    Che differenza c’è tra un verso di Cavalcanti e quello di una canzone napoletana?
    Cinquecento anni, sí, ma la stessa malinconia, la stessa voglia di piangere.
    Fede ed economia
    Riscaldamento globale, chiamano le irregolarità atmosferiche che stanno minacciando il mondo. E hanno dato un premio Nobel a un politico che fà propaganda per risparmiare energia e diminuire, solo diminuire, l’inquinamento. Case ecologiche, utilizzazione del vento e del sole, cattura dell’anidride carbonica e del metano, conservazione dei residui vegetali in superficie e tanti altri accorgimenti. Anche la semina diretta, in agricoltura, serve.
    Non sarà questa una maniera di cambiare tutto, affinché tutto rimanga come prima, secondo una felice frase di Lampedusa?
    È nessuno sembra accorgersi che il vero problema, quello di fondo, è un altro. Gli uomini che abitano questo nostro mondo sono ormai troppi. Settemila milioni sono molti. È tutti vogliono viver bene e, per ottenere benessere, causano molti danni. Contaminano la terra, l’aria e l’acqua.
    Si può risparmiare energia e quindi petrolio, gas, carbone. Si può diminuire la contaminazione ma, in un prossimo futuro, aumenterà la popolazione. Aumenteranno i consumi, aumeterà di nuovo la contaminazione ed il problema sarà sempre piú grave
    È un circolo vizioso dal quale non si esce, se non si delimita bene la causa. Ma di questa causa si evita parlare, per motivi di fede e d’economia. Le principali fedi predicano la riproduzione, ora, come nei millenni trascorsi, quando il mondo doveva ancora essere popolato dall’uomo.
    Ed in economia ci si domanda come si potrà dar lavoro, aumentare le produzioni ed i profitti con una popolazione in diminuzione. Che bel dilemma!
    Ma le autorità deviano l’attenzione sul riscaldamento globale e sul risparmio del petrolio. Tutte cose che non limitano la crescita della popolazione mondiale e quindi dei consumi, e non infastidiscono le autorità religiose.
    C’è qualcosa, nelle leggi economiche attuali, che porta alla distruzione.
    Cavalieri dell’aria
    Hitler, un allievo di Mussolini, utilizzó la retorica ed il nazionalismo per ottenere il potere e porre ordine nel caos economico del dopoguerra, in Germania.
    Ma c’è un fatto che raramente viene ricordato. Verso la fine della prima guerra mondiale, quando già tutti erano convinti della sconfitta, l’esercito tedesco era demoralizzato. Per conservarne il contollo, il comando degli imperi centrali ebbe una grande idea. Scelse, tra i militari, persone capaci di parlare, capaci di convincere con il loro carisma. Diventati bravi retori, avrebbero dovuto sollevare l’animo dei soldati. E si insegnò loro la retorica che, nell’antica Grecia ed a Roma, aveva dato tanti buoni risultati.
    Ma tra loro c’era un certo Hitler che, dopo la disfatta, continuò ad ad arringare la gente, nelle piazze, nelle birrerie, nei bar. È la retorica ancora una volta diede risultati. Nacque un movimento, poi un partito che conquistò il potere. Seguì la guerra e la distruzione.
    Tra i primi aderenti al movimento di Hitler c’erano molti militari ed anche un certo Goering che era stato il secondo del barone rosso , von Richthofen, l’ eroe della nascente aviazione, che tutto il mondo ammirò ed ammira ancor oggi. Un cavaliere dell’aria che, dopo aver abbattuto un aereo nemico, scese a terra e brindò con il vinto, rimasto in vita. Ed anche Goering fu un eroe, accettato come tale nel partito nazista, non piú ammirato dopo la seconda guerra mondiale.
    Come è possibile che siffatti eroi cambino col tempo e le circostanze, sino a divenire nemici dell’umanità?

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  2.  Questa è la seconda parte di:
    Grazie. M. Fagioli                   
                    NUGAE         
    1.   (Riflessioni e ricordi di un vecchio emigrato)
                                                   
    2. Seconda parte
    3.   MARCELLO FAGIOLI
     
     Eterno ritorno
    Giambattista Vico affermò che la storia non fà progressi, ma è solo il ripetersi di corsi e ricorsi, sempre uguali. È l’eterno ritorno degli stoici greci.
    Cesare distribuiva grano al popolo romano. Poi gli imperatori adottarono la pratica del panem et circenses, sempre con il proposito di mantenere tranquilla la popolazione.
    Ai nostri giorni, in Argentina, lo stato ha assegnato una grossa somma di denaro al finanziamento delle  trasmissioni televisive di partite di calcio. Si è voluto assicurare lo spettacolo a tutta la popolazione, a ricchi e poveri. Sono i nuovi circenses. Al panem si provvede da sempre con continui piccoli aumenti  delle mensilità.
    Anche questo è un eterno ritorno
     La ricerca                                                                                
    Tutti gli anni la televisione italiana trasmette uno spettacolo per raccoglie fondi e sostenere la ricerca. Mi sembra ricordare che, alla fine della serie di trasmissioni di quest’anno, la cifra raccolta raggiungesse i trenta milioni di euro. Bene, molto bene, pensai immediatamente.
    Ma quando, dopo qualche giorno, ascoltai delle trattative di una squadra di calcio per comprare un giocatore per una somma maggiore, mi arrabbiai.
    No, così il mondo non  può andare avanti. Ci sono tanti problemi che affliggono l’umanità. Così non si può, non dico fermare, ma neppure frenare il degrado terrestre.  
    E  le magnifiche sorti e progressive?
    Solo la ricerca può aiutare, ma è costosa. Risultati importanti si ottengono dopo decenni  e non sempre sono un buon affare. Ma, almeno per una volta, bisognerebbe dimenticare il denaro.
    È poi c’è da studiare l’immensamente grande e l’ immensamente piccolo che, per ora, possiamo solo intravedere.
    Quando nel 1969 la NASA riuscì ad inviare una capsula spaziale sulla luna, alcuni giornali affermarono che sarebbe stato meglio spendere l’enorme somma, investita nell’impresa, per costruire ospedali. Non è così. Meglio sarebbe stato utilizzare, per le ricerche spaziali, somme prelevate dai bilanci delle forze armate.
    È una utopia, lo so bene. Ma le utopie aiutano a vivere.   
     
    Imperativa categorico                              
    Quando frequentavo il  secondo liceo avevamo un professore di matematica che era un ingegnere, dall’aspetto atletico e sempre elegantissimo.
    Una volta lui ci raccontò lo sua storia. Da giovane, ancora studente, faceva atletica. Ed era molto bravo.
    Finita la scuola secondaria dovette decidere. O iscriversi all’Università, o dedicarsi allo sport. Aveva intenzione di fare  sul serio e quindi non poteva fare le due cose. Non ne avrebbe avuto il tempo.
    Alla fine scelse l’università ed entrò a lavorare in una fabbrica d’armi. Era giovane, la vita era bella, il lavoro ottimo ma, un giorno, provando un fucile, questo scoppiò e lui rimase quasi cieco. Salvò un poco della sua vista, ma nei suoi occhi si vedevano alcuni quadratini di tessuto inserito.
    Riuscì ad avere un incarico d’insegnante. Ma quando scriveva sulla lavagna i numeri e le lettere erano molto grandi. E grandi erano i numeri  che scriveva sul registro, dopo un’interrogazione. Tutti gli alunni della classe sapevano quali erano i loro voti. Era sufficiente stare in piedi  a lato della cattedra per leggerli comodamente. Ma io lo ricordo soprattutto per alcune cose che ci diceva.
    – Non bisogna comportarsi  bene per paura dell’inferno… Essere onesti non basta, perché anche i criteri dell’onestà possono  variare con il tempo e le società. Semplicemente si deve fare ciò che sappiamo di dover fare.
    Era l’imperativo categorico di Kant spiegato al popolo. Ma noi non lo sapevamo. In filosofia non eravamo ancora arrivati a studiare Kant.
    Cogito, ergo sum                                                 
    Cogito, ergo sum. Tutti conoscono l’intuizione di Cartesio.
     Ma ho trovato un libro dal titolo: Sono, quindi penso.
    Mi sembra più logico.
      Il giardino zoologico                                             
    Adamo ed Eva vivevano felici nell’Eden, insieme agli animali, tutti mansueti.
     Poi Adamo ed Eva conobbero il bene ed il male. Si differenziarono dagli animali e furono cacciati.
    Non so dove ho letto questa conclusione: allora, in origine, uomini e animali non erano diversi.
     Il paradiso terrestre non era altro che un grande  giardino zoologico!
     
    Giovanni Papini                                   
    Senza averne un particolare motivo, oggi mi sono ricordato di Giovanni Papini. Scrittore fiorentino della prima metà de ‘900, fece molto chiasso negli ambienti  letterari, sia da giovane che da vecchio.
    Dapprima anticlericale, poi clericalissimo, dopo la seconda  guerra mondiale scrisse un libro   nel quale affermava che Dio avrebbe perdonato, alla fine, l’umanità intera e chiuso l’inferno.  Dopo più di cinquant’anni, credo sia stato chiuso il limbo, ma non ancora l’inferno.
    Si sa, queste decisioni richiedono tempi lunghi!
    Era un’epoca in cui la chiesa  dominava in Italia e, naturalmente,non poteva permettere tali affermazioni. Ricordo che molti ne parlavano. Una mattina vedemmo arrivare in casa un prete che aveva prestato a mio padre il libro condannato, per chiederne la restituzione immediata, molto preoccupato per il fatto che avremmo potuto averlo già letto.
    Durante il fascismo anche Papini  era fascista. Scrittore di successo, stava dal lato sbagliato, politicamente, nel dopoguerra ed in contrasto con le autorità religiose.
    Si ritirò in convento, dove terminò i suoi giorni.
     

    “lo maté”  (*)                                          
    Nei primi anni della decade del ’60 lavoravo in una stazione sperimentale agricola in Argentina.
    Stavo cercando di intendere e risolvere alcuni problemi relativi alla dinamica dell’acqua nel suolo.
    Per caso, e solo per caso, osservai che i rendimenti delle colture erano pressoché uguali, in terreni  arati e non arati. Fu una grande sorpresa e fu la nascita della semina diretta o labranza cero o no tillage, come venne poi  chiamata. Era la soluzione di molti problemi di conservazione del suolo e dell’acqua. Ma era anche una pratica agricola completamente nuova e contraria alle opinioni diffuse in quei tempi. E non fu accettata, naturalmente.
    Ma una decina d’anni dopo cominciò a diffondersi tra gli agricoltori, nel paese, e poi in America, in Africa e in Asia.
    Ma ritorniamo ai primi anni del ’60.
    Una mattina un mio aiutante di campo si precipitò in ufficio, senza molti complimenti, ed esclamò: -dottore, questa gliela devo raccontare!
    -Lei sa che presto mi sposerò ed il prete ha voluto che, insieme ad alcuni altri, partecipassi ad un corso di preparazione al matrimonio. Quando fummo tutti riuniti in una piccola sala, a lato della chiesa, lui cominciò la lezione.
    -Voi sapete che il matrimonio è questo,….significa quest’altro…., infine , come tutto ciò che si vuole riesca bene, ha bisogno di preparazione.
    -E poi tra voi alcuni lavorano in una sperimentale agricola…. e voi che fate prima di seminare?
    -Scegliete le semente, preparate il campo, lo arate…
    A questo punto io l’ho interrotto alzando la mano e, in piedi, ho detto:
    -Ma no…no, noi seminiamo senza arare il campo!
    -E “lo maté”(*) ,   perché il pover’uomo non capiva di cosa stessi parlando.
    E l’aiutante diceva questo sorridendo, come persona  partecipe della scoperta di cose nuove, ignorate dai più.             
    (*) L’ho lasciato senza parole.           
     
    Tutto cambia.     
     All’inizio della storia gli uomini vedevano una pietra, un albero o qualche altra cosa e nessuno metteva in dubbio che si trattasse di una pietra o un albero.
    Poi San Tommaso d’Aquino regolamentò tutto questo: se l’organo era sano, la distanza appropriata e non so che altro, effettivamente si trattava di una pietra o di un albero così come si vedeva.
    Poi Cartesio ebbe il coraggio di suggerire il dubbio sistematico e le cose si complicarono. Bisognava dimostrare che ciò che si vedeva o udiva era effettivamente così e non un inganno dei sensi.
    È Hume andò molto più lontano. L’uomo poteva solo affermare che ad un determinato fatto seguiva un altro e, per ora, sempre lo stesso. Però nessuno poteva garantire che che anche domani la cosa si sarebbe ripetuta.
    E Kant riprese questa idea sostenendo che la nostra mente operava secondo una categoria causa-effetto. La fisiologia della materia pensante operava in questa forma.
    Ma ultimamente ho letto che la luce non sempre si propaga in linea retta. Anch’essa è soggetta alla forza di gravità e se questa è sufficientemente grande , il raggio luminoso si curva.
    Nell’universo la fisica segue, forse, leggi diverse da quelle operanti nel nostro piccolo mondo.
     
    Ricordi
    Compiuti  ottant’anni, ho alcuni ricordi, e credo siano i primi della mia vita, che non sono mai riuscito a cancellare. Un cavallo a dondolo di legno, più grande di me. Un regalo, ma io mi spaventavo perché si muoveva non appena lo toccavo. E poi un orologio. Aveva le lancette che si muovevano ed io mi arrabbiavo e piangevo perché non riuscivo ad aprirlo per vedere chi era che, da dentro,  muoveva le lancette. Nessuno mi aveva ancora parlato del motore immobile!
    Ancora una: eravamo a tavola ed io feci ridere tutti con una mia risposta. Mi avevano regalato un libro. Era grande, bello ed illustrato. Era la storia del Guerrìn Meschino. Me lo avevano letto. Io non sapevo ancora leggere. Era la storia di un cavaliere errante che cercava i suoi genitori e, a cavallo, con l’armatura d’acciaio, vinceva sempre tutte le sfide e le battaglie. Mio padre mi chiese:
    -Perché il  Guerrìn Meschino, vinceva sempre?
    Ricordo che io pensai un poco. Che fosse il più forte non mi sembrava la risposta giusta. Se era nato più forte degli altri, lui che merito aveva? Non mi rimaneva che l’altra risposta:
    -Era fortunato- dissi e tutti risero di cuore.    
     
