Golden Book library: il racconto “La bisnonna francese”.


Bella notizia: il mio racconto “La bisnonna francese” è  inserito nella Golden Book Library in versione digitale. In italiano è il N° 33, in traduzione inglese compare con il numero 24.

Grazie Golden Book Hotels per avere allargato il numero dei mie lettori tra i clienti della prestigiosa catena di hotel.

33.pdf La bisnonna francese di lucia Sallustio

tHE fRENCH GREAT-GRANDMOTHER- DI LUCIA SALLUSTIO

 

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La quinta moglie: parte II


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Conosceva Giovanni da anni, conosceva ogni piega del suo corpo massiccio, il collo taurino, le spalle forti e ancora solide. Anni che gli cuciva e rattoppava camicie con l’amore della perfezione, anche con il procedere del tempo e l’abbassarsi della vista. Le sue mani andavano da sé, il metro sempre di traverso al collo a misurare e regolare, aghi di tutte  le dimensioni e spolette per cucito e ricamo che riponeva ogni volta, con ordine ossessivo, nel cesto di vimini foderato di cotone a fiorellini rosa e violetto e bordato di merletto a zig-zag.

Degli anni in cui aveva lavorato da camiciaia aveva conservato bei ricordi. Anni di affetto e premure da parte dei fratelli maggiori e delle sorelle, ma anche di gratificazione personale e di indipendenza. Era orgogliosa di entrambe le situazioni, una donna amata e stimata ad ampio raggio. Le sue camicie o le sole pettorine per farle durare più a lungo grazie ai ricambi, erano tutte cucite a mano con punti piccoli e perfetti come se fossero passate a macchina. Le spediva perfino al nord, a Milano, Roma, Venezia, Torino e dintorni dove i suoi fratelli e cugini man mano si erano trasferiti per occupare posti prestigiosi nella pubblica amministrazione e nei Conservatori di musica. Luigino, il fratello maggiore, era diventato un maestro di canto e strumento nelle Magistrali di Busto Arsizio e con lui e il suo Preside, una volta che era andata su a trovarlo prima delle vacanze di Natale, si era fatta la foto che custodiva nella vetrinetta della sala da pranzo. Aveva cucito camicie anche per gli amici dei fratelli e dei cugini che ne tessevano lodi ovunque andassero. Tempi felici, quelli.

Non era mai stata troppo legata al denaro, le bastava il necessario e detestava il superfluo. Il suo mestiere le permetteva di mettere da parte qualche soldo per la famiglia, visto che l’unica mondanità che si concedeva erano le visite ai parenti, le uscite in Chiesa e qualche ricorrenza familiare in occasione della quale non lesinava regali e aiuti economici. Viveva per loro. Viveva del sorriso dei nipotini che aumentavano, delle gioie dei parenti, sposalizi, battesimi, prime Comunioni, Cresime. Di tutti esibiva orgogliosa le foto. Tribolava dei licenziamenti dei fratelli, degli sfoghi per amministrare la famiglia con stipendi insufficienti a pagarsi le spese di qualche malattia o le tasse scolastiche e universitarie dei figli.

Per anni Bellina era stata la sorella forte, premurosa, sorridente alla quale aprire il cuore. Lei, ascoltava silenziosa e quasi sempre la soluzione era in quel denaro che metteva da parte in banca e al cui calcolo degli interessi dedicava parte del suo tempo libero, chiusa nella sua stanza da letto che, a suo tempo, era appartenuta ai suoi genitori. Era la sola, delle due sorelle nubili, a non condividere la camera con nessuno: un segno di rispetto riservatole sia per il suo carattere discreto che per permetterle di riposare bene e di affrontare con occhi e mente riposati la giornata di lavoro che richiedeva precisione.

