“Taita”: racconto o romanzo?


Vulcani dell'Ecuador

COME UN’IGUANA

 

“Taita, vuoi l’ovetto a colazione? Quasi un paio di dozzine di uova, mi hanno fatto oggi tra papere e galline. Guarda che bello l’uovo della Briosa, ne vale almeno tre di gallina. Ah, ho appena sfornato il pane. Ne vuoi una buona fetta fragrante?”
Sempre premurosa mia suocera, ma quanto parla! Oggi sono sveglia dalle cinque e non per i primi raggi che si sono infiltrati come ladri di sogni nella stanza da letto, ma per i rumori che la bella Nina, come chiamano tutti mia suocera, non si preoccupava nemmeno di evitare. Armeggiava tra cucina e patio e, visto che le fa male la bocca quando è serrata troppo a lungo, s’è messa a canticchiare qualche vecchia melodia e a parlare con gli animali.
Non riuscivo a riprendere sonno dal nervoso e dalla sensazione dolorosa di un cerchio che stringeva alla testa. Forse ha ragione lei quando mi rimprovera di usare troppo il computer. Mi dice che, prima o poi, mi ricovereranno in crisi da dipendenza. Ieri notte ho fatto l’una e dopo ho stentato ad addormentarmi. Avevo strani tic, l’occhio sinistro tremolante e un magone dentro, incontrollabile. Avrei pianto volentieri, ma non riesco più a farlo come un tempo. Ho già versato troppe lacrime e, ormai, la sofferenza s’è aggrumata tutta, è un nodulo acquattato da qualche parte dentro di me, che mi consuma e riesco a lenire solo davanti allo schermo del portatile.
Quando mi sono svegliata, ho sentito il freddo invadermi di nuovo le membra, si irradiava dalla punta del naso fin giù, alle estremità dei piedi. Allora, mi sono infilata tutta sotto il piumone, come una bambina che vuole nascondersi allo sguardo dei genitori che la chiamano e la cercano dappertutto. Così facevo io, m’infilavo sotto la coperta di lana merinos, e sentivo accanto a me Francisca, mia sorella maggiore, che soffocava le risa per non farsi sentire da papà e mamma. Loro, continuavano a urlarci che erano già le quattro e mezza del mattino e dovevamo sbrigarci per andare ad allestire la bancarella al Mercato Mayorista di Quito.
Al mio fianco, invece, stamattina c’era Aldo. Russava, come ogni notte. Ora che ne sto parlando con sua madre, lei sorride e, con un pizzico d’orgoglio che non so dove trovi, mi dice assomiglia tutto a su’ babbo. Per consolarmi, aggiunge che anche lei ne ha trascorse di notti insonni, ma non lo ha fatto mai pesare a suo marito, ché poi gli uomini se la prendono a male e, per di più, tocca alla donna custodire l’unione del matrimonio con grappoli di pazienza.
“Io, questa pazienza, invece, non ce l’ho” le rispondo. “E poi un freddo terribile mi paralizza e, se non sono in movimento, mi agghiaccia tutta e mi rende ancora più impaziente.”
“L’è che sei sempre seduta lì davanti al computer, quando non lavori” mi fa, di rimando.
Ieri l’ho sentita. Chiedeva a una delle sue ospiti del B&B Bella Nina, nel centro storico di Lucca, se ci potevano essere ripercussioni sulla mia sanità fisica e mentale. Non l’ho mai sentita parlare con gli ospiti in toni così preoccupati, poverina. Dall’altra parte del muro, mentre rifacevo la stanza azzurra, mi è venuto spontaneo guardarmi allo specchio. Ho fatto un passo indietro. Da un po’ di tempo ho gli occhi cerchiati di viola, il viso troppo magro, patito. Forse per questo la bella Nina mi perseguita con la ricca cucina della Garfagnana, i piatti sani e succulenti della sua mamma e, prima di lei, della sua nonna. Ingredienti biologici della masseria di campagna dove viviamo insieme, i miei suoceri e i due figli, Paolo e Aldo, ciascuno a curarsi i drammi della propria famiglia sbrindellata in un’atmosfera di accogliente allegria. Tutto falso. La verità, invece, me l’ha gettata in faccia lo specchio. Consumata dal dolore, navigo tra onde virtuali. Mail e facebook leniscono le ferite, le foto mi restituiscono i colori della mia terra, il sorriso di Carlos mi ossigena per un po’. M’illudo, tra luoghi e personaggi della mia fantasia o repertori dell’anima, che presto tutto cambierà.
Sono sempre stata bella. Ho preso dalla mamma i lineamenti fini moreschi, le curve sinuose, mentre ho ereditato da papà la forma degli occhi e la statura minuta degli indios. Francisca, invece, era molto più alta di me. Statuaria come la nonna materna della quale portava il nome. Certe volte mi dico che se non fosse stata così bella, così procace, così sensuale, così colta, lei che parlava quattro lingue con invidiabile fluidità, io ora non sarei qui, a patire tutte le sfumature del freddo, nel corpo e nell’anima. Ci sono momenti in cui sragiono. Poi, per amore delle bambine di Francisca, torno a essere la donna assennata di sempre.
Questo è compito di Taita che è più calma e obbediente, mi incoraggiava la mamma con un sorriso, quando voleva che mi recassi alla fontana del mercato a prendere l’acqua per lavare le verdure alle clienti più sofisticate. Francisca s’ingelosiva e mi seguiva salterellandomi attorno. Mi spintonava e, per farmi scoppiare a ridere e lasciarmi sfuggire di mano la tanica colma, mi raccontava storie ridicole. Lo faceva apposta, era dispettosa ma ci adoravamo. Siamo cresciute, ci siamo raccontate piccoli segreti di donne e poi ci siamo ricercate ciascuna la propria indipendenza. Io facevo la commessa nel negozio di Carlos, Francisca la guida turistica nell’agenzia viaggi di Gigi, lucchese di nascita ma sposato con un’ecuadoregna a Quito. Si sono innamorati e hanno lasciato l’Ecuador per venirsene a vivere a Lucca.

