“A perfect day” a scuola Holden. C’é chi può…


La mia amica Dirce Scarpello, autrice del romanzo “Angulus ridet” edito da Giulio perrone Editore, divisione Lab, che per inciso vi consiglio vivamente di leggere e possibilmente commentare anche in questo blog, é stata ieri sabato 25 settembre, 2010 alla mitica Scuola Holden di Torino. Ho condiviso sul forum di undiciparole e per telefono la sua gioia dopo avere ricevuto la comunicazione che il suo scritto era stato selezionato nell’ambito del concorso “A perfect day” e che il premio consisteva nella fruizione di un breve corso di scrittura tenuto da grossi nomi della letteratura contemporanea, tra i quali, oltre lo stesso Baricco, Carlo Lucarelli, Milena Agus e Paolo Giordano. Wow, che forza che sei! le ho detto subito. E lei, appena ritornata, ha regalato  un resoconto che riporterò in vari post successivi a quelli che, come noi, sognano un giorno di poter mettere piede nello “spazione Holden“. Durante le lezioni Dirce e un altro centinaio di autori selezionati come lei ha potuto conversare e apprendere le tecniche della narrativa da scrittori professionisti che tutti noi amiamo e che sono in grado di catturare la nostra attenzione, nutrire la nostra mente, sollazzare la nostra anima, farci ridere e piangere con personaggi di fantasia che ci immaginiamo amici o nemici, per i quali trepidiamo, con i quali solidarizziamo, mentre ce ne stiamo  comodamente  spaparanzati sul sofa o nel letto di casa nei lunghi inverni, seduti in un giardinetto durante la pausa pranzo o costretti dagli spostamenti di lavoro nell’esiguo spazio di un  treno o di un  aereo.

