Nostalgia di favole e dell’estate


UN CARDELLINO NELLA CALDAIA

A Giovanna, Pietro e Oreste

Incipit

Era un bel pomeriggio di luglio e il sole, ancora alto nel cielo,  s’infuocava come una grossa palla rosso arancione nell’azzurro terso dell’infinito.

Un raggio furtivo si staccò dai compagni per andare a rifrangersi sul vetro di una vecchia caldaia intrappolata in un cassone anti-corrodal.

Forse per gioco o solo inesperienza, un cardellino che da poco aveva intrapreso la grande avventura della Vita era andato a finire in quella trappola soffocante. Proprio quando sperimentava i primi voli da solo, novello Icaro, era stato attratto da un labirinto bianco e intrigante che gli aveva solleticato la fantasia.

“Voglio pvorvio vedeve ( il piccolino aveva una buffa “r” moscia)  dove povta questo passaggio segveto. Se tvovo i vevmetti, quelli buoni buoni che piacciono a me, me ne riempirò il pancino. Poi ne imbeccherò qualcuno anche per la mamma. Savà molto ovgogliosa di me!”

Non si era accorto, il curiosone, e non poteva nemmeno saperlo perché era piccino e non conosceva il pericolo, che quel passaggio tortuoso era cieco e mortale.

 

di Lucia Sallustio

PERFECT DAY THE END, 4° ED ULTIMO ATTO: PAOLO GIORDANO OVVERO IL GIOVANE HOLDEN FA SCUOLA


E con questo quarto atto Dirce Scarpello, autrice del romanzo Angulus Ridet edito da PerroneLAB nel mese di giugno 2010, ci sollazza con le emozioni vissute alla Scuola Holden in occasione dell’ambitissima esperienza di “A perfect Day”. Come dire che, dovessero ripetere l’iniziativa, non facciamoci scappare l’occasione di incontrare gli autori dei libri che ci hanno fatto sognare, adirare, emozionare sotto il soffitto pieno di nomi illustri della scuola Holden di Torino.

Grazie Dirce per averci dedicato le tue attenzioni socializzando la tua esperienza.

