Aggiunte e ritocchi al racconto Rewind: per una che non sognava l’amore


Avevo voglia di scrivere. Niente di che, pensieri. Fermi lì, sull’avorio dei miei quadernetti, mi sembrano prendere consistenza. Se continuano a svolazzarmi in testa, non riesco a darci peso.

Oggi, e mi  fermo a guardare i riccioli della o e delle due g. La calligrafia che mi ha insegnato la maestra alle elementari, da sempre motivo di orgoglio per eleganza e nitore, appare sgranata e indecisa. Ondeggia incerta sul foglio. La penna mi pesava in maniera sproporzionata, mentre scrivevo. Strideva con il pensiero che attendeva, come un viaggiatore nella sala d’attesa di una stazione, di fare accomodare le parole vicine, le une alle altre.

Oggi, mi sento un pochino più energica ho scritto. Ho riletto, tutto d’un fiato, per accertarmi che il pensiero non fosse partito per disperdersi per sempre. Amo sentire il suono dei miei pensieri. La mia voce che rilegge ne conferma l’esistenza e, di rimando, conferma la mia. Sono viva, di nuovo viva e questa sensazione di felicità si traduce in una folata di pensieri che premono sulle tempie come contro sbarre di prigioni e vogliono uscire, riversarsi sulla carta, iniziare il viaggio desiderato. Scrivo. Mi sono presa una bella influenza, quest’anno. Io, che mi sono sempre vantata di non ammalarmi facilmente. Si ammala chi ha voglia di ammalarsi, avevo l’abitudine di sentenziare da giovane. E, allora, secondo questa mia teoria, che poi deve avere fondamenti psicologici, la mia malattia, febbre e sintomatologia, cure e soldi per l’infermiera, devo essermela tirata addosso io?

No, è che le verità hanno le loro sfaccettature e ognuno si ritaglia la propria secondo l’età, lo stato d’animo, il momento.

Ho scritto solo poche righe, eppure sono di nuovo stanca. La mano trema un po’, la mia bella mano d’artista, come diceva Gianni, prendendomela fra le sue. Ridevo, felice. Gianni aveva mani grosse, tozze, stranamente callose per età e mestiere.

“Sono mani da contadino” mi confidò una sera, con aria persa nel vuoto. Pensava e raccontava della sua infanzia difficile con il nonno a strappare alla terra quel poco che non bastava mai a niente.  E per arrotondare raccoglievano stracci e robe vecchie col carretto e poi andavano a rivendere tutto al macero. Era incominciata così la loro attività di venditori di biancheria, passando dalla terra, al riciclo, al macero. Con le loro mani sempre ingombre di pesi. Lavori duri, pesanti.

“Calli e geloni, tagli e pustole non fanno mica mani gentili! Eccola qui disegnata la mia vita, tutta nelle pieghe delle mie mani.”

Guardavo la mia tra le sue, esile, diafana, vi si perdeva.  Proprio vero, mani e occhi ti dicono tutto di una persona.  Guardo le mie mani, sono mani ancora belle, fini, ma tremano e sono diventate più scure, con qualche macchiolina di troppo. All’inizio contrastavo il loro insorgere con creme costose che compravo in farmacia. Mi piace la sfida  e volevo sfidare il fluire del tempo e la sua mania di giocare alle sottrazioni. Giorno dopo l’altro, il tempo ti toglie tutto ciò che ami e ti regala ciò che non vuoi. Mi stava già togliendo il fulgore della capigliatura, folta e scura e mi aggiungeva macchioline marroncine sul viso e sulle estremità.  

 

 

Scritto e riletto appena. Domani rivedrò per le limature.

L.S.

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2 thoughts on “Aggiunte e ritocchi al racconto Rewind: per una che non sognava l’amore

  1. Luciana, hai chiesto idee su Rewind e ti dico la mia: il titolo ( una che non sognava l’amore ) preannuncia un taglio che non colgo in seguito, forse il racconto ha preso un indirizzo diverso da quello che pensavi, come succede anche a me, o sono io che non vedo qualche sfumatura psicologica?

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    • Andrea, il racconto Rewind nasceva dalla scaletta di un romanzo la cui protagonista era maria Luisa. C’era anche un titolo provvisorio ed era riferito ad un luogo, la locanda dove Gianni, il commesso viaggiatore di cui è innamorata M.L. alloggiava sistematicamente.
      L’idea di scriverne un romanzo non si è mai spenta, manca il tempo e la scrittura continua.
      Quelli che leggi sono pensieri di una Maria Luisa invecchiata, pentita di avere interpretato l’emancipazione degli anni universitari, gli anni ’60, come in contrasto con la possibilità di un amore. Quella che non vedi ancora è la linearità di uno sviluppo, proprio perché sto procedendo sul filo del pensiero e delle immagini.

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