E-book per “La bisnonna francese”


Qualche giorno fa mi è giunta questa gradita mail:

Lucia,

buondì e ben ritrovata.

Volevo metterLa al corrente, sperando di farLe cosa gradita, di questa  novità a cui La invito a dare un’occhiata:

http://www.goldenbookhotels.com/hoteldautore/HOTEL/hotel-universo/hotel-universo.php

Mi faccia sapere che Le sembra… un cordiale saluto e a presto.

Mauro Gabba
Golden Book Hotels

Ho scaricato subito il mio racconto, manco a dirlo! Una soddisfazione regalatami dalla partecipazione al concorso “Eureka” nel 2009 che vi raccomando vivamente anche perchè la scadenza è stata prorogata al 31 gennaio 2011.

Buona fortuna.

Per-correre: riflessioni in verso


Per-correre

Nodosa e proteiforme

È la strada del successo

Impelagata e difforme

Nel proibitivo accesso

Sul tronco ingigantito

Si contano le tacche

Lasciate ad ogni evento

Incise con affondo lento

Strappate con gratuita offesa.

Ad ogni bramata rotatoria

Nuova pietra miliare appare

È simbolo di vittoria

Vilmente derisa e criticata

O esageratamente elogiata.

Che poi qualcuno dice

Ch’è posta nel bel mezzo

D’ogni acuto estremo

La giusta verità

A te poco importa

Prosegui nella corsa

E sfiori con compostezza

Il baratro dell’inafferrabilità.

di Lucia Sallustio

Riflessioni in rima subito dopo l’incontro con Cosimo Argentina autore di “Vicolo dell’acciaio” edizioni Fandango ospite della libreria “Il Ghigno di Molfetta il 25 novembre scorso.

Cena con autore, e quale autore: Dacia Maraini


Dacia Maraini e Lucia Sallustio

Lucia sallustio- Dacia Maraini- la poetessa biscegliese Giuseppina Di Leo

Se ai tempi del liceo mi avessero detto che sarei stata fianco a fianco con un’autrice del calibro e del fascino di Dacia Maraini, avrei imparato senza dubbio a fare le capriole sfidando la paura per le vertigini.

E, invece, giovedì 18 novembre il sogno si è tradotto in realtà espressa con una naturalezza disarmante. L’autrice era stata invitata in Puglia per essere insignita nella mattinata della laurea ad honorem presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Foggia. Nella serata la libreria Il Ghigno di Molfetta, molto attiva nell’organizzare incontri con autori con la giusta dose di convivialità salottiera, ha invitato l’autrice  nell’auditorium Regina Pacis gremito di studenti delle scuole superiori, insegnanti e spettatori entusiasti.  Dacia Maraini ha dialogato con i giovani lettori su svariati temi di attualità e curiosità narrative, soprattutto quelle  poste dalla sua ultima fatica “La ragazza di via Maqueda” , una raccolta di 24 racconti che si snodano in ambientazioni che vanno dalla Sicilia, all’Europa e infine all’Abbruzzo dove attualmente l’autrice risiede e lavora.

Ma l’emozione più grande da me vissuta é stata quella di poter dialogare più serenamente  con Dacia Maraini al ristorante dove come lei ero ospite dei miei amici librai. Il fascino dei suoi occhi azzurri, vi assicuro, é catalizzante e quello della sua parola, semplice ma puntuale e rigorosa come solo una persona esercitata da sempre a vagliare l’atto comunicativo e a selezionare i giusti significanti sa fare, é contagioso. Una donna curiosa di apprendere e aggiornarsi, che si è interessata di conoscere  modalità ed esiti dell’auto-pubblicazione con siti quali ilmiolibro.it o lulù.com, che si è dichiarata contraria alla pubblicazione con contributo alla quale avrebbe senz’altro opposto una forma di auto-pubblicazione, che si é entusiasmata ai commenti alle ultime produzioni cinematografiche e si è divertita a riascoltare battute dal film “Benvenuti al sud” ( e come non parlarne qui da noi!).