Lucia Sallustio

Del personaggio del romanzo ha solo lo sguardo tenebroso e tormentato ma come sappiamo lui, Giordano, è invece una specie di piccolo genietto che ha bruciato tutte le tappe – credo che sia laureato in qualcosa come fisica o ingegneria e che abbia pure vinto un dottorato prima dell’avventura letteraria- approdando al premio Strega prima dei trent’anni. Sebbene si atteggi – non in maniera arrogante, in verità ma piuttosto impacciata- a docente finisce presto col sembrare proprio un ragazzo che sta sostenendo un esame: non guarda dritto il suo pubblico, non domina la platea ma cammina avanti e indietro abbassando a tratti lo sguardo e ripete la sua lezione- ancora una volta un autore americano, ancora una volta gli anni sessanta, società piccolo borghese americana, mille film già visti- dalla quale, per la verità, traggo qualche spunto interessante. Del racconto analizzato ‘Undici solitudini’ di Yates, ricavo una interessante tecnica, cioè quella di introdurre quello che sarà il conflitto, il dramma interiore forte dei personaggi, attraverso piccoli accenni, in sé però abbastanza completi a quello che sarà l’acme della vicenda sicché il lettore è preparato- come in un crescendo Rossiniano, e questo è un paragone mio- allo svolgersi finale, non più a sorpresa ma solo d’intensità diversa dall’accenno iniziale. Grace si sposa con un uomo mediocre, anche lei è mediocre e recita una pantomima dell’amore e della passione: dov’è il dramma? Nella strisciante consapevolezza di questa mediocrità che hanno i personaggi, nella resa a questa mediocrità che se il racconto non fosse continuamente velato da un’ombra di dramma, potrebbe a tratti divenire caricaturale. Altra cosa interessante dall’analisi testuale è quella del modo che ha l’autore di calarsi nei personaggi pur lasciando l’io narrante in terza persona e vi riesce utilizzando linguaggi, similitudini e espressioni di basso profilo, adeguate ai suoi personaggi: sicuramente l’autore avrebbe potuto usare un registro più elevato ma invece ha scelto di fare un passo indietro e di adeguarsi al suo personaggio, scendendo al suo livello.
Adesso Giordano è più rilassato. Ha detto la sua lezione e può cercare di sfoderare il suo fascino che a me, purtroppo ben più grande di lui, finisce col sembrare un po’ adolescenziale, anche se ormai mi sono fatta l’idea che la stragrande maggioranza dei trentenni, soprattutto maschi – ahimè in questo caso anche i quarantenni a volte- si sentano ancora degli adolescenti incompresi. L’occhio ceruleo sta per colpire nel segno la platea – a stragrande maggioranza femminile- quando vien fuori con un’osservazione da neofita della scrittura – o almeno così a me è parsa- che si domanda come fare a dare i nomi ai luoghi e ai personaggi. Lui dice che proprio i nomi italiani gli stonano e che tendenzialmente gli suonano bene quelli americani. Un’esterofilia da letteratura commerciale, da globalizzazione culturale, da sudditanza ai modelli anglosassoni che oltre a saltare buona parte della nostra ottima letteratura contemporanea è come rinnegasse- o almeno così a me pare- quella passione per la scrittura di cui parlava la Agus, per degradarla a creazione di un prodotto. Questa ultima sua esternazione mi è parsa piuttosto una ingenuità, come l’ammissione della mancanza di una sua voce interiore ben i identificabile al di là di quella che ha drammaticamente riempito il suo primo brillante esordio. Bah, vedremo, concludo. Se quello sarà solo l’avvio di una brillante carriera letteraria o se sarà l’opera irripetibile di un enfant prodige. Insomma vedremo se il suo numero primo rimarrà solo oppure no. La giornata didattica è ormai finita, una specie di melanconia mi prende, considerando che di lì a poco ho l’aereo per ritornare a casa: mi congedo dagli amici di forum e dai nuovi conoscenti con caldi abbracci e la speranza di rincontrarci un giorno chissà dove, mi congedo dalla stessa Scuola guardando finalmente il soffitto pieno di nomi illustri, sperando che un giorno ci sia un angolino con il mio nome. Vado via come una ladra, come un’amante dopo un incontro fugace ma intenso che lascerà il segno ma come un’amante ho la consapevolezza che un’altra sarà la mia strada, che l’abbraccio che ho un po’ mitizzato di cui ho goduto oggi non sarà altro che un’esperienza di vita e che la strada è lunga, faticosa e non è detto che mi porti da qualche parte ma, come dice non ricordo chi, l’importante in fondo non è la meta ma il viaggio.

di Dirce Scarpello

Un incontro importante


L’abito in mussolina verde, sgualcito dal viaggio, svolazzava come un drappo patriottico in contrasto con il pallido incarnato e il rosso fulvo dei capelli. Un ricciolo ribelle le solleticava la fronte, increspato dall’umidità del mattino e lei lo rimuoveva, di tanto in tanto, infastidita. Lo sciabordio dell’acqua la ipnotizzava. Una barchetta attraccò a riva, dopo l’uscita notturna. Due pescatori scesero a terra, il più vecchio aveva una lampara in mano, l’altro una rete. Il ragazzo la guardò spavaldo, mentre nella rete guizzavano e si dibattevano ancora vivi i pesciolini intrappolati tra le grinfie tentacolari dei polpi. Gli occhi in fuori di uno scorfano sembravano implorare il suo aiuto, boccheggiava e si contorceva. Poi non si agitò più.

Sentì un brivido attraversarle il corpo e tanta paura. Il ragazzo si accorse che tremava e si mise a ridere. Quel sorriso la indispettì, sapeva già cosa stava pensando. Anche Pinuccio si comportava in quel modo con lei e con le sue amiche e le chiamava femminucce.