Forza, non disperare. Dio vede e provvede erano le parole di incoraggiamento quando i suoi cari si lamentavano per qualcosa. Correva subito a prelevare una somma di denaro che, a farsi i conti bene, le aveva impegnato ore, giorni e mesi di lavoro piantata nella sedia della cucina, dietro alla finestra. Ma la sua generosità non badava a spese, che lavorava a fare se non per aiutare i suoi cari? Cuciva ore ed ore, le sorelle la rilevavano dal’incombenza delle faccende di casa e, così, riordinata la sua stanza all’alba e indossati gli abiti di casa, cuciva e sognava. Ogni tanto levava gli occhi dal biancore della tela e guardava giù, verso la strada. Il fruttivendolo lodava a squarciagola i suoi prodotti, il campagnolo rientrava sporco di terra dalla sua giornata di lavoro, il capo chino per la stanchezza, le massaie con le sacchette della spesa si affrettavano verso casa, i bambini giocavano a guardia e ladri, le bambine facevano il girotondo o cantavano Madama Doré.  Quel brusio, quell’affacendarsi nella strada, i litigi ad alta voce che si liberavano dagli interni dei palazzi o il richiamo un po’ invadente ma allegro dei robivendoli, degli arrotini di passaggio erano il diversivo, la giostra della vita che rallegrava le sue giornate.

Non si era mai lamentata di niente, anzi ogni sera e ogni domenica ringraziava il Signore per averle regalato quel nobile mestiere che la metteva in contatto con il mondo standosene comodamente a casa.

Per non disturbarla, Mariuccia e Pinella, le sorelle che vivevano con lei, avevano stabilito con i clienti l’orario delle prove.: il pomeriggio alle 5. A quell’ora Bellina faceva una ricognizione delle visite con Pinella, che un po’ le faceva da segretaria, ultimava le camicie per la prova definitiva prima della consegna e riponeva gli strumenti del mestiere. Poi si cambiava d’abito e profumava, vanità che, lei in particolare, aveva ereditato dalla mamma e dalla zia. Non stava bene accogliere i clienti in abiti da lavoro. Entro l’ora del vespero tutti dovevano essere andati via per il Rosario che recitavano a tono basso e cantilenante e, finalmente, si sedevano a tavola per una cena frugale. Di cosa doveva lamentarsi?

Non aveva mai pensato alla possibilità di rimanere sola, in quella casa troppo grande già per loro tre. Le soddisfazioni di una famiglia grande disseminata per l’Italia e in continua espansione non sarebbero mai mancate. I commenti degli altri non le interessavano, era zitella ma era autonoma, così rispondeva a conoscenti e  amici di famiglia quando le suggerivano  qualche vedovo da sposare. Li aveva respinti tutti. Finché non arrivò padron Giovanni.

Per leggere l’incipit leggere l’articolo: INCIPIT E… MANCO RIVISTO

Portale on-line: il corrierino dei piccoli


Vi suggerisco di dare uno sguardo ad un portale fresco fresco per i più piccoli. Lo ha creato la mia amica Felicita Scardaccione, giornalista del Corriere del Mezzogiorno di Bari.

Fiabe, filastrocche, poesie per i più piccoli, siti consigliati e laboratori creativi con illustrazioni coloratissime e da sogno della docente barese Liliana Carone.

Interessante anche per gli amici scrittori che possono dare il loro contributo per pubblicazioni on-line.

Un sito da linkare per scuole, blog e blogger.

L.S.

http://www.corrierinobimbi.it

 

 

 

 

LA LEZIONE- Racconto


LA LEZIONE

di

Lucia Sallustio

 

 

