“A Perfect day”- Parte seconda- Il genere noir


Dirce ama la suspense, evidentemente, ci tiene sulla corda, ci propina con lentezza le sue impressioni, le sensazioni provate sabato 25 settembre alla scuola Holden di Torino, quasi volesse distanziarsi da loro, farle sedimentare prima di relazionare, evitare di fare confusione per dire tutto e troppo in fretta. Intanto godiamoci questo secondo post molto intrigante sul genere noir.

ORE 11 AULA 1
Lucarelli è inquietante, esattamente come in TV. Scerbanenco l’autore prescelto. Ammetto che sono una lettrice distratta e occasionale dei noir. Ma con Lucarelli mi si apre tutto un mondo. Innanzitutto capisco che il genere noir si presta a raccontare proprio come tutti gli altri generi letterari, qualcosa sulla natura dell’uomo. Quando l’investigatore è sul collo dell’assassino quasi mai nel noir potrà infierire su di esso perché si spalanca l’altro e ben più affascinante mistero: cosa ha scatenato l’omicida, qual è stato l’evento o chi è il responsabile psicologico a monte, chi ha dato la stura, insomma, al magma criminale che covava nel petto del colpevole? E poi il tratto inquietante. Dopo divagazioni tecniche piuttosto semplici – se c’è un arma deve sparare, se viene descritto qualcosa deve avere un senso nell’economia del romanzo, l’incipit di un romanzo giallo-noir deve dare subito alcune informazioni essenziali- passiamo alle citazioni dei dossier americani sulle carceri di massima sicurezza, quelle dove si tortura, insomma (di cui per un meccanismo di rimozione, credo, io non so – e non voglio saperlo- neppure il nome) e Lucarelli candidamente dice che lo scrittore di noir deve torturare il lettore. Deve confonderlo, dargli degli indizi e poi delle smentite fino al punto di fargli perdere la cognizione di chi sia e dove si trovi proprio come si fa ai torturati. Ed è solo dopo aver portato fino allo spasimo questo meccanismo che l’autore può dare al lettore la sua sedia comoda: il lettore crollerà e sarà disposto a fare ciò che vuole lo scrittore.
E no, non ci siamo. Due che parlano della sedia. Mi guardo intorno – l’aula 1 dove siamo con Lucarelli è poco più che una stanza, la cattedra è un banco un po’ più grande col piano in truciolare – neppure la misera fòrmica dei tempi miei- e le sedie- quelle si- sono dei tempi in cui andavo a scuola io. Direi che in una struttura di tale fama mi sarei aspettata per lo meno una sedia con braccioli e un tavolino orientabile ma penso che lo stile sia volutamente bohemien, giusto per non dare l’idea che la scrittura sia una roba da ricchi o che dà ricchezza ( ed è vero sicuramente per noi che siamo lì da discenti).
Lucarelli conclude che se non siamo disposti ad essere cattivi e ad usare metodi da CIA è meglio che non ci mettiamo a scrivere noir ed io concludo che, se mai lo farò, avrò in mente quelle due o tre persone che nella vita me l’hanno proprio fatta sporca e – quelle si- me le torturerò per benino.
Sul catering dell’ora di pranzo nello spazione stendo un velo pietoso: ho apprezzato solo il tomino e un grignolino frizzantino rosso eppure io sono di bocca buona. Mi faccio autografare anch’io la mia copia di ‘Seta’ e temerariamente consegno il mio romanzo a Baricco: so che al massimo gli sarà utile per pareggiare una cattedra traballante- e visti gli arredi svolgerà egregiamente la sua funzione – eppure a 45 anni non mi vergogno più di niente, è il mio modo di dire che esisto.
Sono fiduciosa e spero che il meglio debba ancora venire ed infatti nell’aula 3 mi aspetta la lezione con Milena Agus: per raccontarvi questa esperienza ho bisogno di prendermi un po’ di tempo, soprattutto per digerire il tomino( e Baricco).

scritto da Dirce Scarpello il 27/09/2010

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