La quinta moglie: parte II


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Conosceva Giovanni da anni, conosceva ogni piega del suo corpo massiccio, il collo taurino, le spalle forti e ancora solide. Anni che gli cuciva e rattoppava camicie con l’amore della perfezione, anche con il procedere del tempo e l’abbassarsi della vista. Le sue mani andavano da sé, il metro sempre di traverso al collo a misurare e regolare, aghi di tutte  le dimensioni e spolette per cucito e ricamo che riponeva ogni volta, con ordine ossessivo, nel cesto di vimini foderato di cotone a fiorellini rosa e violetto e bordato di merletto a zig-zag.

Degli anni in cui aveva lavorato da camiciaia aveva conservato bei ricordi. Anni di affetto e premure da parte dei fratelli maggiori e delle sorelle, ma anche di gratificazione personale e di indipendenza. Era orgogliosa di entrambe le situazioni, una donna amata e stimata ad ampio raggio. Le sue camicie o le sole pettorine per farle durare più a lungo grazie ai ricambi, erano tutte cucite a mano con punti piccoli e perfetti come se fossero passate a macchina. Le spediva perfino al nord, a Milano, Roma, Venezia, Torino e dintorni dove i suoi fratelli e cugini man mano si erano trasferiti per occupare posti prestigiosi nella pubblica amministrazione e nei Conservatori di musica. Luigino, il fratello maggiore, era diventato un maestro di canto e strumento nelle Magistrali di Busto Arsizio e con lui e il suo Preside, una volta che era andata su a trovarlo prima delle vacanze di Natale, si era fatta la foto che custodiva nella vetrinetta della sala da pranzo. Aveva cucito camicie anche per gli amici dei fratelli e dei cugini che ne tessevano lodi ovunque andassero. Tempi felici, quelli.

Non era mai stata troppo legata al denaro, le bastava il necessario e detestava il superfluo. Il suo mestiere le permetteva di mettere da parte qualche soldo per la famiglia, visto che l’unica mondanità che si concedeva erano le visite ai parenti, le uscite in Chiesa e qualche ricorrenza familiare in occasione della quale non lesinava regali e aiuti economici. Viveva per loro. Viveva del sorriso dei nipotini che aumentavano, delle gioie dei parenti, sposalizi, battesimi, prime Comunioni, Cresime. Di tutti esibiva orgogliosa le foto. Tribolava dei licenziamenti dei fratelli, degli sfoghi per amministrare la famiglia con stipendi insufficienti a pagarsi le spese di qualche malattia o le tasse scolastiche e universitarie dei figli.

Per anni Bellina era stata la sorella forte, premurosa, sorridente alla quale aprire il cuore. Lei, ascoltava silenziosa e quasi sempre la soluzione era in quel denaro che metteva da parte in banca e al cui calcolo degli interessi dedicava parte del suo tempo libero, chiusa nella sua stanza da letto che, a suo tempo, era appartenuta ai suoi genitori. Era la sola, delle due sorelle nubili, a non condividere la camera con nessuno: un segno di rispetto riservatole sia per il suo carattere discreto che per permetterle di riposare bene e di affrontare con occhi e mente riposati la giornata di lavoro che richiedeva precisione.

Forza, non disperare. Dio vede e provvede erano le parole di incoraggiamento quando i suoi cari si lamentavano per qualcosa. Correva subito a prelevare una somma di denaro che, a farsi i conti bene, le aveva impegnato ore, giorni e mesi di lavoro piantata nella sedia della cucina, dietro alla finestra. Ma la sua generosità non badava a spese, che lavorava a fare se non per aiutare i suoi cari? Cuciva ore ed ore, le sorelle la rilevavano dal’incombenza delle faccende di casa e, così, riordinata la sua stanza all’alba e indossati gli abiti di casa, cuciva e sognava. Ogni tanto levava gli occhi dal biancore della tela e guardava giù, verso la strada. Il fruttivendolo lodava a squarciagola i suoi prodotti, il campagnolo rientrava sporco di terra dalla sua giornata di lavoro, il capo chino per la stanchezza, le massaie con le sacchette della spesa si affrettavano verso casa, i bambini giocavano a guardia e ladri, le bambine facevano il girotondo o cantavano Madama Doré.  Quel brusio, quell’affacendarsi nella strada, i litigi ad alta voce che si liberavano dagli interni dei palazzi o il richiamo un po’ invadente ma allegro dei robivendoli, degli arrotini di passaggio erano il diversivo, la giostra della vita che rallegrava le sue giornate.

Non si era mai lamentata di niente, anzi ogni sera e ogni domenica ringraziava il Signore per averle regalato quel nobile mestiere che la metteva in contatto con il mondo standosene comodamente a casa.

Per non disturbarla, Mariuccia e Pinella, le sorelle che vivevano con lei, avevano stabilito con i clienti l’orario delle prove.: il pomeriggio alle 5. A quell’ora Bellina faceva una ricognizione delle visite con Pinella, che un po’ le faceva da segretaria, ultimava le camicie per la prova definitiva prima della consegna e riponeva gli strumenti del mestiere. Poi si cambiava d’abito e profumava, vanità che, lei in particolare, aveva ereditato dalla mamma e dalla zia. Non stava bene accogliere i clienti in abiti da lavoro. Entro l’ora del vespero tutti dovevano essere andati via per il Rosario che recitavano a tono basso e cantilenante e, finalmente, si sedevano a tavola per una cena frugale. Di cosa doveva lamentarsi?

Non aveva mai pensato alla possibilità di rimanere sola, in quella casa troppo grande già per loro tre. Le soddisfazioni di una famiglia grande disseminata per l’Italia e in continua espansione non sarebbero mai mancate. I commenti degli altri non le interessavano, era zitella ma era autonoma, così rispondeva a conoscenti e  amici di famiglia quando le suggerivano  qualche vedovo da sposare. Li aveva respinti tutti. Finché non arrivò padron Giovanni.

Per leggere l’incipit leggere l’articolo: INCIPIT E… MANCO RIVISTO

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