Certe volte la vita ti gioca brutti scherzi e certe altre t’illumina. Sono sempre stato sbadato o, forse, ho la tendenza ad impelagarmi in troppi impegni e corro, corro, finché m’imbatto in un ostacolo e sono costretto a fermarmi. E lì nascono riflessioni, ripensamenti, svolte felici e inattese.
Per farla breve, quel giorno mi ero precipitato all’Università di gran carriera. Tornando a casa mi ero reso conto di non avere le chiavi. Mi ero rituffato nel traffico di mezzogiorno inoltrato, schiamazzi di ragazzi in uscita dalle scuole, clacson inferociti e madri isteriche al recupero dei figli. Avevo imprecato tutto il tempo, anche perché un parcheggio non lo si trovava manco a pagarlo a peso d’oro e avevo dovuto girare in tondo varie volte prima di trovare un buco nel quale infilarmi. Mezzo chilometro a piedi e, finalmente, ero riuscito a raggiungere la mia destinazione.
La voce mi era risuonata nelle orecchie dal fondo del corridoio in penombra, affumicato da studenti incuranti delle norme. Una voce dolce, un ritmo lento e ammaliante che scandiva parole e frasi.
Mi affacciai sull’uscio della porta. La vidi. Bella e composta nel suo tailleur tipo Chanel, con il giacchino che le restava sui fianchi, appena aperto sulla camicetta in seta che sprofondava impudica nella scollatura. Sedeva accavallando le gambe con sensualità accattivante, la gonna sulle ginocchia, le gambe tese sulla punta dei piedi flessi in avanti, con la grazia di una ballerina. Era leggermente di lato, come la Gruber che ha fatto scuola tra le giornaliste in televisione e, anche a lei, questo trovarsi fuori asse rispetto agli ascoltatori, imponeva di reclinare morbidamente il capo facendo ondeggiare i lunghi capelli dorati sulle spalle. Ogni tanto si ricacciava una ciocca all’indietro con la mano, quasi con distratta malizia. Ondeggiava anche il filo di perle, ad ogni sussulto del corpo, al suo curvarsi in avanti che coincideva con picchi di voce appena più alti di quello usato per il resto della spiegazione. Sapientemente studiati per ricatturare l’attenzione o enfatizzare i concetti fondamentali.

E le mani, affilate e snelle, senza una piega, senza ombra volgare di smalto. La fede alla sinistra e il pavé di brillanti alla destra. Ipnotizzavano. Mi ritrassi giusto in tempo per non incrociare i suoi occhi. Per fortuna era girata dal lato opposto alle due porte. Restai lì dietro ad ascoltarla. Il tono di voce, caldo e suadente, si era rifatto regolare, mi sentivo cullato. Avrei voluto essere un suo studente, altrochè. Mi sarei fermato ad aspettarla, dopo la lezione, per chiederle chiarimenti che non avrei nemmeno recepito, attratto dai particolari del suo fascino seduttivo. Che fosse una donna elegante e curata era risaputo. Devo ammettere che certe donne, con il passare degli anni, si fanno più belle, forse perché acquisiscono i giusti artifici per esaltare le loro qualità. Era certamente avvenuto anche a lei. Catturato dalla profondità del suo sguardo, cullato dall’eco della sua voce, attratto dal valore ipnotico di gesti e ornamenti non casuali, non m’ero messo certo a contare le rughette intorno agli occhi o i possibili cedimenti della pelle dovuti all’avanzare dell’età. Invidiai in quel momento i suoi studenti, avrei voluto sedermi in prima fila, di fronte a lei, a godermela in prima visione.

Mi diressi verso la seconda porta della lunga aula. Di lì, pochi metri alle spalle della docente, avevo la vista dell’intera platea. Mi affacciai di nuovo, incuriosendo qualche studente. Per fortuna lei non si girò, troppo intenta nella spiegazione. La ascoltavano silenziosi. Aveva fatto lo stesso effetto anche su di loro. Due ragazzi negli ultimi banchi si scambiarono qualche battuta. Uno dei due affondò un gomito nel fianco del compagno che si schermì. La cosa finì lì. Afferrai solo qualche sguardo malizioso tra studentesse. Invidia, pensai. Come non invidiare una donna di classe come Guliana. Bella, lo era sempre stata. Ma ora la guardavo in una nuova luce. Nelle vesti di una professionista stimata che amava il suo lavoro al punto da rigenerarsi, scevrarsi dei problemi del quotidiano che piano piano azzerano le qualità migliori e che si caricava

di fascino e autorevolezza. Giuliana. Mia moglie. La donna che conoscevo da trent’anni e che amavo. Una donna che stava accendendo mille fantasie erotiche in questo squallido posto ammorbato da fumo e umori.
“Gianluca” che fai qui?”

