Per San Valentino


Oggi una maledetta nostalgia mi prende di te. Fa a pugni nello stomaco, mi attraversa le viscere e il groppo alla gola si fa sempre più intenso fino a stomacarmi. Odio l’uggiosità dei giorni di pioggia. Un’avversione che viene da lontano, dai giorni di cantiere chiuso, dalle imprecazioni degli operai non pagati, dall’ansia di schiarite che tardano ad arrivare. Oppure da tragedie che ti hanno inciso l’anima. Pioveva anche il giorno in cui Giacomo si è tolto la vita. Ora che ricordo, mi accorgo della strana coincidenza. Pioveva anche quando zia Luisa è spirata nel suo letto di ragazza, serafica come una santa. Pioveva il giorno del tuo incidente. Il trafiletto di giornale strapazzato tra le mie mani e intriso di lacrime e rabbia è sepolto tra le nostre cose, nel baule in soffitta.

Penso a te, alla fortuna perduta di un amore felice e mi chiedo come avrei potuto essere se lo avessi realizzato. So soltanto che, per quanto respinga l’immagine di te e finga di non averti mai incontrato, di non averti mai amato, mi ritorni in mente nei momenti più inattesi, quando più deboli sono le mie capacità di difendermi dai rimpianti. Debole, debole come una bambina smarrita nella folla al luna park, confusa e incredula di ritrovarsi sola tra tanta gente. Sono qui, attraversata dai giorni, apparentemente coriacea all’azione usurante del tempo, una donna mai sazia dei suoi giorni, eppure fagocitata da un rimpianto che, a tratti, si fa senso di colpa. Chi ti ha distratto quel giorno, mentre guidavi? A cosa o a chi pensavi? Avevi già letto la mia lettera nella quale ti dicevo che non ti avrei più raggiunto a Parigi? Chi di noi due è stata il tuo ultimo pensiero? So di essere egoista e malvagia. È in questo tuo ultimo pensiero la chiave del nostro amore. Se solo fosse lei, allora sarei più rassegnata. Ma se fossi io, più acuto e sofferto sarebbe il senso di colpa. In questo dilaniarmi, preferisco da anni la rimozione. Fuori piove, rimuoverei anche la pioggia se potessi. Unica soluzione è scrivere storie di vite diverse e ricomposte, di sole e di successi, piene di positività e di leggerezza. Leggerezza che, per quanto sia sempre stata un peso piuma, mi è mancata per educazione. Uno spiraglio di sole e mi giuro che l’ora dei rimpianti può terminare. Lo stomaco brucia ancora, ma modello le labbra in un sorriso aperto e mi guardo allo specchio. Ho letto da qualche parte, in qualche rivista dal parrucchiere, che sorridere apre l’anima, la alleggerisce e che dovremmo fare spesso questo esercizio facciale con incidenza sullo spirito. Continuo a sorridermi nello specchio. Mi sento stupida ma non demordo. Devo rifuggire dal vuoto maledetto che mi hai lasciato dentro, amore.

inedito di Lucia Sallustio

 

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Anni ’60: un primo giorno di scuola come un altro o forse no.


Non ricordo quanto tempo sia rimasta in quella condizione, sognante, seduta faccia al muro, in una sospensione inspiegabile ancora oggi, tra sogno e realtà, stordimento da panico e incredulità di essere mai giunta tra quelle bambine e una donna che, in linea orizzontale con le mie spalle, continuava a  parlare. Nella mia bolla d’aria, non mi giungevano echi delle sue parole espresse certamente a voce alta. Non ricordo né suoni né spezzoni di quei discorsi, ero chiusa in una forma che oggi definirei di autismo, a confrontarmi con il crocifisso senza proferire preghiera, muta e immobile io che zitta non me ne sapevo stare e che mi ero guadagnata l’appellativo di “acqua di mare” da parte di mio nonno per quanto mi muovessi in continuazione a casa.

Quell’aula che sapeva di vecchio e candeggina, con il cordone di vernice marroncina che correva intorno alle pareti, in più parti scalfita e scrostata, era un luogo a me estraneo e non capivo come e perché ci fossi finita.