Così la incontrò sua zia, con la sua espressione ribelle ed un ricciolo che non si accomodava nella partitura ordinata delle trecce. La guardò da lontano, mentre si affrettava a ritirare il pacchetto che suo fratello le mandava con la raccomandazione di raddrizzarla.

“Buongiorno. Tu sei Maria, la figlia di Ginetto”- le disse con tono sicuro, la sfida negli occhi neri come tizzoni. “Sono zia Renata”

“Buongiorno a Voi” le rispose la ragazzina con un inchino.

Almeno l’educazione la conosce, pensò la donna e, suo malgrado, ammise che la ragazzina era carina assai e distinta e, pareva, bene educata. Forse il fratello aveva esagerato.

S’incamminarono e, a chi le guardava allontanarsi verso il paese, sembravano madre e figlia, l’una piccola e svelta, l’altra esile e lunga.  Ogni tanto la donna si girava verso la giovane gesticolando e agitandosi tutta. La ragazza si fermava, depositava la valigia e si affrettava a seguirla silenziosa, annuendo col capo.

di Lucia Sallustio

Ho riportato la traduzione del testo nella pagina Le mie traduzioni.

Un lettore celato dietro l’anonimato, invece, ha avuto la gentilezza di commentarlo così, tradotto in testo dalle pagine giallognole, alla maniera dei testi veristi scritti a cavallo tra ‘800 e ‘900. Wow, che emozione!

“Quando avevo undici anni” e l’estate procidana


Anche la nostra Antologia “Quando avevo undici anni” edita da perroneLAB non ha resistito al fascino e alla cultura delle estati procidane. Così come in Puglia che la scorsa estate ha vantato una nutrita agenda di incontri con autore e iniziative letterarie  sulle “Spiagge d’autore”, anche a Procida, oltre al prestigioso premio Elsa Morante, numerosi sono stati gli eventi correlati alla lettura e alle presentazioni di libri.  Potrete trovare un resoconto più dettagliato a cura di Diego di Dio, uno degli autori della Raccolta,  a pag.28-29 cliccando sul seguente link:

http://www.grades.it/public/espressioni%20procidane/esp_n%C2%B015-16_def.pdf

Buona lettura!

Automa: nuovo tema 30R.


Quando ho letto il tema di novembre, circa due mesi fa, pensavo di non riuscire a scrivere nulla. Tante idee ma poca inventiva. Ieri pomeriggio, a tre giorni dalla scadenza del bando di ottobre, l’illuminazione. Forse un ricordo affiorato di sensazioni confidatemi da chi quel dramma ha vissuto realmente. Certe volte accade che una storia ti urge dentro e devi raccontarla, a costo di lasciare tutto, di rimandare altro che devi completare per dovere, oddio quanto é terribile quel senso del dovere che opprime. Per fortuna si trattava solo di 30 righe e imbastirle non è poi così faticoso.  Ma quando la tempesta del ricordo e dell’emozione si é bella e scatenata e hai rotto gli argini della parola, allora quello spazio diventa troppo esiguo, vorresti continuare, ti senti stretta e incominci a limare, eliminare caratteri inutili, a condensare l’emozione in poche, pochissime parole che hanno il compito arduo di stabilire quel contatto che fa di uno scritto, indipendentemente dalla lunghezza, qualcosa di condivisibile o meno.

Spero di trovare a breve qualche commento da parte dei miei lettori, prima del responso del terribile curatore del concorso di Fernandel.