“Ti eri accorta di me?” farfugliai, come uno studente imbranato di fronte a pulsioni e sentimenti che lo imbarazzano.”Beh, ho dimenticato le chiavi. Ero venute a chiedertele.”

“Il solito scorderello. Dai, usciamo insieme. Ho finito le lezioni, per oggi. Torniamo a casa. Dove hai parcheggiato?”

“Sì, sì. Torniamo a casa” le dissi, intontito dal suo profumo che pure le avevo regalato io al suo compleanno, il mese prima. L’abbracciai. Mi giravano in mente piani fantastici. Possibile che non mi fossi mai accorto prima di quanto fossero erotiche la sua voce, la sua postura, la sua maniera di parlare, di toccarsi i capelli?

“Perché non mi fai la stessa lezione che hai fatto ai tuoi studenti? In privato, s’intende. Sarei il tuo migliore studente.”

Sorrise, perplessa. Glielo avrei spiegato a casa. Dietro di noi avevano ripreso a fare chiasso e ridevano allegri, come quando cade la tensione.

Chi continua?


CANARY WHARF

L’isola dei cani

di Lucia Sallustio

   Lanciò uno sguardo di sfida al telefono, continuava a restare muto. L’orologio di fronte alla scrivania segnava già le 8 di sera, fuso londinese. L’australiano doveva risponderle già da un’ora prima. Non se ne sarebbe andata finché quel dannato telefono non avesse squillato, un solo giorno e l’affare sarebbe andato a finire in altre mani. La fornitura di allestimenti sportivi era colossale e aveva un prezzo troppo appetibile perché la concorrenza in giro, più di quella che potesse immaginare, non ne fosse solleticata. Non poteva rischiare, avrebbe aspettato ancora,  a costo di restarsene a dormire in ufficio. Le era già capitato altre volte, troppo testarda per rinunciare. Ma soprattutto per mostrarsi sconfitta. Se l’era costruita tutta la carriera, lei. Da sola. Sì, qualche aiutino qua e là se l’era cercato, ma solo con la forza della sua testa e, in qualche caso, della sua bellezza.

Le dita affilate tamburellavano sulla scrivania, mentre dava una scorsa al bilancio della NewThreshold Ltd. Lo lesse svogliatamente, aveva già dodici ore di lavoro alle spalle e l’alzataccia del mattino dopo l’insonnia notturna.

Le dita ritmavano stanche, ora. Si stava quasi appisolando sul dossier.

“Eccoli qua. Finalmente” sibilò precipitandosi con tutto il busto sulla cornetta.

“Hello? Eveline Thorntons, speaking”

La voce volutamente composta riempì di echi la stanza vuota. Per qualche secondo ripiombò il silenzio. Eveline annuiva. Non aveva nemmeno la forza di ribattere. Le avevano soffiato l’affare. Richiuse.

Il pugno secco sulla scrivania fece rimbalzare la Monblance alcuni fogli sul pavimento. Fremeva per la rabbia. Non erano tempi da perdere una fornitura del genere. Valeva almeno più del doppio e le Olimpiadi si avvicinavano.

Se l’era lasciato sfuggire come una stupida. Era stato quel giorno in cui la cervicale l’aveva inchiodata al letto. L’aveva rovinata, dannata cervicale, l’unica capace di azzerarla e trattenerla dal lavoro. Pure con la febbre andava in ufficio. Ma quando tutto prendeva a girarle intorno e gli occhi partivano in quello spinning impazzito, allora non ce la faceva proprio.

“Eppure continuo a pensarlo, sarà” borbottò, poco convinta.

Ricordava di avere lasciato l’appunto sulla scrivania, la sera prima dell’attacco di cervicale. Ma poi non l’aveva più trovato.

“Maledetti inservienti”

Un tonfo dal corridoio catturò la sua attenzione. Sollevò lo sguardo oltre la vetrata. Intravide una sagoma china a raccattare qualcosa. Era il giovane delle pulizie. Ogni sera, dopo le ore di ufficio, la stessa storia. Una vecchia storia che conosceva troppo bene. Non si era mai soli in quegli uffici. Avrebbe fatto meglio a dare uno sguardo al capitolato, per sapere almeno quando pulivano l’ultimo piano. Almeno in quei giorni avrebbe fatto più attenzione con documenti e appunti di rilievo.