Ma soprattutto é stata generosa nel rispondere a domande sulla scrittura, ci ha raccontato del rigore del suo impegno non inferiore alle sei ore giornaliere di produzione scritta, a parte tempi per la ricerca, presentazioni, impegni professionali.  Abbiamo parlato della genesi della sua opera “Isolina”, forse meno nota tra quelle che l’hanno consacrata ad un posto d’onore nella Storia della Letteratura italiana e mondiale, ma che mi ha colpita molto dato che mi occupo prevalentemente di scrittura di genere femminile.  Le ho chiesto  come fosse pervenuta alla scelta tematica e mi ha risposto che le era stato commissionato un libro ispirato da un fatto di cronaca e che , dopo alcune ricerche, si era imbattuta  nel caso di una giovane adolescente del veronese, fatto accaduto nel 1902, rimasta vittima non solo dell’abuso dell’uomo ma anche di un sistema di auto-immunità e solidarietà nella difesa e copertura del criminale e indicizzazione della povera vittima. Si era intenerita alla giovane e indignata di fronte alla sua morte,  durante un tentativo atroce di aborto indotto, e alla truce sorte del cadavere fatto a pezzetti e gettato in sacchi nell’Adige. Storia triste ma intensa, che vi consiglio di leggere.

Foto, autografo, ma non è il primo, sono una fan ad oltranza di Dacia Maraini, e l’ottima cucina molfettese a base di pesce e prodotti della terra in un connubio da sogno, hanno reso la serata un evento per me  indimenticabile anche se nemmeno questa volta, visto che non ho più ventanni, potrò mettermi a fare le capriole dalla gioia.

di Lucia Sallustio

Saudade a Madrid


Il lamento ancestrale del fado la svegliò di malumore. Da un po’ di tempo la riempiva di nostalgia e di rabbia. La voce roca e sensuale, ruvida, della cantante le raschiava l’anima, le trasmetteva il sentimento della saudade. Che cosa poi volesse dire saudade, forse non sapeva spiegarlo nessuno. Una parola intraducibile, che lasciava la sensazione che si trattasse di qualcosa di ineludibile. Il destino? Eppure in altri giorni quella musica l’aveva fatta sognare, vagare verso terre lontane, indietro nel tempo, all’alba di quegli amori cantati.

“Inés! Spegni il giradischi!”

La ragazza che l’aiutava nelle faccende domestiche già da un’ora ciabattava fastidiosamente per casa, mentre lei dormiva di sopra. Dormiva, si faceva per dire. Anche quella notte si era addormentata molto tardi, quasi alle prime luci del mattino, e ora non riusciva a tirarsi su dal letto.

Mille volte aveva pregato Inés di non toccare i dischi, ma lei continuava a fare di testa sua. Erano la collezione di Max che li preferiva alle cassette, ai Cd, alla musica elettronica. Una passione che coltivava tra i mercatini dell’usato, in giro per il mondo, o su Internet. La sua nota démodé, attraverso la quale simpatizzava con le sofferenze dell’abbandono, il trasporto dell’amore, l’erosione della gelosia.

Erano Max e lei non voleva ricordarlo. Troppo doloroso. I dischi in vinile se ne stavano ancora lì, impilati sulla consolle del soggiorno, vicino al giradischi di seconda mano di quando, adolescente inquieto, faceva il dj alle feste degli amici.

Non aveva nemmeno il coraggio di buttarli via, però. Temeva di cancellare tutto con un banale gesto.

Dai tetti di ardesia, oltre la mansarda, giungevano echi di altri generi musicali. Arrivavano prima confusi, poi sempre più nitidi. Si turbò nuovamente alle note del pianto gitano, lento e prolungato, del flamenco evocatore di separazioni dolorose, come la sua. Quando aveva imparato ad apprezzare il flamenco non sospettava lontanamente che avrebbe sofferto in prima persona quelle pene d’amore. Le sembravano finzioni di artisti o melodrammi di altri tempi. Lei, era una donna moderna e, poi, la sua storia sarebbe durata per sempre. S’illudeva.