Mio padre è un automa

Certi giorni vorrei proprio non rientrare a casa. Altri m’illudo, sulla strada del ritorno, che tutto sia cambiato all’improvviso ad opera di una fata, come nelle favole che mi raccontava mio padre da bambina. Invece, sempre il solito scenario ad aspettarmi, le immancabili isterie di mia madre, gli inconsolabili pianti di mia sorella e mia nonna. Dall’altra parte il silenzio di mio padre, rotto a tratti da mormorii, gorgoglii o grugniti animaleschi. Non li sopporto più. Vivo nel desiderio che presto tutto finirà, anche se covo già il dolore della perdita. Dal giorno dell’incidente sono passati molti anni, forse otto o dieci. Non li conto più. Ogni giorno uguale all’altro, più o meno, talmente dilatato da darmi l’impressione di vivere nella dimensione dell’eternità. Quanto ho odiato a scuola i filosofi e letterati che l’hanno perseguita con ogni mezzo per ammantarsene, io ne farei a meno. La vorrebbero ugualmente se vivessero ogni giorno accanto a uno che vegeta, sbava, non controlla più i bisogni fisiologici, ha perduto il senso della misura, della pietà, della dignità? Lo vorreste, voi, un padre senza carezze, senza consigli, senza rimproveri? Uno che potreste marinare la scuola, frequentare cattive compagnie, drogarvi, rubare e continuerebbe a guardarvi come un automa?

“Vorrei andarmene all’estero, Parigi, Berlino, Vienna, Londra, a perfezionare le lingue che ho studiato seduta nei banchi,” gli ho detto oggi, per sfogarmi “invece, non andrò oltre i giardinetti di questo orribile paese.” Risposta: una crisi epilettica spaventosa. Poi ho associato, ho parlato dei giardini dove il suo dramma é incominciato quel giorno che la falciatrice gli ha mozzato le dita e lui ha perso il lavoro di giardiniere piombando in una irreversibile depressione.

di Lucia Sallustio

Qualche riga in chick-lit, tanto per sdrammatizzare


VITA DA BADANTE

E ora, che tragedia” mi dice Daniela. La guardo, occhietto sbalordito che la invita a riprendere fiato per svelarmi la verità con un breaking news che le deve sembrare eccezionale. “Ho la badante incinta.”

“E dov’è la tragedia?” le chiedo da incompetente, in testa la convinzione inculcatami che attendere un figlio resti, oggi più di ieri, una benedizione del Signore.

“Come dov’è la tragedia?” si accanisce lei rabbiosa, mentre la commessa dietro il bancone muove il capo dall’una all’altra come una pallina da tennis, spettatrice entusiasta della commedia che si svolge gratuitamente sotto i suoi occhi. Sembra un giudice di gara, piazzata su una pedana in attenta sorveglianza.

“Basta che non sia incinta di tuo padre!” le butto giù io, in un attacco di umorismo che solitamente mi è estraneo.

“ E sì, ci mancherebbe pure!. No dai, è incinta di suo marito. Ma non è questo il problema, è che mi ha appena dichiarato la sua impossibilità a continuare ad assistere mio padre che, da quando è ridotto in quello stato semi-vegetale,  necessita di braccia belle salde per essere accudito.”

“Ma chi è incinta, l’italiana o la polacca?”

“L’italiana. Figurati se la polacca, furba com’è, si fa infinocchiare. Quella ha già avanzato le sue pretese. Ed è questa la tragedia, una è incinta e se ne va, l’altra mi accampa già pretese di un aumento a fronte di maggiori permessi. Studia lei, non ho mai capito cosa. Secondo me ha qualche ganzo che vive da qualche altra parte e s’incontrano due, tre volte al mese nei fine settimana.”

“Mi scusi, vuole qualcos’altro?” mi chiede la commessa alla quale il datore di lavoro ha rivolto uno sguardo carico di minacce se non si sbriga a liquidare quelle teatranti che bloccano la fila fino alla porta.

Infatti siamo in un panificio-tavola calda-risolviproblemi del che

mangio oggi. Sono appena uscita dal lavoro con il Grande Caos in testa e, per giunta, il mezzogiorno è già passato da un’ora e una brava donna di casa la decisione l’ha presa da un pezzo.

“100 grammi di crudo, quello lì bello magro, il San Daniele e può farmi il conto” risponde Daniela e trova nella risposta motivo di nuovo astio nei confronti della badante di cui sopra.