L’uomo si sentì osservato e sollevò lo sguardo verso di lei. Lo guardò dura, con sospetto, quasi ad ammonirlo che con lei non si scherzava.

“Posso?” le chiese timidamente, entrando in ufficio con il carrello a seguito e in mano lo spazzolone per i pavimenti appena raccattato.

Non lo degnò di risposta. Meglio evitare ogni promiscuità. Doveva chiudere la faccenda dell’appalto saltato, al più presto. Johnsons della

Sports Scaffolding S.P.A  aspettava la risposta. Cercò in memoria e digitò il numero. L’uomo delle pulizie non le levava gli occhi di dosso, nemmeno per un secondo. Lo sguardo la infastidì e non per l’imbarazzo, aveva dimenticato da un decennio quella sensazione. Come si permetteva, quello sfrontato. Non sapeva chi era lei? Chi non temeva Eveline Thorntons, l’implacabile General Manager della omonima società?

Verso il terzo compleanno da blogger


Il 10 novembre questo blog compirà 3 anni.  Oggi, 4 novembre, il contatore di WordPress dice:

19.898

visite totali

Vorrei tanto raggiungere le 20.00 visite entro quella data. Mi aiutate?

L.S.

Duellare con le parole


Il percorso tortuoso verso la sala lettura le dava ora un senso di vertigini, sbandamento onirico, pura sospensione tra secoli e pensieri. Sotto i riflessi policromi della lampada Tiffany, il metro-boulot-dodot era chiuso alle spalle.  Aprì il Moleskine in pelle vinaccia. Il rituale partì.  Srotolò  il laccio, distese le pagine, inforcò gli occhiali e si tuffò nel bianco ipnotizzante del foglio. Quel biancore sembrava respingere ogni pensiero, ogni parola, ogni segno. Duellava sempre con le parole per inserirle in un puzzle che sarebbe diventato alfiere di sentimenti. Lasciò andare la ciocca arrotolata intorno al dito medio, un capello cadde e un ghirigoro a o segnò il candore della pagina. Subito una folata di parole si susseguì: ormai, ora, orrido, opera, orbene, ognuno. Ecco: Ognuno sta solo. Se lo appuntò.

Sotto l’ala del grande poeta, le parole fluivano più facilmente, senza che tornasse indietro a tirare una linea per annullare un intero pensiero. Senza scarabocchi. Le parole si accomodavano gentili nello spartito che andava delineando nel turbinio della memoria che confonde tempi, luoghi e persone. Una spirale che le dava il batticuore, le mescolava rabbia con gioia, dolore con felicità, incertezza con determinazione, ignoranza con sapere.

“Signorina Anna, eccola finalmente” si girò ubriaca di parole, alzò il capo e rimase a guardarlo svuotata. Scrivere le dava sempre quella forte sensazione.

Incipit… e manco rivisto.


La quinta moglie

di Lucia Sallustio

“Questo è tutto nostro, appartiene a nostro padre. Cosa c’entri tu?” le avevano urlato. Senza rispetto e senza cuore e, soprattutto, senza timore di Dio.

Si era difesa, con la sua voce flebile da signorinella nonostante l’età avanzata.

Aveva chiamato a raccolta il più lancinante degli sguardi perché li attraversasse come fulmine, come arma da taglio, come lo sguardo del Dio della figurina spiegazzata che le faceva da segnalibro nel Vangelo.

“Anche i beffati andranno in Paradiso” avrebbe voluto concludere, alla sua antica maniera. Ma questa volta non ci riusciva proprio a fare l’agnello mite e remissivo. Gliel’avrebbe scaraventata contro la proprietà, oggetto per oggetto. Ne avrebbero sentito tutto il peso, loro che millantavano credito e che non avevano mai mosso un dito per aiutare il padre nelle annose faccende. Chi aveva lavorato fino allo stremo ogni santo giorno della settimana per aiutarlo a gestirla e preservarla? Chi aveva calmato la sua furia quando minacciava di diseredarli tutti? Chi aveva raccolto paziente i cocci di ogni cosa perché di quella proprietà non andasse persa nemmeno una goccia?

