Chi continua?


CANARY WHARF

L’isola dei cani

di Lucia Sallustio

   Lanciò uno sguardo di sfida al telefono, continuava a restare muto. L’orologio di fronte alla scrivania segnava già le 8 di sera, fuso londinese. L’australiano doveva risponderle già da un’ora prima. Non se ne sarebbe andata finché quel dannato telefono non avesse squillato, un solo giorno e l’affare sarebbe andato a finire in altre mani. La fornitura di allestimenti sportivi era colossale e aveva un prezzo troppo appetibile perché la concorrenza in giro, più di quella che potesse immaginare, non ne fosse solleticata. Non poteva rischiare, avrebbe aspettato ancora,  a costo di restarsene a dormire in ufficio. Le era già capitato altre volte, troppo testarda per rinunciare. Ma soprattutto per mostrarsi sconfitta. Se l’era costruita tutta la carriera, lei. Da sola. Sì, qualche aiutino qua e là se l’era cercato, ma solo con la forza della sua testa e, in qualche caso, della sua bellezza.

Le dita affilate tamburellavano sulla scrivania, mentre dava una scorsa al bilancio della NewThreshold Ltd. Lo lesse svogliatamente, aveva già dodici ore di lavoro alle spalle e l’alzataccia del mattino dopo l’insonnia notturna.

Le dita ritmavano stanche, ora. Si stava quasi appisolando sul dossier.

“Eccoli qua. Finalmente” sibilò precipitandosi con tutto il busto sulla cornetta.

“Hello? Eveline Thorntons, speaking”

La voce volutamente composta riempì di echi la stanza vuota. Per qualche secondo ripiombò il silenzio. Eveline annuiva. Non aveva nemmeno la forza di ribattere. Le avevano soffiato l’affare. Richiuse.

Il pugno secco sulla scrivania fece rimbalzare la Monblance alcuni fogli sul pavimento. Fremeva per la rabbia. Non erano tempi da perdere una fornitura del genere. Valeva almeno più del doppio e le Olimpiadi si avvicinavano.

Se l’era lasciato sfuggire come una stupida. Era stato quel giorno in cui la cervicale l’aveva inchiodata al letto. L’aveva rovinata, dannata cervicale, l’unica capace di azzerarla e trattenerla dal lavoro. Pure con la febbre andava in ufficio. Ma quando tutto prendeva a girarle intorno e gli occhi partivano in quello spinning impazzito, allora non ce la faceva proprio.

“Eppure continuo a pensarlo, sarà” borbottò, poco convinta.

Ricordava di avere lasciato l’appunto sulla scrivania, la sera prima dell’attacco di cervicale. Ma poi non l’aveva più trovato.

“Maledetti inservienti”

Un tonfo dal corridoio catturò la sua attenzione. Sollevò lo sguardo oltre la vetrata. Intravide una sagoma china a raccattare qualcosa. Era il giovane delle pulizie. Ogni sera, dopo le ore di ufficio, la stessa storia. Una vecchia storia che conosceva troppo bene. Non si era mai soli in quegli uffici. Avrebbe fatto meglio a dare uno sguardo al capitolato, per sapere almeno quando pulivano l’ultimo piano. Almeno in quei giorni avrebbe fatto più attenzione con documenti e appunti di rilievo.

L’uomo si sentì osservato e sollevò lo sguardo verso di lei. Lo guardò dura, con sospetto, quasi ad ammonirlo che con lei non si scherzava.

“Posso?” le chiese timidamente, entrando in ufficio con il carrello a seguito e in mano lo spazzolone per i pavimenti appena raccattato.

Non lo degnò di risposta. Meglio evitare ogni promiscuità. Doveva chiudere la faccenda dell’appalto saltato, al più presto. Johnsons della

Sports Scaffolding S.P.A  aspettava la risposta. Cercò in memoria e digitò il numero. L’uomo delle pulizie non le levava gli occhi di dosso, nemmeno per un secondo. Lo sguardo la infastidì e non per l’imbarazzo, aveva dimenticato da un decennio quella sensazione. Come si permetteva, quello sfrontato. Non sapeva chi era lei? Chi non temeva Eveline Thorntons, l’implacabile General Manager della omonima società?

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