I personaggi di un racconto o di un romanzo: parliamone un po’.


Durante la revisione del racconto dell’antologia “Il gioco dei quindici. In principio erano verbi”, l’amica scrittrice Leila Mascano, anche lei in antologia, mi ha fatto notare che i due personaggi che si confrontavano nel mio racconto, rispettivamente madre e figlia, si presentavano come due caratteri forti che, pur lasciando un segno su chi leggeva, risultavano antipatici, monocordi, poco propensi a trovare un punto d’incontro, tanto da andarsene ciascuna per conto suo alla deriva. Qualcuno ha anche osservato che la figlia, per il fatto stesso di avere preso i voti per una vocazione sentita fin da bambina, avrebbe dovuto,  più dell’altra, provare il senso cristiano della Pietas verso chi mostrava una sotterranea e malcelata fragilità.

Ho riflettutto a lungo su queste osservazioni che trovo giuste al punto che me ne sono appropriata durante la  presentazione dell’antologia a Roma.

Oggi, leggendo “Noi due come un romanzo”, bellissima opera di Paola Calvetti di cui tornerò a parlarvi quando avrò finito la lettura, ho trovato esplicitata la domanda in questi termini:

Si può amare un romanzo senza ammirarne per forza i protagonisti?

Nel romanzo si parlava della grande Anna Karenina alludendo alla misoginia di Tolstoj che ha insistito  a tratteggiarla come insopportabile.  Ma si parlava di Tolstoj, mica di emergenti alla continua ricerca di modelli, rassicurazioni, editing e commenti sinceri ma che non uccidano troppo.

A me viene in mente il Satana di Milton nel Paradise Lost (Il Paradiso Perduto), l’Arcangelo ribelle che orgogliosamente  s’inventa l’egemonia nell’Inferno pur di non vivere da subalterno a Dio. Ambizioso e Antipatico, ma molto riuscito come personaggio, almeno finché non assume le viscide sembianze del Serpente e si sa come continua la storia. Qualcuno ha voglia di continuare a commentare questo post?

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2 thoughts on “I personaggi di un racconto o di un romanzo: parliamone un po’.

  1. Il fascino di un personaggio, principale o marginale che sia, nel contesto di un romanzo deve avere almeno una peculiarità: stare talmente bene all’interno della storia che, solo per il fatto stesso che ci sia, dona quel valore aggiunto, senza il quale la storia non sarebbe la stessa. Amato oppure odiato, trovo quindi che non sia importante. Quante volte il “cattivo” ha reso una trama interessante, spesso unica. E quante volte una piccola comparsa ha reso possibile un cambio direzionale di tutta la storia. Non è necessario quindi che si sviluppi necessariamente empatia, quando ne veniamo a contatto con la lettura. L’importante, per me, è trovare un personaggio capace di catturarmi e che a volte prescinde anche dall’interesse sulla storia stessa. Questo è davvero un tema molto interessante. Brava, cara Lu, per averlo sollevato. Stefy

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  2. A me sono venuti in mente ” I fratelli Karamazov”: grandissimo romanzo, ma quando l’ho letto non ero riuscita a “simpatizzare” con nessuno dei personaggi principali. E del resto credo si possa dire la stessa cosa di altri romanzi di Dostojevski, a cominciare da “Delitto e castigo”.

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