“Ah, sì, che lei mangia solo prosciutto crudo, di quello magro, la signora polacca. Questo piace papa, papa vuole questo, non fa bene a papa. E io che corro su e giù e prendo comandi su ciò che la signora desidera perché è diventata ormai il portavoce ufficiale di  mio papa, mi riempio la macchina di sacchette della spesa e giro con doppie liste in borsetta perché, che ti devo dire, in tutto questo trambusto mi sa che quella che perde colpi sono proprio io. Senza contare, poi, che a darle il cambio, ora che l’altra badante se ne andrà, sarà sempre la sottoscritta. Addio sabato e domenica liberi, addio vita sociale. Mi sa che chi sta facendo vita da badante sono proprio io. Faccio la badante della badante.”

Povera Daniela, l’amica che quasi invidiavo quando passeggiava al corso bella e altera sottobraccio a suo marito, impeccabile e sempre elegante, anzi elegante già nell’incedere lento e cadenzato che rimandava al mio perenne affannarmi dietro qualcosa, dietro un carrozzino prima e poi, quando i pupi sono cresciuti, dietro una serie di impegni di cui oberavo la mia vita imbavagliata tra famiglia, lavoro, scrittura, disponibilità ad oltranza, che non m’abbandona, e rivoli di ambiziosi progetti. Il tono di voce prostrato e due belle occhiaie, che le immalinconiscono lo sguardo, modificano l’immagine che m’ero fatta di lei, me la rendono più vulnerabile, meno paradigmatica. E allora scatta la molla empatia, quella che mi distrugge, che giuro vorrei non avere, che mi fa immedesimare nelle altrui disgrazie e soffrire e piangere insieme a loro. Certo è su questa

capacità che posso basare la mia vena scrittoria, questa capacità di sentire alla maniera degli altri, di scandagliare i loro animi e di indossarli come vesti nuove per farne dei personaggi verosimili. Ma nella vita reale è una capacità che mi pesa.

“Anche per me, 100 grammi di prosciutto San Daniele” chiedo senza pensarci alla commessa che trepida non solo per le vicende della mia amica ma anche per la mia sofferta decisione sulla lista della spesa. Ecco, a furia di immedesimarmi negli altri, va a finire che compro cose che oggi non mi servivano. Ho già un codino di prosciutto in frigo, l’ha comprato ieri mio marito, e lo avevo anche rimproverato di non prendere iniziative ma di consultarmi perché avevo comprato anch’io il crudo, sia in fette che a listarelle alla barese, come lo chiamiamo da noi. Così ora dovrò gestire circa un chilo di prosciutto crudo. Poco male! Per la prossima settimana si mangerà quello soltanto. Tutto frutto della mia empatia.

“Ciao, Liliana” mi giro e metto a fuoco, a fatica, il visino smagrito e giallastro della mia migliore amica dei tempi della pallavolo. Come potevo riconoscerla, dall’ultima volta che l’ho vista ha perso almeno venti chili! Sbiadita anche la sua bellezza, diamine è un’ecatombe, a guardarmi intorno. Pensare che mi lamento sempre di non essere più capace di perdere peso velocemente come una volta. Anzi, per quante diete fai-da-te m’imponga, mi ritrovo al massimo a fare il pugno di ferro con la mia taglia 48 nella quale incomincio ad esplodere. Ma la 50 no, non ammetterò mai di essere una 50, se no dovrò considerarlo un preludio per arrivare alla 60 quando avrò compiuto i sessant’anni.

“Ehi, Speranza, come stai?” Mi sento immediatamente trafiggere da frecciate di ammonizione che mi giungono da ogni dove. Hanno tutti timore che stia per partire un nuovo dibattito sceneggiata che incuriosirà la commessa e raddoppierà coda e attesa. E, infatti, il rischio è grande, lo temo anch’io che ho i minuti contati e già ho un

piede tra la cassa e la porta per scappare via prontamente da questo nuovo centro di socializzazione e di ascolto, a seconda dei casi. Daniela coglie l’imbarazzo e si dilegua anche lei alla svelta, con un ciao, cara.