All’inizio aveva trovato quella danza ridicola e antiquata, una mania all’antica di Max, una delle sue tante contraddizioni o solo una contraddizione del suo paese. Ma ora cominciava a capire che bisognava avere quella cultura nel sangue per immedesimarsi nel dolore mimato dai ballerini. Bisognava avere sofferto come gli amanti che quei due fingevano di essere quando, volteggiando e battendo i piedi nel ticchettio inebriante del ballo, si cercavano con i corpi flessuosi, ammiccanti e sensuali, o si respingevano con furia, offesi dalla gelosia. Come accadeva a lei ora.

Una volta Inés le aveva chiesto in prestito i dischi, visto che nessuno li ascoltava più, ma lei aveva risposto che Max sarebbe passato a riprenderseli. Una scusa come un’altra per tenerli con sé, a testimoniare il passaggio di Max nella sua vita.

“Chissà che look avrà ora!” si chiese, tentennando il capo. Max amava cambiare, cambiava look per cambiare identità e lo faceva, quasi per scaramanzia o per trovare la grinta per ricominciare, ogni volta che chiudeva una fase della sua esistenza. Era bruno, biondo o con il pizzetto ossigenato come se ne vedevano tanti sulle passerelle e per le  strade della capitale? Indossava ancora il giubbotto di pelle nera consumata o aveva invece optato per un look da giovane manager, inquadrato in un gessato con cravatta dai toni sgargianti, unico residuo della stravaganza dell’artista?

Dentro di lei, comunque, Max rimaneva il ragazzo dallo sguardo sornione, una telecamera puntata sul mondo. E il mondo, a sua volta, era per lui la miniera inesauribile dalla quale attingeva personaggi, storie e intrecci per le sue sceneggiature. Max, lo scrittore di cortometraggi che si stava facendo strada nel cinema con la testardaggine che lo aiutava in ogni impresa, ma che aveva anche complicato la loro vita insieme.

Non che lei fosse da meno. La loro carriera. La immaginavano brillante e lo era già per entrambi, ma non bastava. Sempre più in alto, con quell’idea fissa nella mente che li corrodeva, che li asciugava nel loro egoismo e avvelenava il loro amore.

“Maledette bids!*”- sbottò Rossella. Anche lei!  Con la sua caparbietà e l’ossessione per il lavoro, se l’era andata proprio a cercare. Era la prima volta, da quando si erano lasciati, o meglio, Max l’aveva lasciata, che lo ammetteva. Il suo amico Angelo aveva visto giusto e, rimettendosi con la sua ex-ragazza, aveva mostrato di capire che le vie dell’amore e della convivenza passano, spesso, per la rinuncia. Almeno quanto bastava, senza mai capitolare del tutto di fronte all’altro.

Ciò che era paradossale era che Angelo lo avesse appreso proprio da lei!

_____________

* Offerte di lavoro di traduzione

Testo disponibile in inglese nella pagina “Le mie traduzioni”

Festeggiamo insieme il 1° compleanno di questo blog


@cari amici lettori

fra qualche giorno, il 7 novembre, questo blog farà 1 anno. In fase di primi bilanci, posso dirvi che é stata un’esperienza bellissima e ricca di soddisfazioni che é corsa in parallelo alla mia esperienza di attiva forumista su undiciparole. Penso che entrambe le esperienze si siano date rinforzo e consolidate in una prospettiva di apprendimento continuo che se, per alcuni più giovani o più inseriti nel settore, può sembrare scontata e di basso profilo, per me é stata proficua e mi ha regalato una serie di sfumature nella paletta artistica della scrittura, dell’editoria, della saggistica e perfino della legislazione vigente e correlata a questi campi che non bisogna assolutamente trascurare.
E’ per questo che vorrei festeggiare il 1° compleanno del mio blog con tutti voi. Mi piacerebbe lasciaste qualche poesia, brano, racconto intero, qualche commento ad uno dei miei post andando a ritroso fino ai primi. Potrete farlo nello spazio Commenti di questo post da oggi stesso e per una settimana fino al 10 novembre.