    Tutto un mondo, nei libri                                                                            
    In una stazione sperimentale, in Argentina, mi assegnarono un un giovane, laureato di recente, affinché si familiarizzasse con il lavoro che stavamo svolgendo.
    Una volta, parlando del più e del meno, gli chiesi se gli piaceva Jack London.
    -E chi è- mi rispose.
    -È l’autore di Zanna Bianca, Martin Eden, Il richiamo della foresta. Li avrai  letti, immagino.
    Un secco no, fu la risposta.
    -Ma allora cosa ti piaceva leggere, quando eri  ragazzo? Dostoievski, Tolstoi?
    -No. Noi  leggevamo giornaletti.
     Non insistei. Però pensavo a quando io ero ragazzo e passavo gran parte del tempo libero leggendo.
    Ci fu un anno in cui avevo preso l’abitudine di leggere prima di dormire ed ogni giorno leggevo qualche pagina in più del giorno precedente, sino ad arrivare a spegnere la luce ai primi chiarori dell’alba. Fu abbastanza difficile adattarmi di nuovo ad un orario normale.
    Nel vecchio palazzo dove abitavamo, non lontano dal grande portone d’entrata, c’era un corridoio stretto che portava a due stanze indipendenti, nelle quali mio padre conservava i suoi libri. Mio padre si era laureato a Bologna nella prima metà del  novecento e, con i suoi amici, aveva l’abitudine di andare a teatro dopo cena. Tutte le volte che vedeva una nuova commedia comprava il libro corrispondente. Tutti quei libri, ora, erano conservati nelle due stanze. Quando li scoprii, cominciai a leggerli. Alcuni scomparvero immediatamente. Mio padre non riteneva fossero adatti alla mia età. Scomparve il De profundis  del dandy inglese Oscar Wilde, ma potei leggere Il suo Principe felice. E  scoprii Pirandello, con i suoi magnifici dialoghi. Splendido mi parve Liolà, ma non degno della sua bravura Il fu Mattia Pascal. Bello l’Enrico IV,  che deluse tanti spettatori che si aspettavano di vedere un dramma storico. Mi diedero molto da pensare i Sei personaggi in cerca d’autore e Così è(se vi pare). Ricordo Pel di carota, di Renard, Cyrano de Bergerac, di Rostand, Sly di Forzano e le bellissime opere scritte da Sem Benelli: La cena delle Beffe, l’Arzigogolo, L’amore dei tre re.
    Il povero Sem Benelli, con i guadagni dei primi successi,  aveva costruito un castello a picco sul mare, che poi non poté mantenere e visse nella casetta destinata al custode.
    È nell’immediato dopoguerra arrivarono i libri di Cronin, Galsworthy, Llewellyn. Degli ungheresi, come “l’amante dell’orsa maggiore” di Piasecki e di tanti altri di autori.
    Non credo che tutte queste opere siano più presenti nelle librerie, oggidì. Solo i vecchi, possibilmente, le ricordino. Ma in quelle due stanzette, da ragazzo, trovai tutto un mondo nuovo, che arricchì la mia vita.
    Gli indios Kilmes                                                                     
    Tutti abbiamo letto, da giovani e visto al cinema le storie della conquista del Far West e delle guerre contro gli indios. Ma chi ha mai sentito parlare, in Europa, dei Kilmes? Ed erano tribù forti, guerriere, che vissero in Argentina e non sopportarono la dominazione straniera e, alla fine, si estinsero quasi completamente.
    Gli spagnoli, invece di Kilmes, scrivevano Quilmes, e Quilmes è la marca di una birra molto diffusa in Argentina. È anche il nome di una città, vicina a Buenos Aires. E la birra si chiama Quilmes perché fabbricata nella città dello stesso nome, e la città si chiama così perché nella località furono deportati gli ultimi Kilmes.
    Alla fine erano schiavi degli spagnoli e lavoravano nell’estrazione del materiale che si usava per preparare la calce e costruirono la città , che prese il loro nome. Dall’anno  1400 vivevano nel Nord-Ovest dell’Argentina. Erano guerrieri e si ribellarono più volte agli spagnoli. Finalmente furono vinti, non con le armi, ma solo con la sete e la fame. Erano assediati e gli spagnoli fecero in modo che non avessero più accesso all’acqua. Non avevano più alimenti e si arresero. Non tutti. Molte donne si gettarono nel vuoto dalle scogliere con i loro bambini, piuttosto che accettare la schiavitù.
    Furono deportati. Dopo aver percorso, a piedi, più di mille chilometri, solo poche centinaia arrivarono a destino, vicino a Buenos Aires. I pochi rimasti oggidì, hanno perso la loro lingua e la loro religione. Adorano la Pacha Mama,o Madre Terra  e credono in qualcosa che è un ibrido tra il loro credo originario ed il cristianesimo.
    I cubani non sanno a sciare                                                                         
    Eravamo nella decade del ’60.  Vivevo a Roma. Sul Terminillo c’erano buone piste di neve e si poteva sciare per vari mesi dell’anno. Da Roma a Rieti, alla base del Terminillo c’erano solo 70 chilometri, che si potevano percorrere facilmente il venerdì notte, terminato il lavoro, o il sabato mattina. Da Rieti autobus appositamente attrezzati, portavano i turisti sino ai campi di sci. Considerando il tempo necessario per il ritorno, rimaneva più di un intero giorno da passare sulla neve. Con frequenza, in inverno, trascorrevo così il fine settimana.
    Una volta , sull’autobus che ci portava ai campi di neve, c’erano tre giovani, molto chiacchierini.
    Erano studenti cubani. Dicevano che vivevano a Roma con borse di studio ed erano venuti al Terminillo per conoscere la neve che , a Cuba, non avevano mai visto. Ma non erano vestiti per stare sulla neve. Portavano scarpe basse, pantaloni  comuni ed una giacca. È neppure una sciarpa.
    I passeggeri, seduti  vicino a loro, provarono a spiegare che non era prudente andare sulla neve vestiti così  ed ancora meno nei  giorni di vento o nevischio. Ma loro non si dettero per intesi.
    Non volevano sciare, dicevano, ma solo giocare un po’ su quella superficie così bianca e soffice.
    Arrivati a destino, scesero i primi passeggeri, poi i tre cubani che cominciarono a correre e saltare sulla neve recente. Quando ancora l’autobus non si era vuotato, i tre erano già di ritorno davanti all’entrata e chiedevano, per favore, che li lasciassero salire perché avevano freddo.  Avevano le scarpe piene d’acqua ed i vestiti zuppi.
    Gli autisti li fecero entrare e conservarono il motore dell’autobus acceso per scaldarli un po’, ma li avvertirono che dovevano aspettare almeno  una mezz’ora  prima di arrivare in città, dove avrebbero potuto asciugarsi, per non prendersi un bel raffreddore. Dalle loro facce si notava che erano molto delusi. Tutti i presenti sorridevano e scherzavano parlando dell’accaduto.

     
    Fascismo.
     
    Il fascismo nacque in Italia, per opera di Mussolini, dopo la prima guerra mondiale. Era un periodo molto difficile politicamente ed economicamente. Da pochi anni era finito il conflitto che aveva diviso il paese in pacifisti ed interventisti. Nel dopoguerra nacque un movimento politico nazionalista e rivoluzionario e fu instaurata la dittatura. In ogni campo prevalse la violenza. Ai nostri giorni si denominano come fascisti i regimi dittatoriali più svariati.
    Quando io frequentavo il ginnasio il regime di Mussolini trionfava in Italia e tutti gli studenti dovevano partecipare, il sabato pomeriggio, ad una parodia di esercizi militari, in divisa e con un moschetto di dimensioni ridotte, adatte a ragazzi di quell’età.
    Uno di quei sabati, non ricordo per quale motivo, mi fu ordinato di andare in un cortile prossimo a quello nel quale noi eravamo. Il cortile era pieno di ragazzi in divisa, organizzati in plotoni. A lato di ciascun plotone c’era un caposquadra che dirigeva esercizi militari.
    -“Uno, due, uno due”… “ avanti march”…” dietro front” e così via.
    I ragazzi dovevano essere allineati e marciare all’unisono, al ritmo delle grida del caposquadra. Ma non tutti erano ugualmente bravi. In particolare uno, piuttosto grassoccio, ubicato sulle fila esterna del plotone, mostrava difficoltà nel seguire il ritmo della marcia. Il caposquadra si fermò e, quando il maldestro fu a suo fianco, fece due passi adeguandosi al suo ritmo e, contemporaneamente, prima con la mano sinistra, poi con la destra, lo colpì sul sedere, facendo seguire al tutto un bel calcio. Tutto fu tanto rapido che, si potrebbe dire, fu piacevole vedere tanta agilità. Sembrava un elegante esercizio ginnico. Ora, dopo tanti, tanti anni, quando leggo o ascolto la parola fascismo, non penso a definizioni politiche, ma solo a quella violenza. Mi risovviene, ben nitida, quella scena.
    Questo per me è fascismo.
     
    Plinio, il vecchio.
    Mi hanno regalato un libro: “Storia Naturale” di Plinio. Sì, di Plinio il vecchio, che morì sulla sua nave, nella baia di Napoli nell’anno 79, per essersi troppo avvicinato al vulcano, per studiare meglio l’eruzione che distrusse alcune città. Ricordo di averlo tradotto, in parte, al liceo, tanti anni fa.
    La “Storia Naturale è una specie di enciclopedia dei tempi degli antichi romani. Plinio dà informazioni su animali, vegetali, acque più o meno potabili. Accenna anche a malattie, medicine, magìa e parla molto male dei medici. La maggior parte di queste informazioni sono tratte da altri scritti. Molte anche da Aristotele, ed è fantastico constatare quante stupidaggini scrisse quest’ultimo per ciò che riguarda la biologia! Aristotele è Aristotele, un pilastro della filosofia, anche se vissuto più di duemila anni fa. Chi non ha letto “Il nome della rosa”?
    Ma ritornando a Plinio, ho avuto alcune sorprese. In un capitolo l’autore parla di “generazione spontanea”. Ed io che credevo fosse un modo di dire per risolvere il problema dell’apparizione di organismi dei tempi di Lazzaro Spallanzani, che visse nel 1700! Ho anche appreso che Nerone faceva bollire l’acqua e la raffreddava nella neve, prima di berla. È certamente non sapeva nulla di microbi ed altri microrganismi che fanno venire il mal di pancia.
    Plinio dice anche cose sorprendenti a proposito dei ferri di cavallo trovati per strada, cosa che anche ai miei tempi, quando ero ancor giovane, succedeva alcune volte. Se se ne trova uno e si raccoglie e conserva in qualche posto, si può stare tranquilli di non soffrire il singhiozzo, sempre che si ricordi il luogo dove il ferro è stato riposto. Io ho un ferro di cavallo , trovato per strada, appeso da tanti anni ad un ramo di un albero nel giardino e, pensandoci bene, in tutti questi anno non ho mai avuto il singhiozzo!
    Sapienza degli antichi romani!
    E nacque la scienza.
    ….e l’uomo cominciò a parlare e con la parola nacque il pensiero.
    Ma alcuni dicono il contrario, perché esistono i pappagalli. Allora prima il pensiero, poi la parola. Ma il problema dei pappagalli rimane.
    Gli uomini quando morivano non si muovevano e non parlavano più ed era difficile accettare l’idea che un uomo morto non esistesse più. Quindi si fece strada l’idea che almeno il pensiero appartenesse all’anima che, alla morte, come una nuvoletta, lasciava il corpo e ascendeva al cielo.
    Ma gli uomini vivevano per un certo periodo di tempo(gli anni non erano stati ancora inventati) e vedevano un sacco di cose che non avrebbero neppure potuto immaginare. Come erano nate? Così nacque Dio, o meglio nacquero tanti Dei, ognuno con la sua specialità.
    Ma queste erano idee solo di pochi privilegiati. Alcuni eletti si occuparono di riunire tutte queste buone idee in religioni e di predicarle alle masse ignoranti. E se alcuni, i più testardi, non volevano credere venivano eliminati in vari modi.
    Nacque così la fede.
    Le leggi della fede venivano predicate. Solo più tardi furono scritte, ma i libri erano pochi in quei tempi (mancava la carta!) e, nei buoni tempi antichi, erano poche anche le persone che sapevano leggere e scrivere.
    Ma la fede dava soluzioni a tutti i problemi. Bisognava credere e basta.
    Però col trascorrere del tempo ebbe origine la scienza. Molto lentamente e con qualche problema all’inizio. Bisognava andarci piano, con i piedi di piombo, perché si trattava di dare soluzioni razionali ad alcuni problemi che la fede affermava d’aver risolto.
    E l’uomo apprese, con la scienza, innumerevoli cose, in particolare come è fatto e come si muove questo nostro mondo. (Infatti è andato anche sulla luna!).
    Ma più cose apprendeva, più numerosi erano i nuovi problemi che si presentavano.
    Ora si sanno tante, tante cose nuove, ma nascono anche difficoltà mai immaginate.
    Il tempo e lo spazio, per esempio, erano cose semplici, come le avevamo studiate a scuola. Ma tempo e spazio infinito cosa significano? Si scrive anche che l’universo si espande, creando nuovo spazio-tempo. Difficile da capire.
    Ma se lo dicono i nostri saggi, bisognerà crederlo.
    Sembra anche che un determinato intervallo di tempo non sia sempre uguale in tutte le condizioni. In un campo gravitazionale, per esempio, due orologi, uno sulla terra e un secondo posto su un aereo che fa il giro del mondo, indicano tempi diversi. La fisica terrestre non è valida in tutto l’universo. Altro mistero incomprensibile.
    Anche tra i matematici, solo alcuni intendono quelle benedette formule che lo dimostrano. Sono geometrie difficili. E di nuovo si dovrà aver fede?
    Gli antichi testi religiosi erano scritti in lingue che solo alcuni conoscevano. Dicevano verità che la la maggioranza dei mortali non poteva leggere. E bisognava credere.
    Ora di nuovo, la maggior parte dei comuni mortali non conosce quelle orribili matematiche che rivelano verità difficili da immaginare. Bisognerà credere a quello che i nuovi sapienti ci dicono?
    Ci dicono anche che la luce è fatta di radiazioni, che sono onde di varia lunghezza o pacchetti di energia. E lo spettro delle radiazioni è grande, con onde di lunghezze chilometriche e lunghezze minori, microscopiche e la porzione dello spettro che noi possiamo vedere è solo una piccolissima frazione del tutto.
    E come vedremmo questo nostro mondo se i nostri occhi fossero sensibili alle macro-onde o alle micro? Forse penseremmo che Gulliver era privo di fantasia.
    Certo che se invece di spendere soldi per fabbricare carri armati e portaerei, li investissimo nella ricerca, quante belle cose potremmo scoprire nei prossimi tempi in questo nostro universo che, forse, non è neppure il solo esistente.
    Ma bisognerebbe far presto, perché io sono vecchio e c’è il rischio che non riesca a vederle.

