Racconto in Antologia “Tardomoderno Immaginario V”


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NOVE PER ME, NOVE PER TE

di Lucia Sallustio

Glissiamo dolcemente lungo le curve della collina.

Io e te.

Nell’abitacolo della macchina è sceso il silenzio. Ci godiamo tutte e due sensazioni intime, nel tepore di un giorno di sole insolitamente estivo in aprile. Dal finestrino semi-aperto giungono effluvi di erba falciata da trattori che, anche nel primo pomeriggio di un sabato, sono al lavoro. La campagna non ha orari di fabbrica o da pubblico impiego. La terra è una madre esigente e reclama cure per erogare i suoi beni con avarizia e a ritmi diseguali a chi la abita.

L’odore mellifluo delle margherite e la tavolozza di colori, come solo la natura sa assortire, ipnotizzano. I gialli si mescolano con cespugli crema del biancospino, i fucsia accesi con il lilla dei glicini e tutto intorno un tripudio di verde che mescola  sapiente, spegne e riaccende, secondo una casualità architettata da una mano divina. I contadini,  solo lo strumento di quella mano.

In fondo, a tratti, si intravede l’azzurro del mare.

“Che meraviglia, la natura. Pericolosa ma stupenda questa strada di campagna. Ne è valsa la pena.”

Mi leggi nel pensiero. Forse lo hai sempre fatto in tutti questi anni. Di certo, io non ho mai reciso il cordone che ci ha legate. Nove mesi. Soltanto, aggiungo tra me e me.

Sfugge una lacrima indecisa, reclama gioia e malinconia.

Testimonia il mio stato confusionale.

“Mamma”

“Sì, tesoro?”

Silenzio di nuovo. Non riusciamo a parlare dopo che, per la prima volta in questi mesi, sono riuscita a chiamarti con il nome che ci lega allo stato biologico. Ti spetta.

Ho incominciato a pensarci dopo che mia madre è morta. Per mesi ho toccato l’inferno. La morte è un distacco troppo grande da affrontare per l’animo umano. La prima reazione è di stupore, poi di dolore, di disperazione, di rabbia. La perdita è un rimando costante e ossessivo all’assenza, un dolore continuo che divora le viscere, che brucia dentro. Le lacrime cercano di spegnere il fuoco, poi le riserve si esauriscono e rimangono tizzoni ardenti a bruciare i pensieri.

Questo è naturale per tutti. Ma ciò che mi lacerava era la rabbia per non avere mai saputo.

Lei, mi voleva proteggere dalla vergogna, dalla umiliazione. Forse, semplicemente, non aveva il coraggio di guardarmi in faccia e vedermi soffrire. Oppure temeva di perdermi per sempre. C’è di fatto che, agendo in quel modo, un giorno  mi avrebbe scaraventata per la prima volta sola al mondo.

Ho appreso la verità in un austero studio notarile. Ero unica erede di una modesta proprietà. La casa dove avevamo abitato tutto il tempo, qualche appezzamento di terra che mi avrebbe creato non pochi fastidi, un locale a pianterreno dove lei aveva venduto la frutta e verdura raccolti da mio padre e i miei zii per anni e dove ora crescevo i miei amici gatti. In quanto ai soldi, giusto quelli per il suo funerale. In compenso, un lascito inaspettato: un segreto immenso che mi collocava, all’improvviso, nello status di randagia che avrei condiviso con i miei gatti.

“Signorina Tempesta, mi rincresce doverla informare che i suoi genitori l’hanno adottata alla sua nascita. Sua madre mi ha lasciato questa lettera con l’incarico di consegnargliela solo il giorno di apertura del testamento.”

“Adottata!” ho risposto incredula. Se mi avesse sferrato un pugno, mi sarei sentita più stabile.

Era stata brava a simulare, a resistere agli assalti ai quali l’avevo sottoposta mentre crescevo.

Avrei dovuto immaginarlo, se avessi voluto farmi un po’ di conti. Tra di noi c’erano quasi cinquant’anni di differenza. Troppi per una madre naturale, ma la spiegazione era stata che ero arrivata quando lei e papà avevano smesso di pensarci: ero un dono del Signore,  per questo mi avevano chiamata Donata.

Avrei dovuto capirlo, Donata non era il nome della nonna paterna e i miei genitori erano una coppia di contadini che non avrebbe mai avuto il coraggio di derogare alle tradizioni di famiglia.

Avrei potuto, forse. Non ho voluto, quindi.

Sono persona di concretezze e non mi piango addosso. Ho lasciato alle cose fare il corso naturale. Il tempo che ci vuole a lenire le ferite, a metabolizzare il dolore, a rendermi conto di quello che ero stata e che ero diventata.

Sola alla nascita, sola alla morte dei genitori che mi avevano amata, cresciuta e resa felice come una loro figlia.

Erano stati unici, nonostante il blitz finale, avrei continuato ad amarli come i miei veri genitori. Come i miei veri genitori, appunto.

Ma quelli veri? Chi erano? Dove erano? Vivevano? Avevo fratelli, sorelle, gemelli?

Le domande erano perni nella mente, si rigiravano a tutte le ore del giorno, scavavano e laceravano. Dovevo trovarli, a qualunque costo.

Dovevo sapere perché lo avevano fatto, quale prezzo era stato dato ad una vita umana.