“Se non te la sai accarezzare, la tua roba, quella se ne va a cartequaranttotto  prima che tu ti giri!”

Così era padron Giovanni. Se ne stava a grugnire tutto il giorno con il suo vocione forte e il tono perentorio del possidente .

Tutto lì il fascino di quell’omone burbero e dispotico che aveva sposato trent’anni prima quando, da quasi lo stesso numero di anni, si era rassegnata a rimanere la signorina Bellina, la ricamatrice.

Finalmente se n’erano andati, figliastri e  consorti. Erano degli spregiudicati e basta!

Ancora si andava asciugando gli occhi per le stanze che rimbombavano del suo passo trascinato. Dall’occhio sinistro vedeva appena, delle ombre allungate che non le facevano calcolare bene gli angoli e la facevano andare a sbattere contro spigoli di muri e di mobili. Ma lei non si lamentava, era già tanto che se la cavasse ancora da sola.

Il vuoto di Giovanni, che pure erano già due anni che l’aveva lasciata, si faceva sentire sempre più forte. Senza di lui, la sua vita era diventata sterile. Che vita è, una vita che non sia al servizio degli altri?” si diceva. Se l’era riempita di momenti di preghiera, di AveMaria  e Paternoster che recitava in latino come le avevano insegnato da piccola. C’erano poi le messe del Papa dallo scatolone magico che le avevano regalato i fratelli per il matrimonio e che aveva riparato così tante volte che ormai la figura in bianco e nero del Papa, la domenica, era tutta smossa. Ma a lei non importava, le bastava il conforto della voce che le faceva venire il pianto ogni volta e la riempiva di stupore.

“Questa volta hanno veramente esagerato! Se li avesse sentiti padron Giovanni! Fulmini  e saette sarebbero volate. Irriverenti e ineducati”

Non osava pronunciare la parola maleducati, la trovava troppo offensiva nei confronti delle buonanime delle loro madri, e lei, la quinta moglie di padron Giovanni, non amava lasciarsi andare alle imprecazioni e alle umiliazioni nemmeno di fronte alla peggiore offesa.

La quinta moglie. Se l’era fatta spiegare più volte la faccenda delle mogli, non le quadrava ancora come mai avesse avuto due figli soltanto e quattro mogli. Poi c’erano i figli di Lisetta, la quarta moglie, ma quelli si tenevano lontani da lei, non l’avevano mai sopportata. E per fortuna! Era arrivata a scombinare i piani a tutti quando aveva risposto all’ambasciata di Giovanni tramite sua cugina. Chi ci pensava che quell’uomo, a sessant’anni belli suonati, avrebbe voluto risposarsi per la quinta volta! Non gli bastavano le rogne con le campagne da accudire più dei figli stessi, con i frantoi, con gli operai, figli e figliastri e il culto delle quattro mogli?

Conosceva Giovanni da anni, conosceva ogni piega del suo corpo massiccio, il collo taurino, le spalle forti e ancora solide. Anni che gli cuciva e rattoppava camicie con l’amore della perfezione che solo una suora o una nubile conservano inviolate anche con il procedere del tempo e l’abbassarsi della vista. Le sue mani andavano da sé, il metro sempre di traverso al collo a misurare e regolare, aghi di tutte  le dimensioni e spolette per cucito e ricamo che riponeva ogni volta con ordine ossessivo nel cesto di vimini foderato di cotone a fiorellini rosa e violetto e bordato di merletto a zig-zag.

Una camiciaia …

Ovviamente tutto provvisorio, work in progress. 

Idee, critiche, commenti?