“Che scocciatura, non so cosa comprare oggi per i miei. Sai che mamma ha l’Alzheimer, sono dieci anni ormai. Non è del tipo fulminante, forse è conseguenza di una depressione non curata. La vedi là che girovaga lenta e ormai non ricorda più nemmeno come si cucina un piatto. Rischio che lasci i fornelli accesi e, oddio, non voglio nemmeno pensarlo.”

Fa tutto lei, non ha nemmeno bisogno che faccia le domande, mi ha raccontato tutto in un monologo che, per fortuna, è stato spento dal e a questa bella signora? Cosa le serviamo oggi ? del panettiere. Un angelo Salvatore, lui, in questo momento. Mi dispiace veramente per i suoi genitori, due ex-professori che ricordo allegri e in gamba, lei sempre elegante, lui distinto e con giornale sottobraccio. Ma la povera Speranza, me la sono vista davvero messa male. Sapevo già che suo padre aveva avuto un infarto a Natale scorso, ma che la mamma fosse affetta da questa forma strisciante di Alzheimer non mi risultava. Deve essere veramente giù per averlo spiattellato in pubblico a quel modo. Ma faccio la vigliacca, questa volta, e approfitto della via d’uscita che il mio complice mi ha lanciato. La saluto in tutta fretta, farfugliando qualche parola di compianto e alzo il passo verso la macchina per timore che possa raggiungermi. Non ho la forza di stare ad ascoltare altre storie rocambolesche e dolorose di badanti aguzzine, di pazienti capricciosi e di parenti vittimizzati da badanti e pazienti coalizzati.  Si salvi chi può!

di Lucia Sallustio

Undiciparole a Milano



LIBRERIA DI PIAZZA BAZZI – MILANO
Giovedì 7 ottobre 2010
Ore 18-30
PRESENTAZIONE
Dei primi due volumi della collana“Undiciparole”
edita da PerroneLAB
Annamaria Trevale             Vanessa Banfi
Andrea Bonvicini                Andrea Masotti
leggeranno racconti tratti dalle due antologie

Il mare d’Irlanda: il mio racconto per la Festa di fine estate nel blog di Nicla Morletti


