Undiciparole: da forum a collana Giulio Perrone Editore, divisione LAB


Quando avevo undici anni” é il primo titolo della collana Undiciparole di Giulio Perrone Editore sezione LAB.  Una bella conquista per gli undiciparolieri che, ad oggi, sono oltre 200 e sempre provvidi di idee, animati da entusiasmo e buona volontà, moderatamente ma indiscussamente feroci nella lettura, editing e selezione delle sempre più numerose opere che partecipano alle varie antologie.  Mi piace avere dato il la a questa antologia rincorrendo un’immagine televisiva, protagonista una provocante e sensuale Gloria Paul degli anni ’70, gli anni della mia adolescenza. L’invito é stato accolto a piene mani e mai espressione fu più giusta trattandosi di scrittura di autori vari.  La Giuria, della quale io stessa ho fatto parte, ha selezionato 17 storie suddivise in quattro decenni così da coprire l’arco di un quarantennio che ha visto, da nord a sud isole comprese, un susseguirsi dinamico di trasformazioni politico-sociali e culturali che ben si riflettono nelle trame narrative e nei personaggi. La novità per molti di noi  é stata proposta dall’autore più giovane, unico testimone della sezione anni ’90:  Diego di Dio. Un entusiasmante book-trailer produzione di Salvatore Manzella di Mondocult che ripropone immagini simbolo e foto personali da noi stessi procurate nella solita atmsofera ludica e cooperativa che caratterizza il forum Undiciparole, attivo anche nelle ore più impensabili della giornata, week-end compresi.

La splendida copertina, decisa con la democratica forma del sondaggio che caratterizza il forum, é un’illustrazione gentilmente fornitaci da Tiziana d’Este. Grazie  ai co-autori, grazie a tutti i partecipanti, a Stefano Mascella, paziente Admin e ideatore di Undiciparole, alle gentili co-Admin Giovanna Astori e Vanesa Banfi, a Tiziana d’Este, Salvatore Manzella e soprattutto a Giulio perrone Editore per averci dato fiducia al punto da riservarci una collana.

Il titolo del mio racconto é : Una signorina perbene

Questo l’incipit:

Una signorina perbene

Che emozione, oggi, salire dopo tanto tempo i gradini di questa scalinata che conduce alla scuola media che io stessa ho frequentato.

Non mi piace indugiare sul solco nostalgico e possibilista della memoria, ci svolazzo leggera, per servirmene solo per quel che mi basta. Attingo, ogni tanto, quando mi va, quando il bisogno di riprendere come in un’istantanea alcuni momenti della mia vita si fa imperioso, un bisogno forte che mi urge dentro come quello di bere, di mangiare, di urlare, di sferrare un pugno, di amare.

Salgo le scale e sento un affanno leggero che non mi deriva da una mole accresciuta del mio corpo, non più undicenne, ma dal fremito di un’emozione forte che mi assale, alla sprovvista, in questo momento.

Risollevo la tracolla della borsa, per darmi un contegno, per fermarmi un momento prima di entrare. E mi rivedo sugli stessi gradini, con i libri tenuti da una cinghia elastica, stretti al cuore, immersa nei miei pensieri, quelli di allora. Mi rincresceva  che la scuola fosse così vicina a casa mia, perché lungo la strada prima di arrivarci, mi piaceva pensare, dialogare con me stessa o ripassare le lezioni se non m’era bastato il tempo al mattino.

Una bambina compita, ordinata nel suo abitino portato sul ginocchio, con quella testa di riccioli ribelli e crespi che non aveva ancora imparato a domare con il phon e che erano il tratto più evidente di un temperamento ribelle. Che sapevo che avrei speso la mia vita da adulta nella perenne ricerca di un equilibrio tra i più grossi conflitti dell’esistenza, tra i voglio e i devi.

Sì, con un piccolo sforzo, riesco anche a ricordare i pensieri che mi turbavano allora. Ero una signorina, più che una bambina. Così mi avevano chiamata mia madre e mia nonna, il giorno prima. Ora sei una signorina, devi fare attenzione a come ti comporti con la gente, a come ti vesti, a come cammini, a come parli. Come potevano essere cambiate così tante cose da un giorno all’altro? E perché nonna e mamma si erano scambiate un sorrisino? Che bisogno c’era di dirlo anche alla signora Tonia, la vicina di casa di mia nonna, o a mia zia. Sì, turbata e confusa erano le parole giuste. Non mi sentivo cambiata per niente dai giorni in cui leggevo le favole di Andersen, con le illustrazioni colorate della Sirenetta, della Piccola Fiammiferaia e le storie strappalacrime di orfanelli come Il piccolo Lord o le coraggiose Piccole donne crescono.

Mi mancavano, anche se erano passati solo pochi mesi dal tempo delle elementari e della mia insostituibile maestra.

“Buongiorno professoressa Ciannamea” salutavamo in coro la professoressa di italiano. Nessuna risposta a tanto entusiasmo. Lei, signorina ma per stato civile più che biologico, perché già prossima alla pensione, procedeva dritta senza nemmeno degnarci di uno sguardo. Annuiva soltanto, come per rimarcare che delle studentesse modello dovevano salutare a voce alta i loro professori. Il contrario non era atto dovuto. Aveva travolto le nostre vite di bambine, le nostre letture, i nostri temperamenti sognanti. Mi ritrovavo a leggere Calvino, ora, e non riuscivo a capire perché il barone si rifugiasse su di un albero e mi chiedevo se non ci fossero altri modi efficaci di mostrare al mondo il proprio disaccordo.

Dall’alto di quella scalinata, un po’ come il barone rampante, indugiavo qualche minuto, prima di annegare nel grigiore delle sale dell’edificio scolastico. Si aveva una vista del mondo che mi sarei chiusa fuori, una volta entrata. La vita restava fuori e la storia affollava di fantasmi quegli interni. Giù, per strada, sfilavano le studentesse delle magistrali, con i pullover a collo alto su gonne a pieghe. Si affrettavano le prime donne lavoratrici, le prime segretarie d’azienda. Lavorerò anch’io, come loro, pensavo e mi costruivo già un futuro di donna autonoma. Non avrei fatto la casalinga come mia madre, mia zia, la mia madrina, le nostre vicine.

tratto da “Una signorina perbene” di Lucia Sallustio

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