Qualche riga in chick-lit, tanto per sdrammatizzare


VITA DA BADANTE

E ora, che tragedia” mi dice Daniela. La guardo, occhietto sbalordito che la invita a riprendere fiato per svelarmi la verità con un breaking news che le deve sembrare eccezionale. “Ho la badante incinta.”

“E dov’è la tragedia?” le chiedo da incompetente, in testa la convinzione inculcatami che attendere un figlio resti, oggi più di ieri, una benedizione del Signore.

“Come dov’è la tragedia?” si accanisce lei rabbiosa, mentre la commessa dietro il bancone muove il capo dall’una all’altra come una pallina da tennis, spettatrice entusiasta della commedia che si svolge gratuitamente sotto i suoi occhi. Sembra un giudice di gara, piazzata su una pedana in attenta sorveglianza.

“Basta che non sia incinta di tuo padre!” le butto giù io, in un attacco di umorismo che solitamente mi è estraneo.

“ E sì, ci mancherebbe pure!. No dai, è incinta di suo marito. Ma non è questo il problema, è che mi ha appena dichiarato la sua impossibilità a continuare ad assistere mio padre che, da quando è ridotto in quello stato semi-vegetale,  necessita di braccia belle salde per essere accudito.”

“Ma chi è incinta, l’italiana o la polacca?”

“L’italiana. Figurati se la polacca, furba com’è, si fa infinocchiare. Quella ha già avanzato le sue pretese. Ed è questa la tragedia, una è incinta e se ne va, l’altra mi accampa già pretese di un aumento a fronte di maggiori permessi. Studia lei, non ho mai capito cosa. Secondo me ha qualche ganzo che vive da qualche altra parte e s’incontrano due, tre volte al mese nei fine settimana.”

“Mi scusi, vuole qualcos’altro?” mi chiede la commessa alla quale il datore di lavoro ha rivolto uno sguardo carico di minacce se non si sbriga a liquidare quelle teatranti che bloccano la fila fino alla porta.

Infatti siamo in un panificio-tavola calda-risolviproblemi del che

mangio oggi. Sono appena uscita dal lavoro con il Grande Caos in testa e, per giunta, il mezzogiorno è già passato da un’ora e una brava donna di casa la decisione l’ha presa da un pezzo.

“100 grammi di crudo, quello lì bello magro, il San Daniele e può farmi il conto” risponde Daniela e trova nella risposta motivo di nuovo astio nei confronti della badante di cui sopra.

“Ah, sì, che lei mangia solo prosciutto crudo, di quello magro, la signora polacca. Questo piace papa, papa vuole questo, non fa bene a papa. E io che corro su e giù e prendo comandi su ciò che la signora desidera perché è diventata ormai il portavoce ufficiale di  mio papa, mi riempio la macchina di sacchette della spesa e giro con doppie liste in borsetta perché, che ti devo dire, in tutto questo trambusto mi sa che quella che perde colpi sono proprio io. Senza contare, poi, che a darle il cambio, ora che l’altra badante se ne andrà, sarà sempre la sottoscritta. Addio sabato e domenica liberi, addio vita sociale. Mi sa che chi sta facendo vita da badante sono proprio io. Faccio la badante della badante.”

Povera Daniela, l’amica che quasi invidiavo quando passeggiava al corso bella e altera sottobraccio a suo marito, impeccabile e sempre elegante, anzi elegante già nell’incedere lento e cadenzato che rimandava al mio perenne affannarmi dietro qualcosa, dietro un carrozzino prima e poi, quando i pupi sono cresciuti, dietro una serie di impegni di cui oberavo la mia vita imbavagliata tra famiglia, lavoro, scrittura, disponibilità ad oltranza, che non m’abbandona, e rivoli di ambiziosi progetti. Il tono di voce prostrato e due belle occhiaie, che le immalinconiscono lo sguardo, modificano l’immagine che m’ero fatta di lei, me la rendono più vulnerabile, meno paradigmatica. E allora scatta la molla empatia, quella che mi distrugge, che giuro vorrei non avere, che mi fa immedesimare nelle altrui disgrazie e soffrire e piangere insieme a loro. Certo è su questa

capacità che posso basare la mia vena scrittoria, questa capacità di sentire alla maniera degli altri, di scandagliare i loro animi e di indossarli come vesti nuove per farne dei personaggi verosimili. Ma nella vita reale è una capacità che mi pesa.