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  3. NUGAE
    Riflessioni e ricordi di un vecchio emigrato
    Terza parte

    Marcello Fagioli

    La dolce vita.

    Alla fine degli anni ’50, in Italia e per lavoro, mi recai in auto a Rieti,
    nel centro della penisola.

    Arrivai nel tardo pomeriggio e non avevo altro da fare che aspettare l’ora
    della cena. Così, per passare il tempo, entrai in un cinema. Nel prezzo del
    biglietto d’entrata era compreso un avanspettacolo e in quell’occasione
    conobbi Dario Fo e Franca Rame, che ancora non avevano spiccato il volo
    verso la fama. Facevano avanspettacolo nelle piccole cittadine italiane.

    Dario Fo dal dialogo brillante e Franca Rame, una splendida e giovane
    signora con la chioma rosso fuoco, non erano ancora tanto conosciuti, forse
    perché dedicati al teatro e non al cinema, che stava fiorendo all’epoca. Col
    tempo Dario Fo ebbe un premio Nobel e Franca Rame divenne senatrice della
    Repubblica.

    All’avanspettacolo seguì un film dal titolo: La dolce vita, del quale non
    avevo ancora sentito parlare e le due ore seguenti passarono molto
    rapidamente. Mentre ritornavo all’albergo continuavo pensando al film perché
    ero rimasto sorpreso. Il film era diverso, questo lo sapevo. Diverso nel
    contenuto e nella maniera di raccontarlo.

    Certo, già tempo prima era cominciato la rinascita del cinema italiano, il
    neorealismo, il cinema nuovo. Ma questo era diverso. La scena finale con la
    conversazione tra due protagonisti, sulla spiaggia, era sorprendente. Una
    conversazione nella quale la ragazza gridava, ma non si ascoltava niente.
    Una cosa mai vista , che faceva pensare. Tutti quei brevi episodi della vita
    notturna di una Roma, rinata dopo la depressione e l’austerità seguita ad
    una guerra perduta.

    Ed io appartenevo alla generazione che aveva visto nascere i film detti dei
    telefoni bianchi, ed ora questo era il rinascimento del cinema. Tanti bei
    film, uno migliore dell’altro. Questi furono i veri ambasciatori dell’Italia
    all’estero. Quando venni a lavorare in Argentina, era frequente ascoltare le
    parole: pizza, Lollobrigida, chianti, “bellitalia” e la dolce vita.

    Quel film, la dolce vita, diventò il paradigma della vita notturna nelle
    grandi metropoli europee.

    Il progresso

    I giapponesi sono un popolo meraviglioso. Annientati, quasi, da una guerra
    perduta, hanno creato un’industria, prima di piccole cose, (io ricordo i
    loro giocattoli e il motoscafo che si muoveva nella vasca da bagno con una
    candelina accesa per produrre vapore), poi hanno invaso il mondo con le loro
    macchine fotografiche, le auto e l’elettronica.

    Per far fiorire le industrie c’è bisogno di sempre maggiori quantità
    d’energia, ma le esplosioni, recenti e meno recenti,delle centrali atomiche
    ha allarmato molti governi. E le radiazioni danneggiano le cellule, animali
    o vegetali che siano. Non si vedono, non si sentono e questo spaventa e
    terrorizza perché non si sa quando e come difendersi.

    L’umanità ha fatto grandi progressi nell’uso di nuove tecnologie e ciò crea
    situazioni che alcune volte non siamo capaci di controllare. Abbiamo dovuto
    subire le conseguenze di quanto accaduto a Cernobyl e ci hanno detto che era
    stato un incidente che difficilmente si sarebbe ripetuto. Però non è stato
    così. L’umanità ha cominciato ad addentrarsi in regioni del sapere ignorate
    sino a poco tempo fa e… hic sunt leones!

    Dobbiamo conoscere sempre di più, anche per evitare altri incidenti. Il
    problema che si pone è quantitativo. Sino ad ora il pianeta terra è stato
    sufficientemente grande per ospitare un numero enorme di individui di una
    sola specie: l’umana, e per sopportare i vari incidenti causati dall’uomo. È
    stato sufficientemente ricco di materie prime per soddisfare le esigenze
    delle sue industrie. È stato ragionevolmente protetto da una spessa
    atmosfera ed ha conservato una quantità di vegetazione che mantiene,
    nell’aria, una percentuale di ossigeno che permette la vita.

    Ma le cose cominciano a cambiare pericolosamente e non bastano più le norme
    religiose, che sono alla base delle regole che governano le nostre società,
    per guidare il mondo e si dovrà avanzare nelle conoscenze. Non saranno più
    sufficienti borse di studio e fondazioni dai nomi più o meno famosi per
    poter affermare che si fa ricerca. Inizierà, o forse è già iniziata, l’era
    della scienza.

    Sino ad ora l’umanità è vissuta nell’era delle religioni. Sono state le
    religioni che l’hanno aiutata a vivere. Ora nessuno potrà più fermare l’era
    della scienza. Cosa significhi il cambiamento che prima o poi avverrà,anche
    se gradualmente, ognuno può tentare d’immaginare.

    Calcolatori elettronici

    Il calcolatore elettronico ha la memoria e la memoria fa parte delle nostre
    funzioni cerebrali.

    Si tratta di una memoria, si può dire, in vitro. E l’istinto non è altro che
    il bottone “inizio” di un grande programma del PC. Il disco rigido è
    l’hardware che corrisponde al sistema neuronale. L’hardware usa energia
    elettrica. Le funzioni cerebrali sono attivate dall’energia elettrochimica.

    Già Galvani aveva messo la prima pietra dell’edificio di questi saperi. Poi
    la sua scoperta è stata trascurata, forse perché indizio di problemi molti,
    molto difficili. Ora i calcolatori elettronici sono di grande aiuto.

    Io ho passato le metà del mio tempo lavorativo raccogliendo dati dei miei
    campi sperimentali e trattandoli statisticamente con una calcolatrice, prima
    manuale, poi elettrica. Solo negli ultimi anni di lavoro sono comparsi i
    calcolatori elettronici. All’inizio era difficile trovare i software, i
    programmi. Ed io passavo molto tempo a fare un programmino adatto alle mie
    ricerche e poi, sempre con il PC, in un solo giorno, ottenevo i risultati
    dell’analisi dei dati di un intero anno, con il risparmio di una infinità di
    ore di lavoro.

    Ci sono tante cose da studiare, tanti problemi da risolvere, la maggioranza
    dei quali, o almeno i principali, furono presi in considerazione già dagli
    antichi greci, fondatori della nostra cultura, ma non veramente risolti.

    È sorprendente ricordare come molti di questi temi siano stati trattati da
    filosofi, poeti, alchimisti e sempre in modo diverso e secondo le
    limitazioni della fantasia e della logica umana. Alla fine si cadeva sempre
    nella verità rivelata.

    La ragione non ha capacità illimitate, ma è l’unico cammino che l’umanità
    può percorrere, anche se ho molti dubbi che l’uomo possa dare soluzione ad
    alcuni problemi fondamentali delle esistenze.

    Una storiella surreale

    Ora sono uscito dal pozzo o almeno questo credo. Ma ormai in pensione,
    vecchio, solo e con vari acciacchi, mi riesce difficile trovare uno scopo
    alla vita.

    La storia è cominciata vari anni fa. La mia compagna, che lo era da più di
    cinquant’anni, si è ammalata. Una malattia di quelle che non perdonano.
    All’inizio si viveva abbastanza tranquilli. Chiaro c’erano le visite ai vari
    neurologi, nelle quali bisognava capire anche quello che essi non dicevano,
    ma lei era indipendente. Si parlava, si usciva, s’andava al ristorante
    quando ne avevamo voglia. Poi tutto precipitò.

    Lei aveva impedimenti per camminare e terminò su una seggiola a rotelle.
    Cominciarono le prime difficoltà per parlare e dopo un po’ di tempo divenne
    silenziosa. E i giorni passavano e nella casa c’era il viavai delle signore
    che la accudivano. Poi c’era la specialista che tentava invano d’insegnarle
    a parlare di nuovo, la nutrizionista, la terapeuta che la faceva camminare
    con piccoli passi, uno alla volta. E, nel pomeriggio, un’altra signora
    cercava d’intrattenerla con passatempi, carte, dama ed altri giochi, nei
    quali l’accompagnante giocava per tutte e due.

    E periodicamente dovevo ricoverarla in clinica. E i medici, le farmacie, le
    visite sempre più rare di coloro che erano state sue amiche. E sempre più
    rare divennero anche le visite dei medici, che solo alla fine dissero
    chiaramente che non c’era niente da fare. Col tempo lei rimase immobile nel
    letto, nel quale anch’io, la sera, disfatto, mi sdraiavo addormentandomi
    immediatamente. E la mattina mi svegliavo già stanco e tutto ricominciava da
    capo. Una vita d’inferno. E c’erano anche tante cosa da fare fuori casa. Ed
    io non volevo muovermi per controllare che tutte le persone estranee
    facessero il loro dovere.

    Poi dovetti subire una operazione chirurgica per controllare una brutta
    malattia. E allora chiesi aiuto. Tante, tante volte, ma tutti avevano il
    loro lavoro e le loro cose da fare. È logico. Erano lontani e dovevano
    curare i loro interessi. Quante telefonate solo per una rapida visita e
    quante telefonate inutili. E sempre più spesso i telefoni di coloro ai quali
    chiedevo qualche favore divenivano muti.

    Quando anch’io mi ammalai ci fu un periodo nel quale non sapevo chi se ne
    sarebbe andato prima, se io o la mia compagna. Mi operarono. E tornai a casa
    con la speranza d’esser guarito.

    La mia compagna se ne andò per sempre. Tutta una tragedia greca! Dopo aver
    trascorso mesi neri, ora so cosa significa la depressione ma, ripeto, credo
    d’esser uscito dal pozzo.

    Ripensando a tutto quanto mi è accaduto in questi ultimi tempi, mi sono
    trovato d’accordo con Nietzsche: bisogna essere forti e implacabili nella
    vita quotidiana, come lo furono i nostri progenitori (la bestia bionda) ed
    ho ricordato una storiella surreale, ascoltata tanti, tanti anni fa,
    quand’ero studente all’università:

    “Un carro armato, un po’ arrugginito, un po’ sgangherato, si avvicinò al
    Colosseo e disse: -Colosseo!..Colosseo!, tu che hai vissuto più di mille
    anni e sei saggio ed hai visto tante cose, tu conosci la vita….abbi
    pietà….aiutami! Sono vecchio e malato, non più in grado di mantenere la
    mia famiglia. A casa ho tanti figli, tanti carri-armatini che hanno fame.
    Dammi un po’ di pane.

    -Ma il Colosseo non rispose.

    E di nuovo il carro armato: –Colosseo!..Colosseo!, tu che hai vissuto più
    di un millennio …aiutami! … .

    -Ma il Colosseo restò muto. E così, di seguito, molte altre volte.

    Alla fine il narratore, cambiando tono, con voce profonda, dice: -Morale
    della favola: ” Non chiedete pane al Colosseo, tanto non ve lo dà!”

    Crisi agricola.

    Forse sta cominciando una crisi agricola mondiale. I prezzi delle derrate
    crescono nei mercati internazionali. Le rivolte delle popolazioni del nord
    d’Africa, dei nostri giorni, sembrano essere causate, in parte, dalla fame
    della povera gente. E c’è fame in molte regioni dei vari continenti, anche
    se queste notizie non appaiono spesso sui giornali o sulla televisione.

    C’è siccità e fame nel “Corno d’Africa” e in Africa c’è sempre fame da
    qualche parte.

    Nel secolo passato grandi progressi sono stati realizzati nell’ambito
    agricolo. Ma la popolazione mondiale è cresciuta enormemente. Tornerà di
    moda Malthus? Ricordo che c’era un modo di dire, in passato, quando si
    voleva disprezzare qualcuno: “ma vai a fare il contadino!” Ma il contadino,
    ai nostri giorni, deve destreggiarsi con conoscenze di biologia, di fisica,
    di chimica ed economia, e non deve contribuire al cambiamento climatico.
    C’erano molte idee non dico sbagliate, ma non esatte nel mondo agricolo di
    ieri.

