Oggi racconto… un’altra storia di emigrazione.


GEMME ROSSO GRANATO

 Ormai le aveva provate tutte per fare passare la tristezza a Gina. Si erano trasferiti in Belgio da quasi sei mesi e da allora lei era diventata triste e silenziosa. Prima di emigrare, Lorenzo lavorava nei campi, ma la terra era ingrata. Poi il matrimonio era stato benedetto dal Signore, prima con Michele e poi con Sabina. Allora aveva deciso: avrebbe raggiunto suo cugino Pietro che aveva un ristorante sul porto di Anversa. Quando tornavano al paese, lui e sua moglie Angelina, si pavoneggiavano come dei veri signori e a lui veniva voglia di partire subito, tanto più che erano annate difficili per la campagna e i soldi sempre pochi. “Gina, fatti forte che ti devo dire una cosa” le disse una sera. Aveva già  il biglietto di sola andata per Anversa. Lei gli rivolse gli occhi grandi e scuri, resi più mesti dalla trepidazione. Non si oppose alla decisione ma pianse tutta la notte soffocando i singhiozzi sotto il cuscino. Quella sera avevano brindato con il buon vino di nonno Leo. “A te, amore mio, perché non ti dimentichi di noi nelle notti di solitudine” gli disse Gina innamorata. Le prime lettere giunsero colme di entusiasmo. Gina fantasticava su quella terra beata dove la gente comprava in negozi grandi come interi quartieri, i bambini andavano a scuola e prendevano il diploma e tutti avevano una bella casa con giardino. Per mesi, però, non vide un soldo. Continuò ad arrangiarsi come prima e a vestire i bambini con i vestiti smessi dai figli di una cugina. Poi Lorenzo tornò, dieci mesi dopo. Era smagrito e con gli occhi infossati. Le raccontò della solitudine, della difficoltà a capire le due lingue del paese, del doppio lavoro, in fabbrica e nel ristorante del cugino. E del freddo dentro, senza di lei e del buon vino del nonno. Brindarono per il ritorno e serbarono l’altra metà della bottiglia per la partenza. L’anno dopo si trasferirono tutti e quattro ad Anversa, carichi di speranze e con la benedizione di nonno Leo che, per l’occasione, regalò loro tre bottiglie di vino. “Vi servirà a riscaldare il freddo della nostalgia” disse con la testa china. Giunse il primo Natale lontani da casa. Dopo la soupe fumante e l’arrosto accompagnarono i dolci di mandorla con l’ultima bottiglia di vino. Quella sera Gina tornò a sorridere. Il vino era di un rosso granato così intenso che ogni goccia sembrava risplendere come una gemma. Passava e scaldava il cuore, cosicché anche il grigiore freddo e penetrante dell’inverno sembrava addolcirsi con quel flusso pieno e corroborante. Lorenzo finalmente capì come restituire il sorriso a Gina. Avrebbe piantato un vitigno del nonno nell’angolo più assolato del giardino. Ma il vitigno non attecchì e Gina, che lo aveva sorvegliato premurosa, pianse come per un figlio perduto. Lorenzo, però, aveva la testa dura degli uomini abituati a zappare la terra, avara nelle ricompense. Ne piantò un secondo e poi un terzo. Morì il secondo e incominciò a seccare il terzo. Quell’anno fu particolarmente mite e il vitigno, pallido e secco, mise fuori foglie e pampine e finalmente due o tre racemi striminziti e verdognoli. Ogni mattina Gina usciva fuori in quel fazzoletto di terra caro quasi quanto il suo paese e accarezzava la vite. Sapeva  pazientare. Al secondo anno la vite si caricò di grappoli piccini che dorarono al pallido sole del Nord. Quell’anno fecero il vino. Due bottiglie. Una per Natale e l’altra per la nascita di una bella bambina. La chiamarono Frieda che in fiammingo significa Pace, perché quel vino, moderatamente dolce e dai riflessi violacei che sprigionava il calore della gente del Sud, aveva donato a Gina la serenità di una volta. P.s. Io sono Lorenzo, direttore vendite dell’azienda vinicola del nonno. Vendiamo il nostro vino da tre generazioni in tutto il Belgio ed esportiamo in Francia e nei Paesi Bassi. Zia Frieda è la designer ed è lei che ha creato l’etichetta con il leone rampante. La nostra ragione sociale? Presto a dirsi: Grand-père Léon.  Contattateci su: http://www.grandpereleon.be. LUCIA SALLUSTIO

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One thought on “Oggi racconto… un’altra storia di emigrazione.

  1. Mia carissima Amica,
    il raffinato lirismo del tuo narrare si evince anche da testi brevi… quasi flash delle storie del passato…
    La vicenda del vino della pace, quanto mai attuale in questi giorni, è di rara, pregevole fattura… Si potrebbe paragonare a un ricamo antico.
    Sei ricca di pathos e di umanità e sai comunicare con
    dolcezza straordinaria.
    Ti ringrazio per il tuo Dono, di cui assaporo il profumo, il colore, il sapore e , con umiltà , mi limito a regalarti un abbraccio lungo quanto un anno!!!

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