Le parole: fascino e vulnerabilità


LE PAROLE

Fermare le parole sul bianco della carta o sullo schermo del computer è cosa tremendamente affascinante. Un bisogno dell’animo di estraniarsi da loro. Quando parli le parole ti appartengono ancora, escono dalla tua bocca, sono, dunque, parte di te. Te le puoi perfino rimangiare. Appartengono a te, sono i tuoi pensieri, sono dettate dal tuo cuore. Talvolta volano via, perché si sentono irretite da te o perché non te ne rendi nemmeno conto. E, invece, avesti dovuto trattenerle nel tuo profondo, avresti fatto meglio per mille ragioni, per diplomazia, per educazione, per ipocrisia. O, solo, ti sono sfuggite dando corpo alla tua rabbia, dentro di te, e non te ne sei resa nemmeno conto. Le hai usate come corpi contundenti. Perché anche le parole uccidono, fanno soffrire, umiliano, allontanano.

Ma quando le hai fermate sul bianco con un colore qualsiasi, nero, blu o con la penna rossa con la quale correggi i compiti dei tuoi alunni, lo hai fatto perché si vedessero meglio, per dare forma ai tuoi pensieri, che prima ti sembravano slegati e fluttuanti e , per questo, immateriali.

Ora hanno un loro peso e una forma. Hai usato la morfo-sintassi più o meno sofisticata per tenerle insieme. Hanno un senso compiuto per gli altri, o almeno questo pensi e speri. In compenso sono più vulnerabili delle parole solo pronunciate. Sono lì ferme e aspettano. Di essere osannate, condivise, derise, respinte, se non uccise da altre parole che formano altri discorsi. In una faida senza tempo che, implicitamente, hai accettato.

Purtroppo, talvolta, non ti sembrano più nemmeno le tue, svestite come sono del tuo fiato, della tua voce.

Hanno persino perso la tua intonazione per prestarsi ad essere lette secondo altre tonalità, secondo pause non pensate eppure frapposte. Sono diventate parole altrui. Nel materializzarsi, ti rendi conto che si sono reificate.

Si possono perfino smarrire all’interno di quella nuova veste che hai dato loro. Girano sulle bocche di quanti non conosci nemmeno e le cui vite potresti non condividere.

Ma è un rischio che devi correre, se vuoi sbarazzarti di loro, del peso che quei corpi vanno prendendo e che non riesci più a sopportare da sola.

Le parole scritte sono di tutti. Convincitene.

di Lucia Sallustio

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17 thoughts on “Le parole: fascino e vulnerabilità

  1. Il “convincitene” finale è un colpo ben assestato. Non potevo fare aspettare le tue parole :), sono venuta a leggerle e a codividerle, ora girano anche nella mia testa. Spero di non stravolgerne il senso. Bel pezzo Lucia. Un abbraccio. Mariella

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  2. Ciao Mariella,
    sono contenta che passi nel mio salotto virtuale a conversare con me. Sì, le parole sono la mia ossessione. E’ un pezzo scritto qualche anno fa, tratto da un saggio che porto avanti da tempo su pensiero e scrittura, dal titolo provvisorio “Non sparate sulla scrittrice”. Ambiziosa definizione? Non so. Alla lettera scrittrice significa “colei che scrive” e, dato che lo faccio ormai sistematicamente, preferisco non cambiare il titolo e continuare ad appuntarmi queste riflessioni sulla lingua e parola ( de Saussure).

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  3. *__* è proprio così, le parole sono un dono che si fa a tutti e che tutti possono elaborare.
    alla scelta di chi lo raccolga che sia dono morbido o affilato.

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  4. Mi hai fatto pensare alla “parola data” che un tempo era sacra, per la parola data si moriva ( beh, meglio che non sia più così ), ora non vale nulla. Il valore è rimasto un patrimonio di quella scritta, ma anche questa può essere estrapolata, manipolata, rubata. Eh sì , ci vuole coraggio a scriverla. Auguri allora Luciana, che questo coraggio sia premiato e che il dono che fai non sia inutile. E’ un bun saggio.

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  5. Le parole possono essere tutto: pietra, carezza, rasoio, calore, gelo…
    Sono importanti, le parole. Andrebbero maneggiate con cura, ma a volte vogliono scappare via come capita, senza freni.
    Ed è proprio come dici tu, Luciana: quando le scriviamo diventano di tutti.
    Può essere un rischio, ma d’altra parte che possiamo fare? Tenerle nel forziere?
    Baci,
    rosalia

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  6. Le parole non sono mai vuote. Questo tengo sempre ben presente. Le tue, cara Lu, fanno riflettere e giungere a una condivisione profonda. Mi fanno arrivare a ringraziare chi ci ha donato questo mezzo di comunicazione. Ne custodiamo l’esclusività del “mezzo” PAROLA, spesso sottoutilizzandola con silenzi inutili e quindi non di quei silenzi capaci di essere pieni di significato; spesso abusandone e svuotandole della loro anima speciale. Un dono che è dato solo all’Essere Umano, che è capace di costruire con le parole le cose più belle, ma anche di farne l’uso più stupido e bieco che le nostre orecchie devono a volte sentire. Sempri Manna, Lu! Un abbraccio. Stefy

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  7. Il peso specifico di una parola non cambia come avviene per l’acqua, tale rimane anche se la congeli in un foglio di qualsiasi colore la scaldi tra le labbra di qualsiasi rossore o la infuochi nel web con qualsiasi clamore. Non cambia il volume e nemmeno sostanza. Cambia però ampiezza e frequenza ed anche il suo tono e piatta si fa quando diventa stampata.
    Noto come diventa facile in questo mondo di blogs e controblogs partorire parole che altrimenti non sarebbero mai nate. Parole stipate una sull’altra in commenti alternanti che alla fine , leggendoli bene, riescono a non dire niente

    il solito anonimo ammiratore

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  8. non volermene, ma prova a leggere la sequenza dei commenti, noterai, forse, una esagerata insensatezza delle parole.
    – parole che girano nella testa come mosconi che ronzano facendo la corte alla forfora prima dello shampo;
    – parole intese come regalo, come dono alla festa del compleanno, come coriandoli nel giorno di fine carnevale;
    – parole scritte col coraggio di eroi destinati a morire di maggio. Sparagli Piero e dopo un colpo sparagli ancora una mitragliata di parole. Fallo secco sputandogli infinite verbi declinati all’infinito;
    – parole di pietra scolpite su pietra e parole di raso di fresco rasate. Parole fragili confezionate in scatole con su scritto “da parolare con cura”. Mancano però le indicazioni del dritto e del rovescio del sopra o del sotto;
    – parole piene e parole vuote, in bottiglie d’aceto prive del tappo. Parole sfumate via.

    Mettete un bicchiere come segnale, in modo che si sappia da quale lato prenderle.

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