    Nelle regioni i cui terreni erano poveri di fosforo, era necessario
    incorporare grandi quantità dell’elemento, si diceva, per elevare i
    rendimenti delle varie coltivazioni, senza preoccuparsi molto, perché tanto
    il fosforo viene trattenuto dalle argille. Poi si è scoperto che il fosforo
    può raggiungere la foce dei fiumi ed i laghi, causando grande sviluppo delle
    alghe che consumano l’ossigeno presente nelle acque e provocano la morte di
    tutto quanto vive.

    Grandi incrementi dei raccolti sono stati ottenuti con l’uso di
    fertilizzanti azotati, prodotti dall’industria chimica pesante, e poi ho
    letto che in alcuni paesi è stato proibito l’uso degli stessi quando i
    nitrati superano certi limiti, nel suolo, perché troppo pericolosi per
    l’uomo.

    Si è sempre insegnato nella scuole di agricole e non, che bisognava arare i
    terreni prima della semina e che maggiore era la profondità della rimozione
    del suolo meglio era, tanto le nostre industrie erano capaci di produrre
    trattori sempre più potenti.

    Poi abbiamo visto che in questa maniera si rendeva sempre più grave
    l’erosione idrica ed eolica della parte del suolo più superficiale, la più
    ricca, la più fertile. Questo nei paesi meno sviluppati dove non si
    praticava l’agricoltura intensiva, perché nei paesi di più antiche
    tradizioni tutto quello che poteva essere eroso dall’aratro, lo era già
    stato. Ed ora si cerca di rimediare seminando direttamente nel terreno,
    senza arare.

    Tutte cose che si studiano nelle Università e Stazioni Sperimentali
    Agricole, ma che sono ancora poco conosciute. Queste ricerche sono difficili
    e richiedono tempo. E come in tutte le ricerche si commettono errori. Errori
    nei campi sperimentali che, ogni volta, fanno perdere un intero anno. Errori
    cui si può mettere rimedio più facilmente, in laboratorio, dove i dati che
    corroborano quelli ottenuti in campo possono essere validati in tempi brevi.

    Ed infine la elaborazione statistica dei risultati ci permette ottenere
    medie con intervalli fiduciari, al livello di probabilità scelto. E tutto
    questo per ottenere un’indicazione sulla via da seguire nella ricerca,
    secondo l’ipotesi di lavoro presa in considerazione. Questo significa tempo,
    molto tempo e denaro, molto denaro. Cose poco disponibili.

    Nel secolo ventesimo è stata disprezzata l’ipotesi di Malthus ( la
    progressione aritmetica dell’incremento delle produzioni agricole e la
    progressione geometrica dell’aumento della popolazione mondiale ). Certo
    Malthus fece i calcoli con i dati del suo tempo. Inoltre nel secolo
    ventesimo sono stati realizzati progressi sorprendenti in agronomia. Ma ora
    si hanno le prime avvisaglie della realtà delle sue previsioni. È
    sufficiente pensare al numero di individui presenti nelle diverse
    popolazioni.

    E bisogna poi tener presente che gli esseri umani, che cercano nuovi
    orizzonti, hanno diritto non solo a sopravvivere, ma anche a vivere con
    dignità, come veri esseri umani. E la natura sembra non aver previsto questa
    esigenza. C’è molto da fare nella ricerca agricola e bisogna farlo in
    fretta.

    E non sarebbe male promuovere la lettura del libro di J. Steinbeck: “The
    grapes of wrath” insieme alle teorie di Malthus.

    Fisica e agricoltura

    Alcuni giorni fa ho letto una pubblicazione in cui si parlava dell’acqua nel
    suolo. Vi erano citati alcuni miei lavori realizzati quando, ancor giovane,
    lavoravo in una stazione sperimentale in Argentina. In quei tempi, in questo
    grande paese agricolo, si poteva ancora fare ricerca indipendente.

    Io studiavo la morfologia degli apparati radicali di alcune coltivazioni
    agricole ed i miei dati sperimentali mostravano che le radici avevano la
    capacità di esplorare il suolo a profondità notevoli, anche di vari metri.
    Allora si presentò l’altro problema. Quale era l’apporto, allo sviluppo
    della vegetazione, dell’acqua e degli elementi nutritivi presenti nelle
    successive cappe del suolo, a sempre maggiore profondità.

    Un metodo era l’uso di elementi radioattivi che io scelsi, visto che gli
    altri metodi erano per lo più distruttivi e richiedevano un enorme quantità
    di lavoro. Ma gli elementi necessari per questa ricerca non si vendono in
    farmacia! Così dovetti fare un corso di vari mesi per ottenere
    l’autorizzazione per l’uso di radioisotopi. Con la collaborazione
    dell’Istituto Nazionale per l’Energia Atomica che fornì, in prestito, alcuni
    apparati costosi, riuscii nell’intento.

    Ed era molto eccitante poter seguire come le radici penetravano in
    profondità e come variava il profilo idrico nel suolo a seguito
    dell’estrazione dell’acqua. Era possibile vedere, inoltre, le variazioni
    riportate su grafici e calcolare i consumi idrici richiesti per produrre
    ciascun chilo di grano, di mais, etc., tutte cose venute di moda
    recentemente e di cui parlano anche i quotidiani in questi ultimi anni, da
    quando si è resa manifesta la preoccupazione dei governi per questi
    problemi.

    Ma lavorare con elementi radioattivi in una sperimentale agricola presenta
    anche alcune difficoltà. Tutti avevano paura delle radiazioni e delle
    possibili contaminazioni, anche se ancora non era avvenuto l’incidente di
    Chernobyl e non si conoscevano le terribili conseguenze delle esplosioni
    delle centrali atomiche del Giappone. Certo le radiazioni, anche se
    controllate, non si sentono e non si vedono e questo spaventa.

    Così una volta dovetti caricare i miei apparati da “apprendista stregone” su
    un’auto e portarmeli a casa in seguito alle lamentele del personale
    dell’amministrazione che, in fin dei conti, non aveva niente a che fare con
    tutte quelle strane cose.

    Ed ho sempre ricordato a quando, in Italia, si parlava dei ragazzi di via
    Panisperma che, a Roma, lavorarono in fisica teorica, nel periodo compreso
    tra le due guerre mondiali. Là lavorava Fermi, poco più che ventenne, il
    quale aveva avuto la grande fortuna di cominciare sotto la direzione di un
    vecchio e saggio fisico, che lo apprezzava molto e lo aiutò a creare la
    cattedra di fisica moderna. Cosa rara, con il sistema delle baronie
    imperante nelle Università. Così si formò un piccolo gruppo di giovani
    entusiasti, che fecero grandi cose.

    Ma qualcosa di strano doveva pur esserci nel destino di tutti quei giovani.
    Fermi finì in America, a Los Alamos, a fabbricare la prima bomba atomica, e
    morì di cancro. Majorana, un giovane geniale, semplicemente scomparve dopo
    essere stato nominato professore nell’Università di Napoli, ed ancora oggi
    non si sa cosa gli sia successo. Pontecorvo, quando ancora esisteva la
    cortina di ferro, fuggì in Russia a dirigere un istituto dove ci si occupava
    dei suoi neutrini. Segre se ne andò anche lui in America a vincere un premio
    Nobel. Rasetti, non appena ottenuta la pensione, partì per il Canada,
    dedicandosi alla coltivazione delle orchidee. Di altri non so.

    A Roma rimase Amaldi che lavorò molto alla creazione di istituti di ricerca
    europei. Oggi, si parla ancora molto di quei ragazzi di via Panisperma, e ci
    si riferisce a loro come la “Scuola di Roma”.

    Il sorriso degli Dei.

    “Zefiro torna e ‘l bel tempo rimena,

    e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,

    ..e primavera candida e vermiglia…”

    Questa è poesia. Questa è primavera. Ma poi il canto termina col il pianto
    per la perdita di Laura. E la stessa cosa accade con le poesie di un altro
    grande:

    …Passero solitario, alla campagna

    Cantando vai finché non more il giorno;

    Ed erra l’armonia per questa valle.

    Primavera d’intorno

    Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

    Sì che a mirarla intenerisce il core.

    Anche questa è primavera, primavera vera, ma tutto termina tristemente.
    Sempre la stessa storia. E poi chissà perché tanti scrivono in versi.
    Nessuno ha mai saputo spiegarmelo, perché è poesia anche:”Addio, monti
    sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a che è
    cresciuto tra voi,…..” e non è scritta in versi.

    Ma queste son tutte cose che si studiano da giovani, al liceo e restano un
    vago ricordo e non se ne parla più. Però si rileggono al finale della vita e
    son causa di un sorriso, appena accennato, sulle labbra di vecchi bastonati
    dalla vita. Solo un accenno di sorriso, come quello che si osserva sulle
    labbra delle statue degli antichi Dei greci, perché loro sapevano che la
    felicità è passeggera ed è uno stato d’animo variabile che non s’addice ad
    una divinità, che deve solo sorridere, sorridere appena, ma eternamente.

    Il cane del vicino della casa accanto.

    Sono molti anni che vivo nella stessa casa e nulla è cambiato. Solo da un
    paio di settimane è comparso un cane tutto nero, né grosso, né piccolo, uno
    di quei tanti bastardi che vanno e vengono nella città. Nei primi giorni
    della sua comparsa mi seguiva sempre, tutte le volte che uscivo, fino al
    fondo della strada. Poi tornava indietro. Cercava in me il padrone. Aveva
    scelto come residenza un angolo davanti alla porta del garage del vicino
    della casa accanto.

    La famiglia del vicino aveva già due cani ed evidentemente non aveva
    intenzione di adottarne un altro. Però si preoccupava di lasciare sul
    marciapiede un po’ di acqua e qualcosa da mangiare. E il cane randagio
    intese che la sua nuova posizione sociale poteva essere quella di guardiano
    della casa, anche se non gli era permessa una maggiore intimità con la
    famiglia. Allora il suo comportamento, nei miei riguardi e nei riguardi dei
    passanti, cambiò.

    Quando ci si avvicinava alla porta del garage si erigeva sulle quattro zampe
    e abbaiava disperatamente. Era evidente che voleva imporsi come guardiano
    della casa e che stava assolvendo il suo compito. E questo comportamento
    durò per alcuni giorni. E doveva essere così con tutti i passanti, perché
    l’incaricato di portarmi in casa il giornale andava in giro con un bastone
    per difendersi dalla bestia.

    Ultimamente il suo comportamento è cambiato di nuovo. Non abbaia più
    minaccioso quando gli passo davanti. Solamente solleva la testa, mi guarda e
    resta accucciato sul marciapiede. Sembra aver inteso che l’abbaiare non è
    servito a migliorare la sua posizione sociale di “guardiano non richiesto” e
    che io non ho poteri per aiutarlo nel suo tentativo di ottenere un lavoro
    stabile.

    Allora ho pensato che gli uomini non vogliono o sono incapaci d’intendere
    gli animali. Cartesio negava in essi la presenza di qualsiasi realtà non
    materiale. Negli animali anche il dolore, innegabile, non è vero dolore, ma
    solo un riflesso organico! Ma negli animali c’è intelligenza. Non può
    esprimersi, perché non ci sono organi per farlo, esattamente come agli
    uomini mancano organi appropriati per vedere, ascoltare o toccare altre
    realtà che non vediamo, non ascoltiamo, non sentiamo e solo, forse,
    immaginiamo e tentiamo di definire, senza poterle comprovare con quei
    criteri della moderna scienza che ci sono familiari.

    A proposito…, sono vari giorni che il cane, che voleva fare il guardiano
    della casa accanto, non si fa più vedere. Forse ha capito che è meglio
    cercar altri orizzonti di lavoro. Come fanno gli emigranti.

    Cosmogonia

    …Interminati spazi…e sovrumani

    Silenzi, e profondissima quiete

    … Ove per poco..Il cor non si spaura…

    Quando gli anni sono molti è necessario cercare risposte ad alcune domande
    che tutti si pongono, se si vuole raggiungere quella “profondissima
    quiete… ove il cor non si spaura “.

    Ed i vecchi si chiedono: chi sono, da dove vengo, dove vado?

    Da dove vengo e dove vado io non lo so. So solo che ho i piedi appoggiati
    sulla superficie di un pianeta che gira. All’inizio, ci dicono, qualcosa
    delle dimensioni della testa di uno spillo, esplose e il prodotto
    dell’esplosione sta ancora espandendosi ai nostri giorni, in forma di
    stelle, pianeti, galassie e cumuli di galassie. Espandendosi dove? In uno
    spazio con la sua quarta dimensione, il tempo, che si crea con
    l’espansione… difficile da intendere.

    Dopo l’esplosione si formarono particelle sub-atomiche e poi atomi e
    molecole.

    Gli abitanti della Grecia classica, sorprendentemente geniali, si erano resi
    conto che la materia poteva essere suddivisa all’estremo. Prima in due, poi
    in quattro, poi in otto parti e così successivamente, ma che il processo non
    poteva continuare all’infinito, altrimenti si finiva come nel caso di
    Achille che insegue la tartaruga, ma Zenone si sbagliava e l’ultima
    particella, che non poteva più essere divisa, fu chiamata atomo. E la
    scienza umana, in fatto di fisica atomica, rimase a questo punto per
    millenni. Poi alcuni fisici cominciarono ad occuparsi dell’atomo e lo
    immaginarono a somiglianza di un sistema stellare. Un nucleo centrale
    costituito da particelle (protoni e neutroni), attorno al quale girano gli
    elettroni, che equilibrano il sistema con le loro cariche negative. La
    materia sarebbe sostanzialmente spazio vuoto.

    E poi sono saltate fuori molte altre particelle ad ognuna delle quali è
    stato dato un bel nome e tra queste ci sono i positroni, che sarebbero
    elettroni con cariche elettriche positive. Ed anche le altre particelle, con
    elettricità positiva e negativa, avrebbero ognuna la particella con carica
    contraria. Vale a dire che ogni costituente della materia avrebbe il suo
    contrario, cioè esisterebbe la materia e il suo contrario, l’antimateria.
    Esisterebbe un mondo positivo ed un mondo esattamente uguale, ma con carica
    negativa.