“Taita, ma mi ascolti? Che ne faccio dell’ovetto? A frittata o bello alla coque. Mangia, che metti un po’ di colorito, bimba mia.”
Non ho voglia di niente, a quest’ora del mattino poi! Non sono mai stata una mangiona e lo si vede dal fisico. Mi nutro di poesia, di ricordi, di emozioni, tanto più ora che mi mancano i colori, gli odori, il caldo umido della mia terra. Li ritrovo accendendo il computer, solo così posso rimediare al grigio che il cielo mi rimanda da troppi giorni, oltre le finestre di queste stanze. Un grigio ora cupo, ora sfumato del bianco delle nuvole. Plumbeo e greve. Chiaro e evanescente. Ma sempre tetro e malinconico. Il grigio è per me il colore della mancanza delle persone che più ho amato. Il senso dell’assenza non è sempre uguale a se stesso. Fa meno male quando sai che è assenza momentanea, attesa di ricongiungersi in un abbraccio che può restituirti la felicità.
Quando mia sorella partì, inseguendo l’amore e forse un po’ la vanità, sentii una forte stretta al cuore. Pioveva a dirotto, quel giorno. Una pioggia estiva violenta che caricava gli animi di elettricità e le narici di bosco e azoto. Per noi che eravamo abituati al clima amazzonico, la pioggia non era un intralcio alla routine, ma la benedizione a una terra paradisiaca, un trionfo di colori, di specie rare. In Ecuador la natura si diverte a mescolare tutto come un abile giocatore di carte. L’iguana assume colori variopinti per camuffarsi meglio, i fucsia e gli arancione dei fiori, il verde delle foglie, i bruni della terra.
Come un’iguana mi coloro del grigio della malinconia, del pallore delle nuvole che rende spento e livido il mio antico colorito olivastro di cui andavo fiera. Mi acquatto con occhi sporgenti puntati tutt’intorno, divoro sensazioni. Francisca mi manca e so che, questa volta, è andata via per sempre. Quando lasciò l’Ecuador sapevo che l’avrei rivista prima o poi. E infatti mi misi a lavorare di più per pagarmi il biglietto per l’Italia. Mi sarei ripagata quello di ritorno con il lavoro stagionale che mia sorella era riuscita a procurarmi al B&B della signora Nina. Mezza giornata al mattino, se necessario qualche straordinario fino alle due o nel pomeriggio, e tutto il resto della giornata libera di scorazzare in città e dintorni come una turista o in giro per compere. Eravamo tornate a essere inseparabili, Taita, Francisca e le sue tre bambine meravigliose che ci tenevano sempre impegnate tra scuola, giochi e cucina.
“Dai, zia Taita. Raccontaci ancora la storia dei due vulcani,Taita e Mama. E cosa ha fatto il vulcano Taita, allora?” Ero la loro cantastorie. Quando nonna raccontava, io facevo proprio come loro. Mi sedevo buona buona per terra, sgranavo gli occhi o mi portavo le mani sulla bocca con terrore quando mi raccontava la leggenda della dama con il lungo velo nero. Francisca, invece, preferiva aiutare la mamma in cucina, tanto che, per scherzare, la chiamavo Chicarron, come il pollo fritto che adorava.
Unico neo di quei giorni felici era Aldo, il secondogenito della signora Nina, che mi aveva messo gli occhi addosso e mi faceva una corte spietata. Ma la felicità rende spavaldi e io ci ridevo sopra, mica ero matta a mettermi con uno che aveva quasi venti anni più di me, bruttino, tarchiato e tirchio di parole. Io avevo Carlos che mi aspettava a Quito, così bello che, quando ce ne andavamo in giro in città, le donne se lo divoravano con gli occhi.
