Alla ricerca di ispirazione in montagna.


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…La sveglia ha interrotto anche oggi ufficialmente il sonno. In realtà non ho chiuso occhio per il caldo umido della stanza. Ho spalancato la finestra per lenire l’asfissia. Lo stupore mi ha dato una sferzata immediata di energia. Una trasfusione di sublime alla vista degli alti pioppi verdi che stringevano a cerchio l’albergo. Dall’ottavo piano non scorgevo ancora il cielo. Mi sono fatta strada con occhi avidi a ricercarne lembi e, alla fine, un azzurro terso ha squarciato le fronde serrate tra l’uno fatto moltitudine nel bosco.

Ho inalato aria fresca. Una, due, più volte fino a riempirmene i polmoni e provare, d’incanto, una sensazione di benessere dopo giorni di angoscia.

Scaricavo veleno e mi imbevevo di grazia. Ho sentito la fisicità della vita nelle narici. Ho percepito l’odore del bosco e, d’un tratto, compreso che era quello lo strano sapore che la sera prima, nella trattoria del borgo dove ho cenato con Gianni prima che riprendesse la strada per Viterbo, ritrovavo nello strano retrogusto delle pietanze. Funghi e tartufi restituivano ai piatti il sapore del bosco al quale, io persona nata in una città di mare, ero aliena. La gente è parte dei luoghi di origine che ne permeano il dna una volta per sempre. Poi si complica, lasciandosi marcare dai luoghi che attraversa o lotta per lasciarsene libera se non li ama. Io, invece, sia pure di passaggio, sentivo di amare quel posto. Mi piaceva mescolare gli odori testimoni di presenze vitali a quelli del mare, che regnavano principi dentro di me.

La compattezza degli alberi, nella calura del giorno estivo senza il minimo alitare del vento, rendeva la corona naturale impenetrabile. Non distinguevo il singolo albero, anche perché a quell’altezza, non era visibile il tronco. Incespugliati in quel modo si levavano al cielo e dovevo faticare per scorgere tratti di azzurro nel verde intenso. Tutto intorno il silenzio aveva suoni che rimandavano a quadretti settecenteschi di paesaggi  arcadici. La sera prima avevamo raggiunto la locanda percorrendo la strada con mucche e vitellini. Avevo riso divertita come una ragazzina quando Gianni aveva fatto il verso alla nostra curiosa compagna di strada. Non ero mai stata in montagna, ma sentivo man mano una sensazione di benessere invadermi. L’avevo associata a Gianni immediatamente, godendomi ancora abbracciata a lui nella passeggiata il tempo dell’amore nella stanza d’albergo.

Nel silenzio di prima mattina, mi arrivava il muggire delle mucche, il belare delle pecore, lo scampanellio festoso. Un’orchestra divina che faceva da sottofondo ad un quadro sublime. Mi sporsi per guardare verso il basso. Il terrazzo dell’albergo, dipinto grossolanamente di verde, cinto della biancheria stesa al sole, riportava alla banalità del quotidiano, con i vili affanni che riempiono gli spazi dei sogni infranti.

di Lucia Sallustio ( dal romanzo in stesura Rewind: per me che non sognavo l’amore).