    Avrà niente a che fare questo con l’eterno ritorno e l’idea che si ritorna
    sempre al principio, perché l’elettricità positiva reagisce con la negativa,
    causando esplosioni. E forse questo è avvenuto nell’universo. Materia e
    antimateria hanno causato il big bang, creando uno spazio-tempo nel quale
    anche noi siamo sospesi. Il nostro universo non sarebbe altro che la
    differenza, tra materia positiva e negativa, che sarebbe rimasta accanto ad
    una quantità enorme di energia, che gli astronomi chiamano energia oscura
    che non possiamo vedere né localizzare con i nostri magnifici apparati, ma
    che esisterebbe e che spiegherebbe l’espansione, a sempre maggiore velocità,
    dei confini dell’universo nello spazio-tempo. E forse tutto si ripeterà da
    capo. Anche questo è difficile da capire. Forse occorreranno altri mille
    anni per intendere qualcosa di più!

    Poi le particelle si unirono per formare molecole e solidi, liquidi e gas.
    Come avvenne la formazione di solidi, liquidi e gas, con enormi pressioni e
    temperature, possiamo immaginarlo. Più difficile è immaginare come si passò
    dalle rocce alla materia organica e come le molecole si unirono in
    amminoacidi.

    Anche Napoleone disse qualcosa sull’argomento quando volle dare una
    spiegazione all’origine della vita, affermando che forse l’elettricità era
    stata la causa di tutto (aveva conosciuto Volta!).

    E alcuni amminoacidi si unirono in catenelle con incastri (simili a quelli
    che i falegnami fanno per unire due pezzi di legno) e sempre nella stessa
    forma elicoidale e levogira, in tutti gli animali. Quando questi amminoacidi
    trovarono la maniera di riprodursi, formarono geni e cromosomi, che solo da
    pochi anni abbiamo imparato a conoscere nella loro forma di spirale.

    Ai miei tempi lo studio della genetica non andava più in là di Mendel e
    Morgan, con il suo moscerino, la drosofila, e poco più. Che tutti gli
    amminoacidi, negli animali, siano levogiri forse è dovuto al fatto che in
    origine se ne formò uno solo che poi si riprodusse, tanto è difficile che il
    fatto si verifichi (cioè che abbia origine la vita). Inoltre questa prima
    sintesi doveva avere la capacità di riprodursi e formare molti geni e
    cromosomi uguali ed infine il primo microrganismo. Seguì l’evoluzione.

    E l’insieme dei geni, guidato dal caso, andò verso una sempre maggiore
    complessità. Si trasmise da individuo a individuo all’interno della specie e
    le mutazioni portarono alla creazione di nuove specie. Forse sono sempre gli
    stessi geni che, modificati, si si trasmettono in nuovi individui, poi in
    nuove specie e, insomma, vogliono vivere eternamente (“il gene egoista!”). I
    singoli esseri muoiono in tempi brevi e per motivi futili. Gli individui
    sembrano non essere importanti. Noi non siamo importanti.

    Gli esseri viventi sono formati da atomi e quindi, fondamentalmente, da
    vuoto ed energia. Galvani, il grande dimenticato, aveva scoperto che negli
    organismi animali c’era energia elettrica. Ed è l’elettrochimica che fà
    funzionare tutti gli organismi ed il sistema nervoso che, solo nella testa,
    può avere fino a 100 mila milioni di neuroni (quanti Gb!), tutti connessi
    tra loro mediante neurotrasmettitori.

    E nessuno sa ancora come tanti neuroni interagiscono tra loro ed allora…il
    pensiero! Chiaro, viene subito in mente il PC. Ma il salto è grande.

    Infine, questa è la mia cosmogonia. Migliore di quella che i primi homo
    sapiens seppero immaginare o ignorare come fece Budda, perché non serve per
    vincere il dolore e raggiungere la “profondissima quiete”. Se qualcuno ha
    una cosmogonia migliore mi informi perché, data la mia età, se dovrò
    andarmene, voglio almeno sapere dove ho posato i piedi sino ad ora.

    Una passione

    Dopo la laurea, in Italia, avevo ottenuto l’incarico d’insegnare in una
    scuola tecnica. La mattina dovevo alzarmi presto e viaggiare per un’ora
    buona prima d’arrivare a destino. Di tutti quei viaggi ricordo i lunedì,
    quando il vagone si riempiva di gente che conversava delle partite di calcio
    del giorno anteriore, della domenica. Ed io ero sulle spine, perché non
    avevo visto nessuna partita, né ero tifoso di nessuna squadra e rimanevo
    isolato e silenzioso, sino alla fine del percorso.

    In casa, mio padre non si interessava a questo sport, se sport si può
    chiamare veder giocare altri, seduti comodamente in casa, ascoltando la
    radio. Non c’era ancora la televisione e naturalmente anche tutta la
    famiglia ignorava olimpicamente quel divertimento. Così tutti i lunedì non
    vedevo l’ora d’arrivare a destino e porre termine a quella specie di tortura
    e pensavo che gli italiani erano tutti un po’ fanatici.

    Poi, per lavoro, mi trasferii in Argentina e caddi dalla padella alla brace,
    perché qui il paese è un esportatore di calciatori professionisti! Ma nei
    giorni scorsi ho ascoltato un discorso che mi ha lasciato sconcertato.

    Alla televisione, sul canale trasmesso dall’Italia, una gentile signora
    parlava della guerra fredda, del muro di Berlino, delle tragedie avvenute
    nel tentativo di passare da un lato all’altro della Germania, di famiglie
    separate e tra queste funeste tragedie era compreso il fatto che i tedeschi
    erano costretti a giocare i campionati di calcio in due nazionali
    differenti!

    Mi sembra che si stia esagerando. Io, da scettico tifoso, non vedo nulla di
    tragico nel fatto che esistano due squadre nazionali per uno stesso paese
    e… non vorrei che si ritornasse alle usanze degli antichi aztechi, quando
    il capitano della squadra perdente veniva sacrificato!

    La creazione dell’uomo

    Seduto su una poltrona, d’inverno, con le gambe al sole che entrava da una
    finestra grande e luminosa, vedevo nitido il contorno di un piede e mi
    domandavo chissà in quale parte dei cromosomi saranno i geni che guidano la
    sua crescita e poi ne conservano la forma. E mi venne in mente la creazione
    dell’uomo, di Michelangelo, con la mano di Dio tesa a raggiungere quella di
    Adamo, per trasmettergli la vita. Decisamente Michelangelo era molto
    ignorante in fatto di genetica! Non fu quel vecchio dai capelli candidi che
    dette forma e vita al piede. Furono i geni presenti nei cromosomi.

    Ma quanto tempo abbiamo dovuto aspettare per modificare le fantasie scritte
    in uno dei primi libri dell’umanità, una umanità di pastori, che ben poco
    sapevano di genetica. E ben poco ne sappiamo ancor noi, dopo migliaia di
    anni, anche se siamo ben coscienti di aver fatto grandi progressi.

    La vita

    Non occorre essere grandi biologi per rendersi conto che esiste una volontà,
    nella natura, che vuole creare sempre più vita. È come una grande fabbrica
    di auto. La fabbrica usa metalli, materiale plastico, un gran numero di
    piccole quantità d’altri prodotti e, ai nostri giorni, apparati elettronici.
    La natura usa proteine, lipidi, ormoni, molta acqua, un gran numero di
    piccole quantità di altri prodotti e un sistema nervoso (e quindi pensieri,
    sentimenti ed un sacco d’ altre cose che chiamiamo intelligenza).

    Nella fabbrica di auto alcune volte qualcuno sbaglia e le auto,
    apparentemente perfette, non vincono le corse. Nella creazione di esseri
    viventi accade esattamente la stessa cosa.

    La fabbrica produce un gran numero di auto per venderle. La natura produce
    un gran numero di individui. Per farne che? Ma, infine, sembra che la vita
    sia una cosa abbastanza rara nella piccolissima parte dell’universo che
    stiamo tentando di esplorare e, forse, non molto importante.

    …”come l’aratro in mezzo alla maggese”.

    Giovanni Pascoli è stimato un poeta leggero, sentimentale, che nei seguenti
    pochi versi sembra presagire la fine dell’aratro, usato dall’uomo nel corso
    di millenni e che ha accompagnato, con continui perfezionamenti, lo sviluppo
    della civilizzazione.

    “Nel campo mezzo grigio e mezzo nero

    resta un aratro senza buoi, che pare

    dimenticato, tra il vapor leggero.” (1)

    Nel 1960, quando cominciai la mia attività nei campi di La Pampa, in
    Argentina, notai che il dispositivo per regolare la profondità del lavoro,
    negli aratri, era sempre fissato a 15 cm.

    Certamente qualcuno aveva provato a variare la profondità, sempre in modo
    molto superficiale, ed aveva affermato che questa era la profondità ottima
    per i campi della zona. Credo che nel paese non esistessero i cosiddetti
    aratri da scasso. Ma io volli provare ad arare a varie profondità, senza
    immaginare che sarei arrivato alla conclusione esattamente contraria
    all’ipotesi di lavoro, che fosse meglio realizzare lavori profondi: meglio
    eliminare l’aratro!

    Studiando la semina diretta, senza rimozione del suolo, risultò che questa
    era, in ultima analisi, la più conveniente, perché consentiva la
    conservazione del suolo e dell’acqua e minori spese per le lavorazioni.
    Quindi si poteva abbandonare l’aratro, “senza buoi, dimenticato, tra il
    vapor leggero”.

    E questa sarà la tecnologia del futuro nella maggior parte dei paesi
    produttori di derrate agricole.

    1)(Da: Lavandare di Giovanni Pascoli).

    Colonialismo e Imperialismo.

    Eravamo seduti ad uno di quei tavolinetti sistemati davanti ad un bar, su
    una piazza, in una città dell’America Latina. Dall’altro lato della piazza
    erano fermi alcuni tassì in attesa di clienti.

    Ad un certo momento un signore, seduto ad un tavolino adiacente, trasse
    dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di dollari e, scelto accuratamente un
    biglietto da cinque, lo piegò longitudinalmente e tenendolo tra il dito
    indice ed il medio della mano alzò il braccio, agitandolo in maniera da
    essere visto dalle auto in attesa di clienti. Immediatamente un tassì si
    mise in moto e si avvicinò. Il cliente si alzò e, sempre con il biglietto
    tra le dita, si sistemò sul sedile posteriore dell’auto, che si allontanò
    rapidamente. Io rimasi pensieroso: era questo colonialismo o imperialismo?

    Leggo in una enciclopedia che il colonialismo si differenzia
    dall’imperialismo perché il primo impone la propria cultura alle popolazioni
    sottomesse.

    Evoluzione in atto.

    Credo che l’umanità stia evoluzionando. Molto, molto lentamente ma
    evoluzionando, anche se non sempre nella giusta direzione.

    Eravamo ad una cena. Avevo vicini una signorina molto chiacchierina ed un
    signore corpulento. Questi era un professore che insegnava fisico-chimica in
    una università. Mi sembrava che quest’ultimo avrebbe dovuto essere un
    prodotto ultimo dell’evoluzione, Un punto d’arrivo ai nostri giorni. Ma ora
    spero che non sia così.

    La signorina, infatti, raccontava un episodio che aveva fatto scandalo.
    Genitori che avevano picchiato una loro bambina di pochi anni. Il professore
    intervenne nella conversazione deplorando profondamente l’accaduto.

    -Io, disse, non ho mai picchiato i miei figli, che ora sono grandi. Mai
    toccati con un dito.

    Certo che in alcune occasioni ho dovuto punirli, ma solo per imporre alcune
    regole che non devono essere trascurate in una famiglia. Io prendevo il
    colpevole e lo mettevo sotto la doccia d’acqua fredda. E mentre lui
    piangeva, chiedevo:

    -vuoi ancora bene a papà? E la doccia si interrompeva solo quando il piccolo
    diceva sì. Così non c’era violenza.

    La signorina chiacchierona rimase muta. Io non ebbi il coraggio di chiedere
    a che temperatura fosse l’acqua della doccia. Non esistono fatti, ma solo
    interpretazione dei fatti ma, talvolta, è difficile intendere l’evoluzione
    ed il suo prodotto finale e se l’evoluzione ha davvero una finalità.

    Scherzo

    In questo momento il passato non c’è più. Il futuro non c’è ancora. C’è il
    presente, ma è un attimo.

    Ecco…, ora è già l’attimo seguente! È il “panta rei” degli antichi greci,
    anche se la teoria dei limiti dice che la divisibilità dei tempi non potrà
    seguire all’infinito e che Zenone non aveva ragione e Democrito sì,
    quindi… anch’io dovrò lasciare questo mondo. Come tutti.

    Sono vecchio. Ho tanti anni. “La favola breve è finita” e non mi resta molto
    tempo. Tutti lo dicono. Ma io non so cos’è il tempo…l’inizio dei
    tempi…il tempo infinito! È uno di quei pensieri che ti fanno disperare.

    Accidenti… mi vien voglia di dire due parolacce come quando, dopo aver
    lasciato l’auto all’aperto, “a mezza notte, il verno” il mattino seguente
    scaricavo inutilmente la batteria e perdevo la speranza d’arrivare in orario
    al lavoro.

    Ma ho trovato una risposta alla domanda di cosa è il tempo. Una bella
    risposta.

    “È l’ombra d’un sogno che fugge…”.

    E chi ha detto che ciò che è bello dev’essere anche vero?

    Crisi economica

    Siamo nell’anno 1911, A.D. C’è crisi economica in quasi tutti i paesi, anche
    nei più ricchi. Nei paesi poveri non c’è crisi. In questi non c’è niente di
    nuovo. Loro sono sempre in crisi. I giornali, le radio e le televisioni
    spiegano, ai più sprovveduti,le leggi dell’economia e una varietà molto
    grande di motivi che causarono la crisi. Sembra di rileggere “Er frutto de
    la predica” del Belli :

    “Letto ch’ebbe er Vangelo…

    Quer bon padre Curato… Se piantò…

    A spiegà li misteri de la fede.