Per anni non mi sono arresa e per anni ho continuato a ignorare. Fino all’arrivo di un’altra lettera.  La vita ha usato anche ironia con me. Io, ingegnere informatico con rapporto quotidiano con la tecnologia nella società dell’informazione,  ho scoperto le trame della mia esistenza da fogli di lettera sui quali due mani incerte di donna hanno riversato segreti e sofferenze.

L’articolo su un giornale locale, distribuito nella cassetta della posta, ha fatto più di quanto non sia riuscita con appelli accorati su stampa e  social internazionali.

Sei comparsa inaspettata un giorno di fine estate. Era il mio trentacinquesimo compleanno. Ti sei presentata con un mazzo di fiori colorato. Sprigionava odore di tuberose. Intenso e persistente.

“Ciao. Buon compleanno, Donatella.” mi hai detto.

Ti ho fatta accomodare, ti ho ringraziata e ho incominciato a prepararti il caffè con i wafers alla vaniglia che ti piacciono tanto. I Gay-Odin che compro ogni volta che vado a Napoli. Sono anni che te li faccio trovare. Fin qui nulla di nuovo. Ci conosciamo da sempre, mi hai vista crescere, mi hai vista piangere, mi hai fatto il regalo ad ogni compleanno, mi hai insegnato a leggere e scrivere, incoraggiata a laurearmi, cara Antonella.

Poi, senza più attendere, di colpo, all’improvviso, mi hai tramortita, lasciandomi di nuovo sola alle furie della vita.

“Sono io tua madre.”

Non ti ho creduta. Avrei potuto. La vicina di casa, l’amica di mia madre, la mia confidente. Tra me e te solo quindici anni di differenza. Tutto torna. Tutto torna e ti avvolge e precipita e ti fa precipitare in una dimensione dove felicità e dolore si toccano.

Ti ho cercata a lungo e ti ho trovata. Un padre, due madri e una bambina smarrita in cerca di risposte.

“Ho il cancro” mi hai detto qualche mese dopo, con la stessa brutalità che ti ha portata, di volta in volta, alle tue decisioni. Decisioni che mi riguardavano, purtroppo, e che subivo ignara.

Ti ho cercata e ritrovata per perderti.

“Non è vero. Dimmi che non è vero, che vuoi fare la parte della vittima.”

È vero, invece. Resterò orfana di nuovo. Sono nata randagia e tale morirò. Accarezzo Fuffy e Tigra mi salta addosso gelosa. Sorrido, non conosco il sentimento della gelosia, non avendo avuto fratelli né sorelle.

Fra qualche giorno sarà il compleanno di Antonella. In questi mesi, la sua salute è andata peggiorando. L’ho accompagnata per ospedali e terapie dolorose, l’ho accudita come un’amica, come una vicina di casa. Dovrei dire come una figlia, ma non ci riesco. Oggi voglio pensare solo a lei e me, insieme. La porterò al ristorante, le farò servire una torta panna, cioccolato e frutti di bosco. Il sole scioglierà rancori radicati. La vita, per un giorno, tornerà a sorridere. Un sentimento forte ci unirà.

Il cordone reciso troppo in fretta é ancora dolorante. Avvinghia i nostri corpi e pulsa.

A fianco a me hai gli occhi chiusi. Assomigli ai miei gatti distesi al sole. Hai il viso rilassato, stranamente roseo. Oggi hai compiuto cinquant’anni, sei ancora giovane. Vorrei potere sperare. Il medico mi ha detto che non ce la farai. Non te l’ho detto, ma lo sappiamo tutte e due.

Fingiamo calma apparente, una quasi felicità che nessuno  crederebbe falsa. Ci siamo abituate a vivere nella finzione.

Come hai potuto fingere per trentacinque anni di non essere mia madre pur vivendomi nell’appartamento accanto?

Solo ora capisco perché non ti sei mai sposata. Sei bella, spiritosa e intelligente. Sei autonoma e intraprendente. Hai sempre lavorato. Sei un’insegnante alla scuola d’infanzia. Adori i bambini e loro ti adorano.

“So di avere sbagliato, ero troppo giovane e spaventata. Ero sola, ho avuto paura. Ma non ti ho mai abbandonata.”

Il giorno che me lo hai detto sono scappata via sbattendoti la porta in faccia. Sono partita con gli amici per un campeggio. Volevo farti soffrire. Volevo farti provare tutto il male che mi avevi provocato da quando il testamento mi aveva aperto gli occhi. Avrei venduto la casa. Eri diventata un condomino scomodo, una vicinanza insopportabile.

Ci ha salvate la malattia. Paradossale ma vero. Sette mesi che ci frequentiamo da mamma e figlia, che condividiamo la stessa casa, che ci raccontiamo quello che non sappiamo, che rammendiamo i buchi nelle nostre vite. Sono risalita nel tuo ventre, ho rivissuto quei nove mesi insieme, legate da un cordone. Mi sono nutrita di te, ho condiviso le tue paure, i tuoi smarrimenti di bambina di fronte ad una vita che reclamava.

Adesso siamo qui, da sette mesi disperati, intensi, bellissimi.

Io e te.

Ti restituisco attimi di amore e di paura e di disperazione. Non so quanto ti resta da vivere. Forse giorni, forse qualche altro mese ancora. Sei giovane. Stai resistendo per me.

Spero di riuscire almeno a restituirti i nove mesi che mi hai donato. Nove mesi per me, nove mesi per te, mamma.

pubblicato in antologia “Tardomoderno Immaginario V” a cura di Ivan Pozzoni/Ambra Simeone

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