IBISCUS ROSA-racconto


 

IBISCUS ROSA

Siamo qui seduti, tutti in ghingheri, schermati dai grandi occhiali da sole di moda questa stagione, sotto un sole di luglio dai raggi cocenti che ci sferzano, ci abbagliano. Eppure non abbandoniamo le nostre sedie, per paura di rimanere in piedi. C’è un buon afflusso di gente, non consueto per una manifestazione letteraria.

Il palco è stato allestito su di una pedana di legno di rovere a strapiombo sull’ampia vallata. Nonostante il caldo, che ci appiccica gli indumenti alla pelle umida docciata da poco, nessuno ha voglia di riparare all’ombra. Effluvi di bagno schiuma profumano l’aria, camuffano pesanti sudorazioni. L’occhio curioso guizza alle cantine. Sono serrate. Peccato, avrei acquistato volentieri delle bottiglie di vino da regalare ad amici e parenti. Sarà un buon vino, penso, anche se mi ritengo ignorante nel settore. Me lo dicono tutti che una come me, che ama la buona cucina e prepara banchetti che fanno parlare per settimane, dovrebbe farsi una cultura anche sulla bevanda degli dei.

“Per-Bacco” rispondo, scusando con una lieve nota ironica la mia imperdonabile mancanza. Confesso, non ho mai ricevuto una buona educazione al vino. Mia nonna, da buona massaia e dal passato innaffiato di cultura contadina, ripeteva che “Buon vino fa buon sangue” e ce la cantava pure, a tavola, la sua canzoncina sul vinello galante per inneggiare “alla salute di tutte e quande”.

Ma non la pensava così mia madre che, per fare la proto-femminista negli anni settanta, sosteneva l’idea consumista di acquistare cibo in scatola, pronto all’uso, che non sottrae tempo alla donna moderna. Le tradizioni, compresa quella dell’educazione del palato al buon vino, erano simbolo di un passato antiquato e rurale.

Così, quando mi hanno invitata al reading, il giorno dopo la premiazione in un paese vicino, non sapevo cosa fare. L’invito era nel prestigioso impero dei Zaccagnini a Bolognano. Dove sarà mai, mi sono chiesta, e ho incominciato a navigare in rete alla ricerca di qualche informazione. Un luogo dove arte e vino formano un binomio perfetto, annunciava lo slogan.

Belle le immagini del sito, interessante la storia, attraente, soprattutto, il background artistico della zona e dei proprietari. Ho accettato l’invito, avrei prolungato la vacanza di un altro giorno.

La vista tutt’intorno è mozzafiato. Non è la California, eppure questa è esattamente l’idea che mi ero fatta di Nape Valley. I monti della Majella ci abbracciano premurosi, il verde dei vitigni delle contrade circostanti dona un senso di pace all’animo, il sole stordisce, l’arte delle grandiose sculture disseminate attraverso le proprietà dei Zaccagnini fa respirare l’animo. Perfino il legno del pavimento, bruciato dal sole, stuzzica le narici, profuma ancora di bosco. Sarà lo stesso legno delle botti, pregiato come questo momento.

Arriva l’attore. Bello, passo svelto e sicuro. E la voce, che voce calda e suadente! Gli sono ancora grata, ieri sera ha letto così bene il passo selezionato dal mio racconto che mi sono stupita di averlo scritto io. Lui era davvero ispirato, ecco la parola giusta.

Segue la Giuria al completo, in abiti da pomeriggio, sobri. Un’altra parola giusta. Qui è tutto sobrio, eppure divino. Scusatemi il gioco di parole. Ci salutano come amici di vecchia data, siamo più amici di ieri, il buon vino e il rinfresco home-made delle donne di Abbateggio, ieri sera, ha sciolto le nostre lingue. Sono nate amicizie, ci siamo scambiati indirizzi, senza calcolo. Abbiamo socializzato, come si dice oggi.

Si sciolgono al vento anche le prime rime. Rime sulla vendemmia si mescolano con le più classiche dannunziane, semplici haiku si confondono con versi pascoliani, quelli che abbiamo divorato da piccoli, a scuola, un po’ per obbligo, un po’ per noia. Sono leggere le parole, s’innalzano al cielo, quasi preghiere che consacrano il nostro incontro. Il sole a palla infuocata inizia veloce la sua discesa, la visione ipnotizza, man mano che va a nascondersi dietro il monte. La magia del posto conquista, la sistemazione del palco è studiata con sapienza, l’allestimento è frutto della mano dell’uomo.

Che strano, questa volta l’uomo ha capito che non deve violare la natura, che il giusto connubio uomo-natura è veramente l’anima del progresso. La presenza di Tara Gandhi, Presidente della Giuria del premio letterario, garantisce, infine, la buona riuscita della manifestazione. Nel suo discorso, nella semplicità del suo italiano corretto ma povero, ritrovo espresse a voce alta le mie intuizioni. L’uomo deve ritrovare la sua antica armonia con la natura, questo è il futuro. Un’idea che ha radici nel passato.

Foto di gruppo, finale lusinghiero, e come dopo una cerimonia in chiesa, l’invito ai presenti è di restare per il buffet.

“Ho finalmente capito cos’è un reading” scherza mio marito. Ma le sue parole sembrano sincere, è stato catturato anche lui dalla magia della montagna Madre.

Ultimo atto, i vincitori assoluti delle quattro sezioni sono nuovamente premiati con un’incisione del figlio scultore di Zaccagnini.

Mi dispiace un po’ di non essere stata richiamata in scena, ero arrivata seconda, ma la vista dei tavoli allestiti per il buffet mi consola.

Il sole si è coricato, brillano timide le stelle nel cielo fattosi scuro, a mantella sulla pelle accapponata dalla brezza della sera. I profili dei monti solo ombre, il profumo della porchetta e del buon vino si sprigiona tutt’intorno. La religiosità del momento della declamazione è smorzata dalle chiacchiere e dalle risa del momento conviviale.

Il vino fa gli onori di casa, rossi dai riflessi violacei; dal bouquet intenso, aromatici e persistenti al palato e rosati dal colore tenue, armonici, dal gusto fine ed elegante.

Io bevo Ibiscus rosa, fresco e fragrante. Ho detto che di vini non ne capisco niente, ma questo mi piace, solletica la mia nota romantica. E come rimanere indifferente a questo scenario che incanta!

“Buono veramente, tenue il colore, intenso il gusto. Che serata meravigliosa” dico a Maurizio.

“Opera del Reading” mi sussurra nell’orecchio, ironizzando ancora.

“No, opera della magia di questo posto in una notte di mezza estate, della poesia che accarezza l’animo nel silenzio corale, di Bacco che ci gonfia di ebbrezza.

“E allora, brindiamo ai tuoi quarantanove anni che per più della metà abbiamo speso insieme e al nostro amore.”

Intorno a noi è tutto di-vino.

di Lucia Sallustio

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