    .

    Raccontò ‘na carretta de parabole,

    E ce ne fece poi la spiegazione,

    Inzomma, de la predica de jjeri,

    Ggira che tt’arrigira, in concrusione

    Venissimo a ccapì cche ssò mmisteri.

    Ed anch’io ho capito un grande mistero. Non c’è da piangere sulla crisi
    attuale, inevitabile, perché non è stata rispettata “la legge delle leggi
    dell’economia”: non si deve mai spendere più denaro di quanto se ne
    guadagna, altrimenti si fanno debiti. Ma un bel giorno i debiti devono
    essere pagati e con gli interessi. E questo è doloroso per molti,
    specialmente per i più deboli, in un mondo dove tutti fanno la stessa cosa.

    L’aldilà.

    In un giornale italiano, molto serio, ho letto l’articolo di un filosofo,
    apprezzato ai nostri giorni, che esponeva idee espresse in alcuni suoi
    libri. Non è che abbia capito molto delle sue elucubrazioni, ma ho la scusa
    di non aver letto i libri di cui si parlava. Però sono rimasto
    particolarmente colpito da una citazione di Eraclito, quello del “panta rei”,
    che afferma che, dopo la morte, gli uomini sono attesi da cose che essi non
    sperano, né suppongono. Tra queste cose ci sarebbe una grande gioia, che non
    si potrà neppure evitare.

    Capirete…! ho più di ottant’anni e questo della gioia post mortem mi
    interessa moltissimo.

    Nel giornale era trascritta anche la frase originale, in greco, che ho
    provato a tradurre per essere sicuro delle sua interpretazione, ma non sono
    riuscito a trovare la radice di un verbo e non ho più e, quindi, non ho
    potuto consultare, il Pechenino che tenevamo nascosto in tasca al liceo,
    perché proibito.

    In ogni modo questo credo che l’uomo troverà necessariamente una grande
    gioia nell’aldilà mi ha fatto trascorrere una bellissima giornata di
    tranquillità e buon umore. Sino ad ora io pensavo sempre all’inferno, come
    descritto tanto bene da Dante.

    Dante ha scritto molte terzine che sono splendide ma, a pensarci bene, più
    che un poeta è stato un architetto, perché è lui che ha disegnato inferno,
    purgatorio e paradiso con una struttura ed un contenuto che non esistono
    nella bibbia o nella mitologia greca e, credo, in nessuna altra religione.
    Tutti conosciamo l’inferno di Dante. Omero ci parla di ombre di eroi morti,
    con la mente obnubilata, in un mondo oscuro e senza speranza. Di altri
    inferni non so.

    Non mi importa niente di tutte quelle cose dell’articolo del giornale, non
    definite, delle quali non ho capito niente, ma volete che l’idea,
    completamente nuova per me, della grande gioia che ci attende non piaccia ad
    uno che ha compiuto da poco ottantadue anni?

    Ma poi scopro che l’autore dell’articolo del giornale, che ha scritto queste
    belle cose che mettono allegria ai vecchi e li aiutano a vivere contenti, ha
    la mia stessa età e mi viene un dubbio. Si tratta forse di: “Cicero pro domo
    sua”?

    Il mondo, come noi lo vediamo, è il risultato dell’attività della nostra
    mente.

    Il mondo che noi conosciamo è una costruzione della mente. Sono i sensi,
    principalmente la vista, che trasmettono al cervello i segnali che saranno
    poi elaborati nella costruzione di quell’universo che noi pensiamo sia la
    realtà che ci circonda.

    Non so dove, ho letto che gli antichi greci credevano che fosse la luce,
    proveniente dagli occhi, che illumina gli oggetti ne permette la visione, ma
    furono gli arabi che, mille anni dopo, lasciarono scritti nei quali
    affermavano il contrario: è la luce del sole che, riflessa dagli oggetti,
    arriva agli occhi rendendo possibile vedere.

    Nel suo grande romanzo “Il nome della rosa” Umberto Eco ci descrive come uno
    dei suoi personaggi si costruisce, nell’età media, un paio di occhiali per
    porre rimedio alle deficienze della sua vista. Ma solo verso la fine del
    1600 Leeuwenhoek costruì qualcosa che potremmo chiamare microscopio e
    descrisse strutture di alcuni organi vegetali e ammirò un mondo popolato di
    piccolissimi animali, tutti in una goccia d’acqua e “vide” nei gameti
    maschili dell’uomo un “homunculus” che crescendo sarebbe poi diventato un
    uomo! Ma solo grazie a Leeuwenhoek abbiamo potuto creare nella nostra mente
    l’immagine di un mondo microscopico mai esistita anteriormente.

    I neuroni della nostra mente sono cento miliardi e nel corso della loro
    formazione e funzione esiste un numero enorme di possibili interazioni. Che
    significa? Forse esiste anche un numero enorme di possibili visioni o
    interpretazioni degli stimoli ricevuti dall’esterno attraverso i nostri
    sensi? Se le cose stessero così, meglio dimenticare Kant e la sua categoria
    causa-effetto, compresi gli occhiali verdi messi al piccione appena nato e
    mai più tolti, che farebbero vedere all’animale adulto che vola, un mondo
    tutto verde che forzosamente egli crederà reale. Allora l’uomo non avrà
    altra speranza che la fede, dovrà arrendersi e rinunciare alla ragione.

    E il “sapiens”, per quanto possiamo sapere e immaginare, ha sempre avuto una
    fede. Ha sempre creduto in qualcosa mai visto, né udito. Solo raramente ha
    tentato credere possibile abbandonare la fede e sostituirla con la ragione,
    con la scienza, ignorando quanto rare fossero le probabilità di una vera
    scienza o più esattamente ignorando che la scienza è solo una delle tante
    interazioni possibili tra i neuroni.

    Uomini e topi (nulla a che vedere con il racconto di Steinbeck)

    Com’è fatto un topolino? Ha una testa con occhi, orecchie, bocca . Ha un
    corpo che contiene due polmoni, un fegato, due reni e un apparato digerente
    insieme ad un sacco di altri organi. Ha quattro arti, due anteriori e due
    posteriori ed una coda. In un documentario ho visto che il topo domestico,
    quando si sveglia, fa la sua pulizia utilizzando le zampe e la lingua. Poi,
    passa il resto del suo tempo nutrendosi e riproducendosi.

    Com’è fatto un uomo? Ha una testa con occhi, orecchie, bocca . Ha un corpo
    che contiene due polmoni, un fegato, due reni e un apparato digerente
    insieme ad un sacco di altri organi. Ha quattro arti, due anteriori ed altri
    due di maggiori dimensioni. Non ha coda. Quando si sveglia, fa la sua
    pulizia utilizzando gli arti superiori. Poi passa il resto del suo tempo
    lavorando ( e questo potrebbe essere assimilato alla ricerca di alimenti del
    topolino), nutrendosi e riproducendosi.

    L’uomo pensa, parla e scrive. Il topolino non parla e non scrive, questo no,
    ma pensa e non ce lo dice. L’uomo costruisce città, navi ed aerei ed il
    topolino no. Ma il sapiens primigenio non sapeva di queste cose e neppure le
    immaginava. Un marziano che venisse sulla terra a classificare animali ci
    direbbe che uomini e topi sono ambedue mammiferi. La differenza è una
    questione di forma e dimensioni che han variato molto, nelle due specie, nel
    corso dell’evoluzione.

    La vita è di breve durata per il topolino e molto più lunga per l’uomo,
    misurando il tempo come giri della terra su se stessa e intorno al sole, ma
    ambedue, alla fine, devono affrontare la morte. Allora organi e tessuti sono
    aggrediti da uno sterminato numero di microrganismi ed integrati al ciclo
    della materia organica. In ambedue i casi solo resta un mucchietto d’ossa.
    Fosfati di calcio e pochi altri sali minerali.

    Uomini e topi son poi tanto diversi? Sì, ma…

    Il bosco sacro, a lato dell’autostrada.

    Ho trascorso metà della mia vita, ed ho studiato, in Italia. Già molti anni
    fa, in Argentina per lavoro, durante un’estate molto calda decidemmo, con la
    mia compagna e una famiglia amica, d’andare in vacanza al mare. In riva
    all’oceano,naturalmente, che è ben diverso dal Mediterraneo, ma che è sempre
    mare, anche se al largo passeggiano i pescecani.

    Nelle ore calde della giornata, quando l’asfalto sembrava volersi
    arroventare, i nostri amici e guide decisero di abbandonare l’autostrada e
    presero per una sentiero di terra. Andiamo a vedere il boschetto, dissero.
    Non c’è niente di particolare, però è bello. Vi accadono cose rare , e poi
    c’ e molto fresco.

    Era un bosco di non grandi dimensioni, con grandi alberi. È raro da vedere
    alberi nella pampa umida, dove alberi non crescono naturalmente. Ce ne sono
    solamente vicino alle residenze delle estancias, piantati dall’uomo.

    Il piccolo bosco era recintato con filo di ferro e chiuso con un cancello
    che tutti potevano aprire. C’erano alberi alti e ombrosi. C’era un sentiero,
    ma si poteva andare in qualsiasi direzione poiché i tronche erano ben
    spaziati. Dopo quella giornata tanto calda, passata sull’asfalto, in
    quell’ambiente con un’ombra densa, con l’aria fresca che vi si poteva
    respirare, sembrava d’essere entrati in un paradiso terrestre. La luce
    solare era attenuata e non feriva gli occhi. Non c’era nient’altro, ma si
    stava così bene, passeggiando e conversando al fresco, che trascorse più di
    un’ora prima di riprendere la via verso il mare.

    L’amica raccontava alla mia compagna di cose strane viste, udite o accadute
    nel luogo. Ma pur con la migliore volontà non riesco, ora, a ricordare di
    che si trattasse, tanto poco era il mio interesse a quello che ritenevo
    fossero superstizioni e in ogni modo stupidaggini. Io camminavo avanti ed
    udivo solo alcune frasi mozze. Alla fine riprendemmo il cammino, arrivammo
    alla città balnearia e ci godemmo quei pochi giorni di vacanza che ci erano
    stati concessi.

    Ora che sono vecchio, senza molto da fare, ricordando quel giorno nel bosco
    ombroso, fresco e quieto e la sensazione di calma e serenità che si provava
    in quel luogo, penso a quanto era stato fuori luogo il mio scetticismo. A
    ginnasio ed al liceo quante volte, traducendo testi latini e greci, il
    professore ci aveva parlato di boschi sacri ad un dio, di quelle genti. A
    Spoleto, in Umbria, una iscrizione sulla pietra enumera le pene da
    infliggere a chi profanava il bosco sacro a Giove. Diana aveva il suo bosco
    sacro sui colli Albani, vicino al lago di Nemi, presso Roma. In molti altri
    posti esistono, in Italia, indizi dell’esistenza, in tempi lontani,di boschi
    sacri ad un dio.

    E perché non devono esserci boschi sacri in America? Furono forse importati
    dai conquistadores e certamente ne saranno esistiti vari anche prima della
    conquista, al tempo degli indios. Boschi nei quali si stava molto bene,
    protetti dagli alberi e dove si immaginavano o meglio di udivano voci e
    suoni degli dei e si vedevano ombre rapidamente svanite e che quindi
    dovevano essere sede di chi sa quale loro divinità , scomparsa con la
    scomparsa della loro civilizzazione.

    Ed esisteranno sempre boschi sacri, finché esisteranno gli uomini con la
    loro fantasia ed il desiderio, sempre vivo, di venire a contatto con esseri
    superiori.

    Breve storia dell’aratro.

    L’agricoltura è nata tanto tempo fa. Forse 10.000 anni. Per prima cosa
    l’uomo riuscì a domesticare animali selvaggi e questo aiutò a renderlo
    sedentario. L’uomo, più o meno sedentario, iniziò ad osservare il ciclo
    delle piante, la loro crescita, la formazione dei fiori e dei semi, la
    risemina ed il nascere delle nuove piante, ed un uomo di genio se la ingegnò
    per raccogliere semi e nasconderli nel suolo ed aspettare la formazione di
    nuove foglie, semi e tuberi che in tal modo poteva ottenere nella quantità a
    lui necessaria e che poteva inoltre conservare per il resto dell’anno. Era
    nata la prima era dell’agricoltura.

    Poi, un bel giorno, un altro genio immaginò di usare un residuo del tronco
    di un albero per aprire un solco e, per lavorare meno, fece trainare il
    tronco da uno dei suoi animali domestici o quasi. Era nato l’aratro di
    legno, che poi fu modificato in mille modi, col passare dei secoli.

    Nell’età del bronzo si fecero aratri di metallo, che duravano più tempo ed
    erano qualcosa di simile a ganci che raschiavano la superficie della terra
    e, sempre col passare dei secoli, si unirono altre parti di legno, poi di
    metallo che rovesciavano il pane di terra, eliminando in tal modo le erbe
    spontanee dannose al raccolto. Passarono millenni e nel 1600-1700 dc. gli
    aratri erano già quasi tutti di metallo e per di più potevano essere
    trainati da macchine a vapore e poi da trattori simili ai nostri moderni.
    Era la seconda era dell’agricoltura.

    Poi nei due secoli seguenti l’agricoltura si sviluppò in forma impensabile.
    Forse dobbiamo al genio di Mendel e di Pasteur, alle nuove specie vegetali
    venute dall’America, l’essere riusciti a rendere bugiarde le ipotesi di
    Malthus che promettevano fame, dovuta alle crescita in maniera geometrica
    della popolazione umana.

    Ora abbiamo l’ingegneria genetica e, presto, potremo fabbricare in
    laboratorio piante, o meglio organismi capaci di produrre gli alimenti a noi
    necessari, con le qualità che riterremo più opportune.

    E l’aratro accompagnò sempre la crescita delle civilizzazioni.