IL MARE D’IRLANDA
di Lucia Sallustio

“Come sarà il mare d’Irlanda?”- si era chiesta più volte prima di partire. E ora era lì a guardarlo e si chiedeva che cosa si nascondesse dietro quella patina grigia cangiante dai toni più scuri del grigio plumbeo, impenetrabile, a quelli più chiari del celeste pallido.
Strano a dirsi, ma il mare non è sempre uguale, o per lo meno, quello non era uguale al mare di casa sua. Il mare d’Irlanda non parlava dritto al cuore, aveva l’impressione che i suoi sensi lo filtrassero con cautela prima che le giungessero emozioni.
“Mi fa paura, mi fa pensare, non mi fa sognare come il mio Mediterraneo”.
Rossella era la tipica donna mediterranea. Un aspetto florido e un carattere esuberante, solare. Tanto comunicativa quanto improvvisamente taciturna e solitaria. Ecco perché non sapeva illudersi di questo mare nordico che aveva solo invogliato altri a fuggire.
Sotto una pioggia scrosciante, quasi mummificata nel suo giaccone, irrigidita anche nell’animo, non riusciva più a guardarlo, anzi ora ne provava fastidio.
“Un mare così burbero, così volubile non incoraggia pensieri d’amore ma solo cupe riflessioni di vita o di morte.
“Se solo guardassi il mio mare, quello dalle belle sfumature dell’azzurro, che scintilla al sole come le argentate filande di Natale, frastornato dalle grida dei bagnanti e dal chiacchiericcio di chi prende pigramente la tintarella sulla spiaggia, mi sentirei inondare di gioia, vorticare nel sogno. Questo mare mi rende malinconica, mi riconduce alla sensazione di irrequietezza che pensavo di lasciarmi dietro”.
Anche dal suo mare si era allontanata, non perché non lo amasse o non amasse la terra che esso lambiva e fecondava, ma perché voleva conoscere il mondo, farsi forte del confronto con gli altri, liberarsi dei pregiudizi che nascono entro i confini che l’uomo si è dato per la paura di cambiare. Lei, invece, proprio quel cambiamento si aspettava viaggiando.
Vitale, gioviale, generosa con gli altri, non era mai stata il tipo che amava starsene piantata nel suo luogo d’origine. Poi, dopo ogni assenza, ritornava carica di ricordi, di idee, di novità, gravida di pensieri dolci e affettuosi per tutti. Gli amici l’accoglievano sempre con curiosità, era lei che riuniva gente intorno a sé, che dava il la a serate piacevoli e conviviali rallegrate da discorsi intrecciati e smorzati che si rincorrevano tra una chicca e l’altra per non concludersi mai. Quelle conversazioni fluivano come i giorni, pensava, ognuno di essi sconfinava nell’altro e si aveva l’impressione che non si concludesse mai niente.
“Domani a Dublino farò compere. Appena arrivo voglio invitare tutti a una serata irlandese.”
Seduta sul parapetto di casa, di fronte al mare, ora che era finito di piovere e apparivano briciole di sole a scaldarla, Rossella lo guardava fisso. Era aperta la sfida.
Più volte aveva pensato che quel mare non avesse odori. Non odorava di alghe come quello scoglioso della sua terra. Forse per questo non riusciva a farla sognare.
Il giorno prima si era incantata a fare un giochetto che faceva da bambina. Lo stesso che aveva fatto con Angelo a Galway. Guardava in lontananza fisso in un punto finché aveva l’impressione che arrivassero i Vichinghi nelle loro agili e strane imbarcazioni, con i ridicoli elmi biforcuti e i baffi rossastri come quelli di Asterix. Che strano! Dalla muraglia della città vecchia del suo paese, affacciata sul porto, da bambina aveva avuto visioni simili. Allora, erano i Turchi ad arrivare e le solerti massaie del posto li accoglievano con tinozze di olio bollente per annientarli. Era veramente successo, glielo aveva raccontato il nonno quando facevano la passeggiata al borgo la domenica sera.

Scatti d’immenso-Festa di fine estate sul blog di Nicla Morletti


Scatti d’immenso, festa di fine estate 2010

14 set 2010 di Redazione

15 settembre 2010 – Partecipa all’Iniziativa letteraria “Scatti d’immenso, festa di fine estate“, organizzata in collaborazione con il Portale Manuale di Mari – Poesia e letteratura nei mari del web e Nicla Morletti

Settembre

Solca il cielo della sera
un ultimo stormo
e cede il vento fruscii alle foglie.

E’ settembre, amore,
ed io coglierò le melagrane
argentee della luna.

Fino alla fine dei tempi
amore
le coglierò per te.

Nicla Morletti

In questo periodo dell’anno raduniamoci proprio come rondini, in procinto di intraprendere un lungo viaggio, in stormi di poeti e scrittori. Partecipiamo all’edizione speciale dell’Iniziativa letteraria “Scatti d’immenso, festa di fine estate” con fuochi di poesia e d’amore, di parole ed immagini nel Blog di Nicla Morletti. Amore, ricordi dell’estate passata e suggestioni dell’autunno che avanza. Il tema è libero. Pubblichiamo nei commenti a questo post, da oggi e per tutta la prossima settimana, opere in versi e prosa. E’ possibile proporre anche immagini, foto relative all’estate appena trascorsa o a creazioni pittoriche e di arte visiva. Le immagini si inviano via mail a:

SOLIDARIETA’ – Chi vuole informarsi su cosa fare per aiutare il PAKISTAN può seguire questo link.

Io ho partecipato con il mio racconto inedito “Il mare d’Irlanda” e tu?

Per saperne di più segui questo link:

http://www.niclamorletti.net/blog/2010/09/14/festa-di-fine-estate-2010/#respo