Dovevo tornare io a casa e, invece, Francisca fu presa dalla nostalgia.
“Taita, non so come spiegarmi. Ho qui dentro qualcosa che preme e mi leva il respiro. Mi mancano papà e mamma, i cugini, i colori delle nostre città, il clima, gli odori intensi e profumati dei frutti tropicali, i gusti forti e decisi della nostra cucina. Come se mancasse parte di me. Ho convinto Gigi a partire, sa che tu resterai qua con le bambine, non possono perdere la scuola. Ti metterai un po’ di soldi da parte e quando torni sposi Carlos.”
Avrei dovuto dirle di no, ma nonna Francisca diceva sempre che nessuno può fermare il destino: vaga giorni e notti e poi decide dove fermarsi. Quella sera decise di fermarsi sulla strada del loro ritorno dall’aeroporto di Pisa. Per farci una sorpresa Gigi e Francisca erano tornati in Italia con mamma e papà. Pioveva a dirotto anche quella sera, il cielo era di un grigio lugubre e sfiorava il nero. Morirono tutti in uno scontro frontale. Ora che so che non potrò rivederli mai più, posso fare la differenza: il senso della mancanza è un macigno.
“Vai a svegliare le bambine, Taita, così si lavano e fanno colazione. Accompagniamo loro a scuola, Robert al liceo e si va tutti al B&B. Arrivano ospiti stasera. Torna Vito, l’americano. Te lo ricordi dallo scorso anno?”
Parla, parla sempre la signora Nina. Una mitragliatrice puntata. Ma, tante volte, mi dico che senza di lei non ce l’avrei fatta a superare il dolore, a salvare tre bambine dall’orfanotrofio. Ci ha accolti tutti, nella sua masseria. Ora ci sono anche Paolo, il primogenito, e suo figlio Robert di diciotto anni. Se ne sono tornati dall’America dopo l’incredibile tragedia. Sua moglie si è suicidata quando il figlio di ventuno anni è morto di leucemia e a Robert hanno diagnosticato la stessa malattia, un anno fa. E ora la bella Nina s’ubriaca di lavoro per non pensare alle disgrazie. Basta a pensarci sopra. Non stiamo lì a chiamarcele, le disgrazie. Si vive alla giornata. Guardate che buon buccellato m’hanno preparato stamani, bello profumato d’uvetta. Fa ancora progetti con suo marito, cucina per la famiglia che si è allargata, cura instancabile e sorridente ospiti paganti e familiari naturali e acquisiti. La parola é il suo rifugio, la sua salvezza, così come quella scritta lo è per me, quando do vita alle mie storie. Internet mi surroga immagini e colori, come fa la sua bella terra toscana con lei, la terra alla quale mi sono inchiodata sposando un uomo che non amo. Mi conforta una foto, un fotomontaggio, dove indosso il mio abito da sposa in seta avorio, ho i capelli raccolti in uno chignon e roselline bianche e fiori d’arancio in un mazzetto. Mi sorride un uomo alto e snello che mi cinge la vita curvandosi affettuosamente su di me. Occhi che accarezzano l’animo. Carlos. Ho sostituito la sua foto a quella di Aldo, stridono i colori accesi dei suoi vestiti e lo sfondo variopinto con il candore dell’abito da sposa. La foto risale a prima che partissi per l’Italia. Eravamo in vacanza.