    All’inizio realizzava un graffio sulla superficie del suolo, appena
    sufficiente a ricevere i semi. Poi l’uomo costruì aratri che lavoravano
    sempre a maggiore profondità, sino ad ottenere il taglio di una zolla
    sufficientemente profonda per essere rovesciata e seppellire così la
    vegetazione spontanea. Poi si volle ottenere una profondità di lavoro sempre
    maggiore per modificare la struttura naturale del suolo ed ottenere la
    penetrazione e conservazione delle piogge in profondità ed esporre all’aria,
    all’ossigeno e al calore dell’estate le zolle ed ottenere la loro
    disgregazione e la solubilizzazione delle sostanze nutritive. E In tal modo
    aumentava l’erosione del suolo e si andava verso la desertificazione e
    desertizzazione di sempre maggiori superfici.

    Quanto accadde nella prima metà del ‘900, in America del Nord, generò un
    allarme mondiale e maggiore interesse per l’erosione eolica e finalmente si
    cominciò ad intendere che forse era meglio non modificare la naturale
    struttura del suolo e che le piogge potevano essere conservate in profondità
    mantenendo la superficie coperta con residui vegetali .

    E si parlò di riduzione delle rimozioni del suolo con un minimo di lavori, e
    si usarono aratri di nuove forme, aratri a disco, erpici ed altri attrezzi,
    sempre con l’idea che il suolo doveva essere rimosso dall’uomo per fare
    infiltrare l’acqua della pioggia ed aumentare la fertilità.

    Ma alcune semplici esperienze e l’uso di erbicidi per controllare la
    vegetazione spontanea, dimostrarono quanto fossero sbagliate quelle idee che
    dominarono per millenni l’agricoltura. La migliore struttura del suolo è la
    naturale, che permette, inoltre, la facile penetrazione delle radici. La
    migliore infiltrazione e conservazione dall’acqua di pioggia si ottiene
    lasciando in superficie i residui delle coltivazioni, come avviene nei
    boschi.

    E nacque la semina diretta o labranza cero o no tillage o sod seeding che,
    con la fitotecnica, l’ingegneria genetica e la fitochimica domina l’attuale
    agricoltura.

    E l’aratro fu abbandonato, arrugginito ed ormai inutile, in un angolo del
    campo..

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  4. Nugae – Parte IV

    Riflessioni e ricordi di un vecchio emigrato

    Marcello Fagioli

    ——————————————————————————————————-

    (Ricordi e rondini si perdono lontano…. diceva una canzone che ascoltavo da piccolo. Ricordi ne ho persi molti, data la mia età. Rondini non ne ho più viste, nel paese dove sono emigrato.)

    Ecclesiaste.

    Bello, bello, bello. Io sono vecchio e mi rendo conto facilmente che il libro è stato scritto da un vecchio. Difficile che un giovane o un uomo maturo, ancora disposto ad affrontare mulini a vento, accetti tanto pessimismo. Tutto è vanità, afferma lo scritto, ed elenca tutto quanto è vano per l’uomo, in questo mondo.
    A proposito, sto parlando del libro: Ecclesiaste, che ho appena letto. Direi che è leopardiano, se non fosse vero il contrario, considerando le epoche nelle quali furono scritte le opere dello sconosciuto e di Leopardi. E poi non è vero che sia solo pessimismo. Quello sconosciuto, che ha scritto il libro, era un re e ha anche scritto: “ va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace”. Questo Leopardi non l’ha mai detto! E, per quello che ne so io, è quanto di meglio si possa fare nella vita.
    E leggendo il libro ho avuto alcune sorprese. C’è scritto: “non c’è niente di nuovo sotto il sole”, ed io che l’ho sentito dire tante di quelle volte credendo fosse saggezza di coloro che parlavano.
    Un altro versetto dice: “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire”; anche in questo caso avevo sempre creduto che fosse il titolo del romanzo di Remarque
    ( veramente il titolo è: “Tempo di vivere e tempo di morire”, ma è lo stesso).
    Il re letterato dev’essere stato una buona persona, ma era deluso e stanco della vita. Aveva provato a fare tante cose buone, ad insegnare tante cose belle, aveva ottenuto la ricchezza, aveva cercato la scienza, arrivando alla conclusione che: “la sorte degli uomini e delle bestie è la stessa; come muoiono questi muoiono quelle; tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere”.
    E quello della polvere è vero. Lo dicono anche gli astronomi che studiano, ai nostri giorni, la formazione dell’universo. Anche il pianeta Terra non è altro che polvere condensata, creatasi dopo il big-bang.
    Tutto il resto del libro non serve ad altro che a provare la vanità delle cose. “L’infinita vanità del tutto”, è il brevissimo riassunto del libro, fatto da Leopardi.
    La vita è solo un correre dietro al vento. Ma c’è anche scritto: “Sta’ lieto, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù”.
    “È come un giorno d’allegrezza pieno”, dirà molto meglio, ancora il Leopardi.
    Se non l’avete già fatto, leggete il libro. È bello, è breve ed è tanto pessimista che suscita una reazione contraria all’intento dell’autore, quando lo si legge. Una gran voglia di scoprire le cose belle della vita.
    Poi, ad un certo punto, dice: “i libri si moltiplicano senza fine ma il molto studio affatica il corpo”.
    È proprio quello che dicevo sempre io, quando andavo a scuola!

    Ladri di biciclette.

    “Ladri di biciclette” è il titolo di un film che ha fatto molto chiasso nel dopoguerra, nel periodo del rinascimento del cinema italiano. Io non avrei mai creduto di poter essere partecipe di un fatto simile.
    Nulla di avventuroso o tragico. In realtà, quello che rende il film importante e degno di apparire nella storia del cinema, è la maniera completamente nuova di raccontare l’accaduto.
    Per quanto riguarda me, un giorno camminavo su un marciapiede tra tanta altra gente e, ad certo momento, ascoltai alcune grida:
    -fermatelo, fermatelo…la bicicletta…
    Effettivamente a lato mio, sul bordo della strada, un uomo spingeva una bicicletta, camminando tranquillo. Lo accompagnava un ragazzo. Nessuno parlava. Si ascoltava nell’aria quel rumorio di una strada affollata e niente più.
    L’uomo della bicicletta era uno come tutti gli altri, che non aveva nulla che richiamasse l’attenzione ed io, dico la verità, non mi resi conto della situazione. Continuai a camminare e l’uomo con la bicicletta ed il ragazzino che lo seguiva continuarono il loro percorso.
    Alle grida, nessuno si mise a correre, che era quello che io credevo dovesse accadere quando un ladro ascolta gridare: al ladro!
    All’improvviso una donna, corpulenta e di bassa statura, si precipitò sulla bicicletta e la strappò dalle mani dell’uomo scomparendo tra la folla.
    Io e le persone che mi erano attorno restammo fermi un breve tempo, meravigliati ed esitanti al vedere il comportamento del ladro che, senza scomporsi, si rivolse verso il ragazzo rimproverandolo:
    -Stupido, incosciente… guarda cosa hai fatto – e, sempre tranquillamente, si allontanò tra la gente.
    Nessuno dei presenti fece commenti. Tutti ripresero in silenzio il loro percorso.
    La genialità umana consiste nel saper trasformare un fatto così, in un film.

    Sette paia di scarpe…

    -Sette paia di scarpe ho consumate
    Di tutto ferro per te ritrovare:
    Sette verghe di ferro ho logorate
    Per appoggiarmi nel fatale andare:
    Sette fiasche di lacrime ho colmate,
    Sette lunghi anni di lacrime amare…

    Sì, è la signora Lucia, del Carducci. Ricordi del ginnasio. Tra tante cose dimenticate col passar degli anni ce n’è sempre una che rimane nella memoria, magari non sempre ricordata esattamente.
    E, in tutti questi anni, ho sempre avuto un dubbio: è lui o lei che cerca il suo perduto amore!
    È lei, ora lo so. Ho ricevuto in regalo un libro: Storie di Amore e Psiche. Ce n’è per tutti. Ogni popolazione ha una storia di lui che, sotto mentite spoglie, incontra lei, che poi abbandona ed allora è lei che, con ferrea volontà, lo cerca e una volta ritornati insieme vivono felici e contenti. In alcune di queste storie si parla di lei che si fa preparare scarpe di ferro per andare in cerca del perduto amore. Ed ora so anche perché son sette paia. È per i sette anni di ricerca.
    Sino ad ora ho sempre pensato che fossero sciocchezze, per le quali non valeva la pena di perder tempo, quando si è in ben altre faccende affaccendati. O forse no. Forse c’è qualcosa di sbagliato nella nostra maniera di vivere che, in fondo, è solo “correre dietro al vento”, come afferma Quohelet, quello di Ecclesiaste.
    Ho dovuto aspettare d’avere ottant’anni, per trovare il tempo e la voglia di chiarire queste cose.

    Alessandro e Aristarco.

    Nel 300 AC. Alessandro il Grande moriva dopo aver compiuto grandi conquiste.
    Poco dopo la sua morte nasceva Aristarco che in molti abbiamo conosciuto a scuola come colui che disse: supponendo che il sole stia al centro e che la terra giri intorno al sole e non viceversa, questo spiegherebbe molte cose che riguardano la volta celeste.
    Qualcosa di simile avevano pensato anche altri filosofi greci. Ma sono trascorsi ben più di 1500 anni, prima che il problema fosse riproposto da Copernico, probabilmente in seguito alla lettura di scritti di origine araba e solo come ipotesi di lavoro.
    Alessandro fu il “grande”. Aristarco no. Ma di Alessandro resta solo il nome nei libri di storia e nei romanzi. Di Aristarco restano le idee che causarono tanti guai a Galileo e servono attualmente all’uomo per affacciarsi sull’universo.

    Vino.

    Sino al secolo XIX non si sapeva molto su microbi e animaletti vari presenti in ogni luogo e che son causa di malattie. E l’uomo aveva già inventato da molto tempo il vino.
    L’acqua si comportava in maniera strana. Si beveva acqua dei fiumi, dei laghi e
    delle pozzanghere. E quando si vedeva l’acqua limpida tutto andava bene,
    in generale, però a volte anche quell’acqua faceva venire il mal di pancia. Ma il
    vino no.
    Come è nato il vino? Non lo sappiamo. Forse l’uva rimasta sulla vite alcune volte fermentava quando gli acini si rompevano e qualche uomo goloso mangiò di quegli acini fermentati. Non è stata questa la prima volta che ci siamo messi nei guai mangiando frutta! E l’uva fermentata era buona e mangiando molti di quegli acini si diventava anche allegri!
    Questo nel bacino del Mediterraneo. In altre regioni si imparò a far fermentare cereali o frutta o il succo di altre piante. E nacquero moltissime bevande alcoliche, tutte con le proprietà del vino, che mettevano allegria e non facevano venire il mal di pancia, come certe acque.

    Darwin
    L’evoluzione delle specie, mediante selezione, è ferocia e quindi non può essere opera degli dei.
    Ieri ho incontrato, in un supermercato, un giovane su una seggiola a rotelle, auto-mobile, con braccia e gambe legate all’attrezzo. La testa sembrava immobile e non ho potuto scoprire come dava gli ordini alla macchina, per farla muovere.
    E questo è opera di un dio che, per di più, ama l’uomo? Certo è terribile pensare di non avere nessuno che ci protegga e ci segua dall’alto. Ma anche la selezione naturale di Darwin è ferocia, perché non è altro che l’eliminazione dei più deboli.
    La selezione aiuta a migliorare la specie o meglio a adattarla all’ambiente, non c’è dubbio. La specie deve estinguersi se ha minore adattabilità di altre. Solo gli esseri che hanno maggiore capacità d’adattamento alle variazioni, ambientali, socio-economiche, psicologiche o di qualsiasi altro genere debbono avere la possibilità di vivere e riprodursi.
    Sappiamo che tutti gli esseri viventi son costituiti da molti organi e da moltissime cellule che contengono cromosomi e geni, e gruppi di geni dai quali partono gli ordini per la nascita, la vita e la morte delle cellule. Ed i geni sono costituiti da molecole e queste da atomi che sono energia organizzata in particelle ed onde, forse.
    Ed è nei geni che bisognerebbe cercare la volontà-possibilità di vivere e perpetuarsi nella specie e nelle specie che si susseguono (Dawkins insegna), e non negli immensi spazi celesti, che poi celesti non sono.
    Il passaggio dal mondo inorganico all’organico non è poi tanto impensabile e gli organismi, microscopici o enormi, seguono una evoluzione di cui non intendiamo il fine.
    Ciò che manca all’uomo è la capacità di immaginare tutta la realtà, nel suo insieme. Ce ne rendiamo conto quando leggiamo di spazi e tempi enormi di cui ci parlano gli astronomi, i quali non sanno però dirci cosa significhino spazi e tempi infiniti. C’è un racconto di Borges, l’aleph, che rende bene l’idea.

    L’elogio più grande
    Avevo scritto un libro dal titolo non molto originale: ”Ricordi di un emigrato…” . Poche decine di pagine e ne avevo regalato una copia ad una signora, vicina di casa ed amica della mia compagna, che insegnava italiano.
    Dopo qualche mese incontrai per strada la signora e mi fermai per salutarla.
    -Ho letto il tuo libro- disse lei- ed arrivata all’ultima pagina, ho pensato: -Peccato sia finito!
    La signora era una persona matura e intelligente che, resasi conto d’avere esagerato un po’, cambiò immediatamente discorso. Poi ci salutammo da buoni amici, come sempre.
    La cosa mi fece piacere e, ricordando poi l’episodio, ho pensato: -Chi sa quanti scrittori “veri” si sarebbero rallegrati ascoltando una frase siffatta!

