Il mare d’Irlanda: il mio racconto per la Festa di fine estate nel blog di Nicla Morletti


IL MARE D’IRLANDA
di Lucia Sallustio

“Come sarà il mare d’Irlanda?”- si era chiesta più volte prima di partire. E ora era lì a guardarlo e si chiedeva che cosa si nascondesse dietro quella patina grigia cangiante dai toni più scuri del grigio plumbeo, impenetrabile, a quelli più chiari del celeste pallido.
Strano a dirsi, ma il mare non è sempre uguale, o per lo meno, quello non era uguale al mare di casa sua. Il mare d’Irlanda non parlava dritto al cuore, aveva l’impressione che i suoi sensi lo filtrassero con cautela prima che le giungessero emozioni.
“Mi fa paura, mi fa pensare, non mi fa sognare come il mio Mediterraneo”.
Rossella era la tipica donna mediterranea. Un aspetto florido e un carattere esuberante, solare. Tanto comunicativa quanto improvvisamente taciturna e solitaria. Ecco perché non sapeva illudersi di questo mare nordico che aveva solo invogliato altri a fuggire.
Sotto una pioggia scrosciante, quasi mummificata nel suo giaccone, irrigidita anche nell’animo, non riusciva più a guardarlo, anzi ora ne provava fastidio.
“Un mare così burbero, così volubile non incoraggia pensieri d’amore ma solo cupe riflessioni di vita o di morte.
“Se solo guardassi il mio mare, quello dalle belle sfumature dell’azzurro, che scintilla al sole come le argentate filande di Natale, frastornato dalle grida dei bagnanti e dal chiacchiericcio di chi prende pigramente la tintarella sulla spiaggia, mi sentirei inondare di gioia, vorticare nel sogno. Questo mare mi rende malinconica, mi riconduce alla sensazione di irrequietezza che pensavo di lasciarmi dietro”.
Anche dal suo mare si era allontanata, non perché non lo amasse o non amasse la terra che esso lambiva e fecondava, ma perché voleva conoscere il mondo, farsi forte del confronto con gli altri, liberarsi dei pregiudizi che nascono entro i confini che l’uomo si è dato per la paura di cambiare. Lei, invece, proprio quel cambiamento si aspettava viaggiando.
Vitale, gioviale, generosa con gli altri, non era mai stata il tipo che amava starsene piantata nel suo luogo d’origine. Poi, dopo ogni assenza, ritornava carica di ricordi, di idee, di novità, gravida di pensieri dolci e affettuosi per tutti. Gli amici l’accoglievano sempre con curiosità, era lei che riuniva gente intorno a sé, che dava il la a serate piacevoli e conviviali rallegrate da discorsi intrecciati e smorzati che si rincorrevano tra una chicca e l’altra per non concludersi mai. Quelle conversazioni fluivano come i giorni, pensava, ognuno di essi sconfinava nell’altro e si aveva l’impressione che non si concludesse mai niente.
“Domani a Dublino farò compere. Appena arrivo voglio invitare tutti a una serata irlandese.”
Seduta sul parapetto di casa, di fronte al mare, ora che era finito di piovere e apparivano briciole di sole a scaldarla, Rossella lo guardava fisso. Era aperta la sfida.
Più volte aveva pensato che quel mare non avesse odori. Non odorava di alghe come quello scoglioso della sua terra. Forse per questo non riusciva a farla sognare.
Il giorno prima si era incantata a fare un giochetto che faceva da bambina. Lo stesso che aveva fatto con Angelo a Galway. Guardava in lontananza fisso in un punto finché aveva l’impressione che arrivassero i Vichinghi nelle loro agili e strane imbarcazioni, con i ridicoli elmi biforcuti e i baffi rossastri come quelli di Asterix. Che strano! Dalla muraglia della città vecchia del suo paese, affacciata sul porto, da bambina aveva avuto visioni simili. Allora, erano i Turchi ad arrivare e le solerti massaie del posto li accoglievano con tinozze di olio bollente per annientarli. Era veramente successo, glielo aveva raccontato il nonno quando facevano la passeggiata al borgo la domenica sera.

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