di Lucia Sallustio

Eccomi! Resoconto limitato alla stretta attività scolastica(non ho partecipato al party perchè sono dovuta part(y)ire prima!)
1° Re Baricco nello ‘Spazione’
A Torino c’ero stata una volta, 20 anni fa. Un concorso in banca, 800 selezionati in tutta Italia. Non superai la selezione. Forse perché a 25 anni ero già sposata. Insomma ero un cavallo vecchio anche quando ero giovane.
Naturalmente il 24 settembre 2010, venerdì ore 22,00 l’aereo atterra in una Torino in cui deve aver piovuto tutto il giorno. Ma il tempo è clemente per me, smette. Prendo l’autobus per il centro: passo gradatamente da casermoni diversi da quelli del CEP di Bari solo per il tetto spiovente, che mi ricorda che qui d’inverno fa – ho detto volutamente fa e non vien giù come direbbero al nord- la neve, a case via via più decenti anche se ho seguito strade di cemento e ponti e rotaie che si sono intersecate in mille modi, mi sono passate di lato, in testa nel loro grigiore, nei loro metri cubi di cemento vecchio e a tratti anche sgretolato. La sensazione man mano che si avvicina al centro è che ci si trovi per lente, impercettibili modifiche dal più grigio squallore allo sfarzo architettonico più estremo. Non è così i tutte le grandi città, per lo meno in quelle che ho visitato finora. Tutto comunque è dilatato, i viali sono larghi più di un’autostrada e si allineano in corsie di cui non saprei dire il senso giusto se non dopo che il pullman le ha imboccate. Meno male che non ho preso l’auto a noleggio.
Arrivo finalmente nelle vie del centro e quella sensazione di dilatazione se è possibile è ancora maggiore: ritrovo i grandi viali che sono tutti un susseguirsi di porticati, che è l’unica cosa che mi ricordo di venti anni fa. Osservo i grandi palazzi asburgici con i mille balconi dalle colonnine in pietra, come palchi affacciati su uno spettacolo teatrale e immagino le sfilate di eserciti reali, file di cavalli bianchi con ufficiali in uniforme da parata e carrozze con i reali che salutano il popolo ai lati e degnano di appena accennati e contenuti gesti di riconoscimento i nobili che li osservano proprio da quei palchi. Forse perché è tardi e, a parte i ragazzi con i giubbotti di pelle nera e le borchie nei bar e qualche frequentatore dei mac donald, non c’è nessuno, posso immaginare di tornare indietro nel tempo. Magari domani il caos sarà totale e mi sembrerà strano di aver immaginato quei fantasmi aleggiare su quei balconi e per quei viali. Comunque l’albergo è vicinissimo alla scuola; forse non avrò neppure il tempo di accorgermi della città intorno e sarò nel luogo che ho un po’ mitizzato negli ultimi tre anni almeno. Magari sarà una delusione: mi capita spesso ma ciò è dovuto alla mia fervida fantasia e alla voglia di straordinario che mi condisce la vita.
Mi sveglio in una Torino assolata. Penso che ho portato io il sole qui, prevedeva pioggia. Invece piove giù, mi sono sentita con i miei. Il vialone , Corso Dante Alighieri, è austero e semideserto alle 8,30 ma è un sabato penso che sia normale. Riconosco che lì deve esserci la Holden – strano meccanismo per cui ormai saltando la parola ‘scuola’ il giovane personaggio ribelle ha cambiato il genere – da una piccola folla che si accalca nei pressi di un portone di un palazzo antico – pur non essendo pieno centro la maggior parte dei palazzi qui sono fine Ottocento, credo – e penso, chissà perché, al Grande Fratello. No, non quello letterario che pure mi è tanto e terribilmente caro, ma proprio all’insulso – è politicamente corretto dire così? – reality televisivo. Da lontano mi immagino gente desiderosa di apparire, di conquistare il suo quarto d’ora di gloria, giovani talentuosi vestiti da dandy e magari bei culetti dotati di cervello che vengono qui soprattutto per il party di stasera. Insomma con i miei 45 anni e i miei – per fortuna adesso meno- chili di troppo , mi ritroverò nuovamente fuori posto. Niente di più sbagliato. Comincio a distinguere teste indubbiamente canute, fisici nella norma e fuori forma. Ci sono i giovani e meno giovani, amici virtuali dei vari forum che frequento che mi hanno addirittura aspettato nell’atrio – cara Lita e Maria Alberta – e poi ne riconosco altri, o meglio loro riconoscono me per via del nome – ogni tanto avere questo nome così strano mi aiuta- che pronuncio all’ingresso.
Eccoci nello ‘Spazione’ che poi ci ospiterà nella pausa pranzo, praticamente un salone doppio con affaccio sul Corso, l’unica aula grande dove la cattedra è leggermente rialzata su una pedana( e non potete impedirmi di pensare a che cifra di affitto chiderei se fossi il proprietario).
E adesso se siete stati attenti avrete capito il senso della prima lezione che ho seguito. Baricco. Che parlava di Faulkner. Ammetto la mia ignoranza, autore – anzi genio letterario a suo dire- che non avevo ancora mai letto, pur collocandolo vagamente nella migliore letteratura americana di questo secolo. Pardon, del secolo scorso, non mi abituo mai al fatto che siamo ben oltre il 2000 e che quelli che ci accingiamo a vivere sono i nuovi anni venti. Baricco, anzi Faulkner che precipita parole, frasi interi periodi in lunghe parentesi tra due trattini , senza apparentemente farti capire i soggetti, o per lo meno mettendone molti in gioco, parlando della iniziazione alla vita di un giovane ragazzo americano degli anni ’50 attraverso una battuta di caccia al mitico orso della sua regione, che non è un orso ma è l’Orso, la Natura che l’Uomo vanamente tenta di dominare e mai ci riuscirà.
Ho reso l’idea? Comincio a pensare che i miei periodi non siano poi troppo lunghi. Ma certo io non sono un genio letterario. Non ho i colpi di maestria di chi inserisce quella frase breve ma efficace, che ti fa fare il punto della situazione e ti riporta giù dall’ottovolante del fluire letterario. Baricco comincia a parlare del rapporto tra la complessità e la bellezza dicendo come non sia così scontato che la complessità, la fatica, l’astrusità siano necessariamente indice di oggettiva superiorità culturale di un lavoro, presunzione quest’ultima che ahimè – poiché sono grossomodo sua coetanea- riconosco essermi stata inculcata a suo tempo nelle pieghe della mia formazione scolastica. Direi che oggi, al contrario, si tende un po’ troppo a semplificare, per i miei gusti, si indugia sulla crudezza e sulla nudità della realtà più che svelarne il sotteso. Ma sto divagando, queste sono le mie opinioni, Baricco non c’entra. Lavoriamo per un’ora e mezza vivisezionando porzioni di testo da cui desumiamo che anche persone brillanti e illuminate – Baricco cita Scurati – liquiderebbero quel testo come un po’ capotico e alla lunga illeggibile, dopo aver capito già dalle prime righe che questo suo altalenare tra linguaggio quasi biblico per la grande quantità di simbologie estreme che inserisce – estreme nel senso di assolute,che non lasciano margini all’umana imperfezione, dove la caccia è la Caccia, l’ orso è l’Orso e la Caccia è l’Umanità e l’Orso è la Natura –crea un tale fastidio nel lettore che il paragone con la sedia scomoda è calzante. E mo’ che centra la sedia, direte voi? C’entra, c’entra. Lo scrittore deve portare il lettore nei suoi luoghi: lo scrittore normale lo fa sedere comodo – al di là di metafora gli dà tutta una serie di riferimenti idonei per fargli seguire la storia che dovrà raccontare- e poi comincia la narrazione. Può anche portare il lettore sulle montagne russe ma sarà saldamente e comodamente assicurato al suo seggiolino. Faulkner no, lo fa sedere su uno gabellino scomodo e stretto che già traballa prima di cominciare. Ma il fascino di Faulkner per uno scrittore , a detta di Baricco, sta in una sfida: lo scrittore è, secondo Baricco, un artigiano non solo della parola ma anche della materia più complessivamente intesa della narrazione e lui – Baricco dico – si ritiene un buon artigiano che ha bisogno però almeno di dodici viti perché il suo manufatto stia in piedi ed è colto da ammirazione profonda – una punta di invidia direi- per quell’artigiano di Faulkner che lo sa creare con solo due viti. E adesso avrete capito perché sto usando molti più incisi del dovuto. Io ci metto anche il super attack.
Concludo che Faulkner non è in cima alla mia lista di letture formative per il prossimo anno, diciamo.
Quel piacione di Baricco ha finito la lezione: eccolo a firmare autografi, a fingere di interessarsi ai nostri esordi, a continuare a parlare con quella sua voce suadente e affascinante nonostante la zeppola.
Sentendomi al contempo colta da un senso di abissale ignoranza – perché in pratica non sapevo chi è Faulkner – e risollevata nel comprendere che anche se non ho seguito un corso convenzionale di studi potrei diventare comunque una brava ‘artigiana’ – mi domando se al femminile funzioni- attraverso un mio percorso personale, mi dirigo verso l’aula 1 dove sta per cominciare la lezione di Lucarelli.
Ma di questo vi dirò poi.

scritto da Dirce Scarpello, autrice di “Angulus Ridet”, PerroneLAB,  luglio 2010

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