    Eutanasia.
    La “buona morte”è uno dei grandi problemi dei nostri tempi e forse lo è sempre stato. C’è sempre qualcuno che si arroga il diritto di decidere per noi, su qualsiasi argomento e sull’eutanasia, in particolare. Quando poi, finite le argomentazioni, si fa appello alle religioni, siano quelle che siano, addio ragionevolezza!
    Ma c’è un’eutanasia che nessuno ci può negare. È l’eutanasia mentale dell’infinito di Leopardi.
    Basta immaginare: “interminati spazi”, “sovrumani silenzi”, “profondissima quiete” e “l’eterno”:
    “Così tra questa
    immensità s’annega il pensier mio:
    E il naufragar m’è dolce…”
    Anche questa è vera “eu thánatos”

    L’uso sviluppa l’organo…

    Letto su un quotidiano italiano: l’uso intensivo del PC causa piccole variazioni della morfologia e delle capacità del cervello umano e, parallelamente, attenua capacità localizzate altrove. È lo stesso effetto della ginnastica sull’apparato muscolare.
    Sono rimasto molto sorpreso di leggere la notizia, comunicata al giornale da alcuni neurologi, delle variazioni morfologiche e fisiologiche dell’apparato cerebrale dovute all’uso del PC. Eppure i medici mi consigliano sempre d’interessarmi ai fatti di tutti i giorni, invece di comportarmi come tutti i vecchi, riducendo attività fisica e mentale.
    Solo questo sanno suggerire per ritardare…”dicono ritardare”… l’apparizione di sintomi non desiderati.
    Quindi, signori vecchi, fate ginnastica (moderatamente), mentale e fisica. Studiate e sperate in Dio, se non volete ascoltare la voce tranquilla di un medico che vi comunica l’apparire di una di quelle sindromi i cui nomi ci terrorizzano!
    “Altro dirti non vo’…”

    Ascoltata alle TV.

    In questo nostro strano mondo si parla di “ paesi in via di sviluppo” mentre ce ne sono altri già sviluppati. In quest’ultimi la produzione industriale di medicinali raggiunge cifre enormi.
    È stata fatta una ricerca per verificare la quantità di prodotti medicinali che finiscono nelle acque che defluiscono dalle città. E la cosa è ragionevole, perché tutti noi compriamo medicinali che consumiamo solo in parte. La parte rimanente finisce, come logico e raccomandato, nella spazzatura e, con il tempo, si può ritrovare nelle acque di fiumi o ruscelli che abbandonano le città e penetrano nel suolo in profondità.
    E questi residui rappresentano anch’essi quantitativi enormi. In alcuni casi sono il 50% di quei salvifici medicinali comprati in origine.
    Questi dati fanno supporre che non sia vero che stiamo contaminando il mondo intero… forse solo il 50%.
    .

    Diagnosi e prognosi.

    Oltre che in medicina questi sono termini hanno un uso anche nella storia, ho letto ultimamente.
    Se la diagnosi è accertata, sappiamo anche come gli avvenimenti seguiranno.
    Giambattista Vico? Può darsi.
    E il libero arbitrio? Proprio per mettere in dubbio il libero arbitrio Galilei è finito in mano dell’inquisizione. Galileo, a Padova, studiava gli astri e si divertiva a fare l’oroscopo ad amici ma, quando poteva o ne aveva necessità, lo faceva anche ad estranei e a pagamento.
    Un tipo di quelli che prendono le cose sempre in modo troppo serio, lo denunciò perché credere che l’avvenire sia scritto negli astri significa negare il libero arbitrio e questo è gravissimo, per molta gente.
    Ma Galileo era un ficcanaso e continuò ad osservare come stelle e pianeti “per lo libero ciel fan mille giri”. Sulla sua testa pendeva sempre quella famosa denuncia, a Padova, di astrologo che commerciava oroscopi e… non ci pagava le tasse. Per di più scriveva libri, nero su bianco, e quindi era necessario il processo.
    Guarda un po’ quali sono le “cause della storia”, in certi casi!

    Per salutare…

    Dopo più di vent’anni di lavoro all’estero ritornammo, io e la mia compagna, in Italia.
    Il periodo di vacanze passò rapidamente tra visite a parenti e amici.
    Non so perché tutti si preoccupavano di tenerci occupati e ci portavano di qua e di là a visitare questa o quella meta turistica, esattamente come fanno tutti i turisti, dimenticando che noi eravamo italiani, nati e vissuti in Italia. Ma era impossibile rifiutare tante attenzioni.
    In una di queste gite visitammo una basilica con relativo monastero, molto famosa nel mondo cristiano. Naturalmente, essendo nato in quella regione, io la conoscevo. L’avevo visitata più volte da piccolo, ma erano trascorsi tanti anni!
    I locali del santuario erano colmi di turisti di tutte le nazionalità. E c’erano tante cose da vedere, ognuna d’esse legata a una leggenda.
    Tutto molto fantasioso e interessante.
    Io rimasi particolarmente colpito da un dipinto di grandi dimensioni che, su una parete, attraeva gli sguardi per lo splendore del fondo. Un fondo d’oro, molto luminoso, anche per la sapiente disposizione delle lampade che l’illuminavano. Una cosa bellissima a vedersi. E rimasi fermo a guardare tutta quella luce d’oro per un tempo, finché mi sentii chiamare per continuare il percorso.
    In quel preciso istante passavano accanto a me due frati, camminando lentamente.
    -Sono venuto per salutare i pellegrini, diceva uno dei due all’altro, che rimaneva silenzioso, con la faccia seria.
    -Solo per salutare. -Per salutare- ripeteva uno dei due.
    Troppo facile intuire che c’era stata una disubbidienza e colui che parlava si scusava per essere venuto tra tutta quella gente, cosa che può risultare molto grata a che fa vita solitaria. L’altro, con la faccia seria, lo riaccompagnava fuori dalla folla. Quelle brevi frasi mi distrassero.
    Ora, tutta quella luce, tutto quell’oro del dipinto che mi aveva affascinato mi sembrava un po’ meno splendido!
    Avevo ascoltato due santi uomini che si comportavano come uomini…come noi.
    Erano confratelli ed uno di loro era stato umiliato e allora che importanza aveva ciò che si prova per un dipinto, anche se molto bello!

    Socrate, Aristide e le ostriche.

    Nella Stazione Sperimentale Agricola nella quale lavoravo era consuetudine, ai miei tempi, lavorare anche il sabato. Per lo più il pomeriggio era utilizzato per conferenze o lezioni di inglese, utili ai più giovani che aspiravano ad una borsa di studio ed ai più anziani per rinverdire una lingua usata nelle ore passate in biblioteca.
    So bene che dall’inizio del terzo millennio lo studio del greco antico non è più molto apprezzato. Ma noi invece eravamo molto orgogliosi di frequentare il liceo classico, in Italia. C’erano sì gli studenti dello scientifico che cantavano: “noi del greco ce ne freghiamo”, ma il diploma del classico apriva le porte per entrare in tutte le facoltà, senza esami d’ammissione.
    Questo per dire che, anche dopo tanti anni, ricordavo ancora qualcosa di Omero, di Lisia, di Eschilo ed anche della nascita della democrazia, che sembra diventata oggi una condizione necessaria per vivere.
    In una di queste conferenze l’oratore ebbe a ricordare Socrate. Non so dire di cosa si trattasse, ma ricordo benissimo la frase usata: “Come scrisse Socrate….”
    Non mi fu possibile, lasciar correre lo svarione:
    -Ma se Socrate non ha scritto niente- dissi a voce alta, creando non poco imbarazzo al dissertante che non capiva l’errore.
    E questo fu uno dei miei peccati, dovuti al fatto d’aver frequentato il liceo classico.
    Anche in un’altra occasione non seppi resistere alla tentazione di mostrare che non accettavo mi si parlasse con errori, di alcuni miei ricordi.
    In una lezione d’inglese una professoressa, che per altro conosceva molto bene il suo mestiere, accennò ad un tal greco al quale era stata “presentata un’ostrica” ed era dovuto andare in esilio.
    E questa volta ero io che non capivo. Certamente i greci conoscevano le ostriche e magari le apprezzavano molto, a tavola, non dovendo neppure pagare i prezzi esorbitanti dei nostri giorni!
    Poi ricordai d’aver visto in un libro la foto di un pezzo di ceramica con incise le prime lettere del nome Aristide. Si trattava della “scheda” usata a quei tempi, per decidere democraticamente l’esilio di qualcuno. Era l’esilio o meglio l’ostracismo, che era un esilio con regole particolari.
    Ed ebbi uno scambio di parole con l’insegnante che non accettava i miei chiarimenti.
    Certo “l’ostracon” era un pezzetto di ceramica di un vaso rotto e gettato nella spazzatura, ma era anche lo scudo delle tartarughe ed era anche l’ostrica, ma credevo dovesse essere difficoltoso scrivere sulle valve di un’ostrica!
    Qualche giorno dopo l’insegnante mi chiese scusa. Poi trascorso del tempo, dovetti chiederle scusa io perché in un libricino per bambini, aperto per caso, vidi un racconto sulla storia dei greci ed il disegno di un signore, con la toga bianca, che mostrava un’ostrica aperta ad un altro greco.
    Quando un bambino vede e legge cose simili è difficile che poi, per tutta la vita, non faccia confusione tra molluschi e ostracismo.

    Danni di guerra.

    Noi, vecchi emigrati, possiamo legger oggi e quotidianamente giornali italiani.
    Sulla pagina semi-letteraria (ha per fine la pubblicità dei libri) ho letto un breve commento al “libretto” di Catullo. Nella mia piccola biblioteca ho ancora un vecchio “Carmina selecta” che risale all’epoca del liceo e, sfogliandolo, ho letto alcuni versi i cui frammenti ricordavo:
    Lesbia… passer meae puellae…ebrioso acino…multa per gentes advenio frater…
    Iocundum mihi proponis amorem…
    Erano anni di guerra e del primo dopoguerra quando studiavo queste cose. Erano anni molto giovani per noi ed era raro avere bravi professori, impegnati al fronte o dedicati anche ad altre attività per sbarcare il lunario, in quegli anni miserevoli.
    Catullo ha scritto cose belle e noi ne abbiamo conosciute poche e male. E dal giornale ho appreso anche cose che non sapevo.
    E quindi la nostra generazione ha perso anni e saperi importante perché poi, all’università, non si ha più tempo e voglia d’intrattenersi con il latino.
    Cose così bisogna studiarle al liceo, negli anni giovani. E troppi di quegli anni sono stati anni di fame e di morte.
    E anche questi non sono “danni di guerra?”

    “Come ti ammaestro il pupo.”

    Si è parlato molto, ultimamente del bosone di Higgs.
    C’era una volta…un non so che, e si verificò il big-bang. Nell’istante seguente…ma che dico istante… è troppo tempo. Meglio: seguì la creazione del campo di Higgs. Qualcosa come un campo elettro-magnetico.
    Prima della creazione di questo campo c’erano particelle, o cose ed onde che si muovevano a grandissima velocità, come i fotoni o luce. Creatosi il campo di Higgs, alcune di queste cose diminuirono di molto la velocità e acquistarono peso o meglio massa (che si può pesare in chilogrammi, cioè è peso che non tiene conto della gravità).
    -Chiaro?
    Come si dimostra questo?
    Nella scienza moderna, quando questa ha cominciato a rendersi indipendente dalla fede, si sono stabilite certe regole per accettare la verità di una teoria.
    Una di queste è che ogni uomo possa ripetere gli esperimenti che provano la teoria.
    Per esempio, uno afferma d’essere andato a caccia ed aver ucciso un raro uccello dalle ali dorate, al quale si può dare un nome e cognome secondo le regole stabilite da Linneo. Affinché la sua affermazione possa essere accettata come vera, dev’essere possibile, per qualsiasi di noi, andare a caccia e, con un po’ di fortuna, poter sparare a uno di questi uccelli, anche se solo in teoria, perché son volatili rari.
    Ora come si applica tale regola alla ricerca del del campo di Higgs?
    Facile. È sufficiente sparare con particelle subatomiche, a velocità altissime, su alcune di queste cose, in un punto dove esse hanno una maggiore densità, rompere tutto e studiare i frammenti della rottura. Come prendere un bicchiere di vetro, tiragli un sasso e poi studiare i frammenti ottenuti sino a concludere che sono frammenti di un vaso. Semplice no?
    Ed alla base di tutto questo c’è una matematica un po’ più difficile di quella che usiamo per pagare i conti della spesa e quindi non alla portata di tutti. Quindi è nostro dovere credere a ciò che ci dicono gli scienziati…aver fede nelle loro parole.
    Stiamo cioè sostituendo una fede che crearono i nostri progenitori con la loro fantasia, quando cominciarono a domandarsi dove andava a finire un uomo dopo morto, con un’altra basata in formule piene di lettere greche e numeri arabi o indiani che siano.
    Ma anche la matematica ha i suoi limiti e non sa spiegarci alcune cose in maniera comprensibile ai semplici mortali. Ne sa qualcosa Cantor che provò a percorrere cammini non accettati dalla scienza ufficiale e finì dritto in manicomio accusato dai suoi colleghi, professori universitari, di corrompere il pensiero degli studenti.
    Certo che quando uno ti dice che in una retta di un centimetro ci sono infiniti punti e ugualmente infiniti punti sono presenti in un’altra retta della lunghezza di un chilometro …avrà pure ragione, ma io non capisco.
    Non staranno costruendo grattacieli su fondamenta diciamo…incerte?
    E di nuovo si cade nella fede che viene usata, per tranquillizzare gli uomini, da istituzioni che da millenni si occupano di questi temi.
    Quando si dice: il progresso!

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  5. Gentile Marcello Fagioli,
    sono felice che legga il mio blog con interesse. Tuttavia La informo che non si tratta di rivista letteraria, è soltanto uno spazio personale dove di tanto in tanto pubblico pensieri e brani in poesia o prosa per una condivisione informale e casuale con amici reali o lettori interessati alla letteratura e scrittura.
    La pregherei, pertanto, di non continuare a pubblicare i suoi scritti nel mio spazio. Per la condivisione con i lettori basta aprire un blog.
    Cordialmente
    Lucia Sallustio

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