Per me sarà una gioia immensa ospitarVi nel mio salotto letterario per modesto che sia.
Grazie mille per la pazienza e per la vostra collaborazione che sono certa non mancherà.

Happy Birthday my blog

Lucia Sallustio

30R novembre: su automa, automazione, autom-azione et similia.


Qualche giorno fa ho postato su questo blog il racconto di 1800 caratteri, titolo e spazi inclusi, da me proposto a fernandel per il tema del mese. Ho ricevuto molti commenti e appunti critici alla mia interpretazione tecnicamente non propria della parola Automa e, in futuro, certamente li terrò in considerazione.

Anche se, quando si scrive, ogni parola o fatto può scatenare reazioni a catena diverse e sempre interessanti nel nostro immaginario con risultati spesso confliggenti con la realtà o l’accettazione più ordinaria degli stessi termini.

Se no quale sarebbe il ruolo della scrittura? Di agire sempre e solo da saggistica, documentario o rivelazione del vero? Che ne sarebbe, allora, di quella sfera così difficile da decodificare alla luce della razionalità pura e intransigente ma che è parte rilevante dell’essere: l’emozionalità, con la sua parte di imprevedibilità, stranezza, non codificabilità, irrazionalità?

Il raccontino é presente anche questo mese nella carrellata sui nomi e racconti, con questa citazione di MG:

Lucia Sallustio con Mio padre è un automa presenta un tristissimo caso di persona disabile che perde le sue caratteristiche umane.

Non é un giudizio critico, semmai una presentazione del racconto nelle sue note essenziali, ma nemmeno una stroncatura. Lui c’é e io sono contenta che quelle persone reali di cui mi sono ricordata, dopo tanto tempo, alla lettura della parola chiave del mese, siano presenti con la loro emotività e la loro piccola tragedia umana, una tra le tante che il mondo finge di ignorare appigliandosi a giri di parole, vivisezionando discorsi ed emozioni, by-passandoli con il risultato di farli sembrare irreali o anacronistici rispetto a problematiche non problematiche quali la rispondenza a un tema.

Questo il racconto:

Mio padre è un automa

Certi giorni vorrei proprio non rientrare a casa. Altri m’illudo, sulla strada del ritorno, che tutto sia cambiato all’improvviso ad opera di una fata, come nelle favole che mi raccontava mio padre da bambina. Invece, sempre il solito scenario ad aspettarmi, le immancabili isterie di mia madre, gli inconsolabili pianti di mia sorella e mia nonna. Dall’altra parte il silenzio di mio padre, rotto a tratti da mormorii, gorgoglii o grugniti animaleschi. Non li sopporto più. Vivo nel desiderio che presto tutto finirà, anche se covo già il dolore della perdita. Dal giorno dell’incidente sono passati molti anni, forse otto o dieci. Non li conto più. Ogni giorno uguale all’altro, più o meno, talmente dilatato da darmi l’impressione di vivere nella dimensione dell’eternità. Quanto ho odiato a scuola i filosofi e letterati che l’hanno perseguita con ogni mezzo per ammantarsene, io ne farei a meno. La vorrebbero ugualmente se vivessero ogni giorno accanto a uno che vegeta, sbava, non controlla più i bisogni fisiologici, ha perduto il senso della misura, della pietà, della dignità? Lo vorreste, voi, un padre senza carezze, senza consigli, senza rimproveri? Uno che potreste marinare la scuola, frequentare cattive compagnie, drogarvi, rubare e continuerebbe a guardarvi come un automa?

“Vorrei andarmene all’estero, Parigi, Berlino, Vienna, Londra, a perfezionare le lingue che ho studiato seduta nei banchi,” gli ho detto oggi, per sfogarmi “invece, non andrò oltre i giardinetti di questo orribile paese.” Risposta: una crisi epilettica spaventosa. Poi ho associato, ho parlato dei giardini dove il suo dramma é incominciato quel giorno che la falciatrice gli ha mozzato le dita e lui ha perso il lavoro di giardiniere piombando in una irreversibile depressione.