La torre dell’orologio, nella piazza del Mercato Vecchio, suona le due del pomeriggio. Ho finito di riordinare le stanze, ho steso lenzuola e asciugamani sul terrazzo, lavato i bagni e rimesso la biancheria fresca e profumata. Dispongo con cura saponette e block-notes nelle stanze. Lascio un bouquet di fiori di campo e un vassoio di frutta mista, tropicale e italiana, per la coppia di sposi che arriverà in serata. Aldo è tornato in masseria. Domani Robert farà la tac e Aldo accompagnerà fratello e nipote in ospedale. Io resto a Lucca, con la scusa degli sposi che arriveranno tardi. Mi riscalderò nel mio Ecuador virtuale. Accendo il PC e controllo la posta. Carlos mi ha risposto. Clicco i tasti con un’ avidità di leggere che mi fa stare molto male. Il computer s’inceppa. Lo riavvio. Sempre così, quando si ha fretta. Mi trema di nuovo l’occhio e mi sento soffocare. Eccolo, è lì, mi chiama amore. Stringo la copia della foto del nostro matrimonio di fantasia, lo bacio. Lui sorride. Gli parlo nella mia lingua. Sono anch’io una mitraglia, come la bella Nina. Riapro il file del mio romanzo e riprendo il filo di ieri. Mail dopo mail, ognuna un nuovo capitolo, passerà il tempo. Le bambine cresceranno e non avranno più bisogno delle mie storie. Tanto c’è la signora Nina che racconta le sue leggende della Garfagnana, della triste pastorella che cerca l’innamorato guardando il mare e dell’Uomo morto che si sacrifica per amor suo. Ma per me arriverà il giorno in cui tornerò a Quito dal mi amor. Sento che è solo un’assenza temporanea. E quel giorno al centro dello schermo del PC si leggerà la parola Fine. Come in un romanzo.

racconto di Lucia Sallustio

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2 thoughts on ““Taita”: racconto o romanzo?

  1. Lucia mia,
    credo che Taita sia un’Opera completa. Nulla le impedirebbe, o meglio ti impedirebbe, di renderla un romanzo, ma è articolata con tanta dovizia di particolari, con un aplomb narrativo così perfetto e con tanto senso della consecutio, che credo proprio rappresenti una splendida novella!
    Sei sempre più raffinata e sempre più capace di distillare lirismo per le tue creature! Bravissima! Un forte abbraccio.

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  2. Maria, in realtà lo penso anch’io. Forse si potrebbero espandere alcune scene e raccontare meglio alcune storie o stati d’animo paralleli, ma sempre novella rimane. Grazie per la consulenza, con te sono sempre in debito. Luciana

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