Hhttp://www.youtube.com/watch?v=AVNoeRdlVL0

Ho voglia di scrivere. Scrivere mi fa pensare e pensare mi fa sognare. Ma non ce la faccio, mi sento debole, sfiaccata. Resterò a guardare seduta alla finestra dell’abbaino. Da questa altezza il mondo si rimpiccolisce, prende le sue distanze. Io, ho sempre cercato di non farmi influenzare dalla gente, dai luoghi comuni, dai pettegolezzi, aborti dell’invidia e della noia. Ho ben altro da pensare e tutto un mondo da disegnarmi, spazi da ristrutturare o edificare dal nulla. Oggi resterò a guardare. Quassù i rumori della strada arrivano attutiti, i passi della gente sgravati di echi anche quando, in altri momenti dell’anno, si allungano frenetici scavalcando i passi lenti degli anziani o quelli pigri di chi non ha nulla da fare.

Mi tornano in mente versi di una poesia scritta in uno degli intervalli dei nostri incontri. Me ne ricordo ancora il titolo Uno di due: assolo. Pian piano si affacciano i versi, non li ho mai dimenticati. Scrivo spesso poesie, ma non ho mai avuto l’abitudine di tenerle a mente. Non tengo a mente i versi dei poeti, figuriamoci se mi prendo la briga di ricordare i miei. Ma quelli erano fissi dentro di me e me li ripetevo ogni volta che partivi. Dialogavo con me stessa.  Split, e  mi dividevo in

due per trovare compagnia ad una solitudine che mi pesava anche se non l’avrei ammesso mai.

Strana solitudine fende  l’aria, il mio passo solerte sul selciato non risuona dell’eco prolungata, del molleggiare dolce del corpo tuo. Indaffarata turbino nel mondo, gravida d’incombenze, ricambio sorrisi e stringo mani,  divincolandomi tra vecchie conoscenze.

Mi manca il tuo ascoltare paziente, il tuo sparire inaspettato, la falcata del tuo passo quando torni. Mi manca il tuo sorridere giocoso, il tuo scherno a volte irrispettoso. L’affanno mio non condiviso è solo.

Forse non era proprio così in origine, il mio sonetto. Lo cerco  in uno dei miei taccuini stipati nei cassetti chiusi della libreria. Me lo ricordo, era  un taccuino nero con l’elastico rosso. I margini dei fogli dorati sono un po’ sbiaditi. Un regalo prezioso delle zie, quasi un breviario. sapevano della mia passione di scrivere e me ne portavano sempre dalle loro gite con il gruppo della chiesa. Eccolo qua, trovato. C’è pure la data e l’ora, non mancavo mai di appuntarmele. Leggere il tempo significa dare contorni squadrati ai ricordi, eliminare le sfumature che ingannano l’occhio sognante. 23 agosto, 1974. Alle ore 13.30. Un giorno d’estate, di ferie. Ero sola  a casa, stranamente pigra a trastullarmi negli stanzoni vuoti. Le zie dovevano essere a Montecatini Terme, con le amiche, in vacanza. Conoscevo Gianni da un anno.

Uno di due (assolo)

Strana solitudine fende  l’aria

Il mio passo solerte sul selciato

Non risuona dell’eco prolungata

Del molleggiare dolce del corpo tuo.

Indaffarata turbino nel mondo

di incombenze ingravidata,

sorrisi e mani strette e

mi divincolo tra vecchie conoscenze.

Eppure mi manca il tuo ascoltare

Paziente, il tuo sparire inaspettato,

La falcata del tuo passo quando torni.

Mi manca il tuo sorridere giocoso

Il tuo scherno a volte irrispettoso

L’affanno mio non condiviso è solo.

23 agosto, 1974.

Alle ore 13.30.

M. L.

Sono diverse le parole disposte in fila su di un foglio, senza alcuna simmetria, senza ritmo. Perdono musicalità. La poesia è musica, la prosa è racconto. Racconta chi ha da raccontare, chi non vuole dimenticare, chi vuole prolungare la vita attraverso chi legge o chi ascolta.  Non sono fatta per i lunghi racconti, sono fatta per le vibrazioni della buona musica e della poesia, per l’annotazione dei pensieri sparsi. Niente aforismi, per carità. Sono solo presunzioni o astrazioni, tentativi di assolutizzare il magma slittante del quotidiano.