“Anche per me, 100 grammi di prosciutto San Daniele” chiedo senza pensarci alla commessa che trepida non solo per le vicende della mia amica ma anche per la mia sofferta decisione sulla lista della spesa. Ecco, a furia di immedesimarmi negli altri, va a finire che compro cose che oggi non mi servivano. Ho già un codino di prosciutto in frigo, l’ha comprato ieri mio marito, e lo avevo anche rimproverato di non prendere iniziative ma di consultarmi perché avevo comprato anch’io il crudo, sia in fette che a listarelle alla barese, come lo chiamiamo da noi. Così ora dovrò gestire circa un chilo di prosciutto crudo. Poco male! Per la prossima settimana si mangerà quello soltanto. Tutto frutto della mia empatia.

“Ciao, Liliana” mi giro e metto a fuoco, a fatica, il visino smagrito e giallastro della mia migliore amica dei tempi della pallavolo. Come potevo riconoscerla, dall’ultima volta che l’ho vista ha perso almeno venti chili! Sbiadita anche la sua bellezza, diamine è un’ecatombe, a guardarmi intorno. Pensare che mi lamento sempre di non essere più capace di perdere peso velocemente come una volta. Anzi, per quante diete fai-da-te m’imponga, mi ritrovo al massimo a fare il pugno di ferro con la mia taglia 48 nella quale incomincio ad esplodere. Ma la 50 no, non ammetterò mai di essere una 50, se no dovrò considerarlo un preludio per arrivare alla 60 quando avrò compiuto i sessant’anni.

“Ehi, Speranza, come stai?” Mi sento immediatamente trafiggere da frecciate di ammonizione che mi giungono da ogni dove. Hanno tutti timore che stia per partire un nuovo dibattito sceneggiata che incuriosirà la commessa e raddoppierà coda e attesa. E, infatti, il rischio è grande, lo temo anch’io che ho i minuti contati e già ho un

piede tra la cassa e la porta per scappare via prontamente da questo nuovo centro di socializzazione e di ascolto, a seconda dei casi. Daniela coglie l’imbarazzo e si dilegua anche lei alla svelta, con un ciao, cara.

“Che scocciatura, non so cosa comprare oggi per i miei. Sai che mamma ha l’Alzheimer, sono dieci anni ormai. Non è del tipo fulminante, forse è conseguenza di una depressione non curata. La vedi là che girovaga lenta e ormai non ricorda più nemmeno come si cucina un piatto. Rischio che lasci i fornelli accesi e, oddio, non voglio nemmeno pensarlo.”

Fa tutto lei, non ha nemmeno bisogno che faccia le domande, mi ha raccontato tutto in un monologo che, per fortuna, è stato spento dal e a questa bella signora? Cosa le serviamo oggi ? del panettiere. Un angelo Salvatore, lui, in questo momento. Mi dispiace veramente per i suoi genitori, due ex-professori che ricordo allegri e in gamba, lei sempre elegante, lui distinto e con giornale sottobraccio. Ma la povera Speranza, me la sono vista davvero messa male. Sapevo già che suo padre aveva avuto un infarto a Natale scorso, ma che la mamma fosse affetta da questa forma strisciante di Alzheimer non mi risultava. Deve essere veramente giù per averlo spiattellato in pubblico a quel modo. Ma faccio la vigliacca, questa volta, e approfitto della via d’uscita che il mio complice mi ha lanciato. La saluto in tutta fretta, farfugliando qualche parola di compianto e alzo il passo verso la macchina per timore che possa raggiungermi. Non ho la forza di stare ad ascoltare altre storie rocambolesche e dolorose di badanti aguzzine, di pazienti capricciosi e di parenti vittimizzati da badanti e pazienti coalizzati.  Si salvi chi può!

di Lucia Sallustio

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4 thoughts on “Qualche riga in chick-lit, tanto per sdrammatizzare

  1. Diverse realtà che sono ormai “realtà di ogni giorno” per tante persone. La degenerazione cognitiva che è davvero una patologia strisciante, quindi l’hai definita bene. Genitori anziani affidati a persone che scelgono quel “mestiere” per vari motivi: dai più nobili ai più interessati. Ma c’è di più in questo capitolo. Così come c’è sempre la delicatezza nelle tue parole, c’è sempre da intraprendere una lettura tra le righe che spinge ad andare fino all’ultima parola. Molto più di un brano da chick-lit, ma non ne sono sorpresa. Il valore aggiunto fa sempre la differenza. Un abbraccio, cara Lu. Stefy

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  2. Luciana, come esordiente di chick-lit direi che te la cavi benissimo, pensa che quando la badante polacca dice “questo piace papa” ho pensato a Wojtyla, però nell’ultima parte il racconto cambia tono, rientrando all’origine con la frase finale.

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  3. Grazie Andrea, spero lo apprezzino alla stessa maniera coloro che valuteranno l’intero racconto del quale “Vita da badante” rappresenta un capitolo o meglio una sfaccettatura della donna odierna nella terza fase della sua vita.

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