Per quanto, nel tempo, abbia amato e nutrito una forma di devozione per le mie maestre delle elementari e, negli anni successivi, per quanti hanno concorso alla mia formazione e a dare risposte alla mia insaziabile voglia di conoscere, ai miei “perché”, ai mie “se”; per quanto mi sia presto affezionata e guadagnata la stima delle mie compagne di classe, molte dimenticate, altre con un posto ancora fin troppo vivo nel mio cuore, di quel primo giorno di scuola il ricordo che serbo è di uno stato confusionale assimilabile allo stupore. Non si stupisce solo per la meraviglia, per cose belle, impreviste o mai viste, lo stupore ti prende e stordisce quando non riesci a dare un significato razionale alle cose.

Era questa la scuola alla quale mi ero preparata con i nonni e con la mamma per tutto quel tempo? I capelli puliti e tirati da un frontino, il vestito della domenica sotto il grembiulino, tutto predisposto per presentarmi in maniera decorosa e iniziare a meritarmi il rispetto. Dov’era la festa e la gioia di un primo giorno di scuola così decantato?

Se penso a quel concetto di scuola, se mi chiedo perché fossi stata messa a ridosso del muro e dovessi girarmi per ascoltare la maestra, se razionalizzo il mio desiderio di uscire da quella condizione indesiderata nella quale mi trovavo perché mi procurava fastidio, non trovo risposte.

Quello che spero è soltanto che i miei studenti, nel primo giorno di scuola come in tutta la loro carriera scolastica, non si trovino mai a gestire situazioni di disagio che potrebbero farli disamorare dal mondo scuola.

Da quel primo giorno di scuola, salvo per una breve pausa durante la quale ho fatto incetta di esperienze e realtà professionali che mi sono tornate utili in seguito, dalla scuola non sono mai uscita. E qui ci vuole mio: perché? Perché la scuola è il luogo delle libertà, della conoscenza, della socializzazione, del rispetto e dell’amore. Ma perché non sia percepita come luogo delle costrizioni, è bene sia quanto più accogliente possibile, sappia di vecchio e moderno insieme, di regole e libertà, un puzzle di anime e bisogni dalle forme diverse che si incastrano tutti perfetta-mente.

Dallo stupore di quel primo giorno è nato l’incanto di una vita.

Riflessioni- Lucia Sallustio

Auguri 2014: a ciascuno il suo!


Mi piace salutare il 2014 pubblicando una pagina di un mio romanzo inedito, con l’augurio più bello che questo sia il suo anno.

  … Forse era stato il fascino del tatami o la magia delle notti madrilene che avviluppavano sotto un cielo scuro a mantello, o ancora la tristezza delle cançoas do fado a cui Max l’aveva pian piano introdotta. Oppure era stato tutto questo. C’era, di fatto, che Rossella era restata a Madrid. Non ci restò per soli tre o sei mesi, questa volta. Il signor Déseado le aveva  fatto firmare un regolare contratto di assunzione a tempo indeterminato mentre suo figlio, senza farle firmare nulla, l’aveva incatenata a un amore che rispondeva in pieno a tutti i clichè dell’amore romantico, con le piccole follie reciproche che ne intensificavano l’unicità.

   Si erano ripromessi di non vincolarsi con stupide catene amorose, si erano dichiarati moderni e ribelli, si erano giurati che nulla sarebbe cambiato nelle loro vite libere di un tempo, nulla che potesse ledere le loro ambizioni.

   Poi si erano cercati sempre più spesso, l’ossessione l’uno dell’altra nella mente e, ogni volta, finivano su quel tatami che aveva sconvolto le loro vite come uno tsunami.

   “Rimani qui con me, stanotte. Non ho voglia di restare solo” le aveva chiesto, infine, una sera di dicembre. Natale era alle porte, le illuminazioni della grande festa guadagnavano giorno dopo giorno nuovi quartieri, giravano i primi zampognari dei Pirenei a diffondere canti d’avventi e di pastori, e il freddo era giunto tagliente una mattina più grigia delle altre. Era il primo inverno a Madrid per Rossella, e un dolce sentimento nostalgico s’era insinuato nel suo cuore. Non ebbe alcuna esitazione. Non voleva restare nemmeno lei da sola nella stanza fredda e troppo squadrata della pensione dove soggiornava. Un lungo bacio, un preambolo a una notte d’amore dolce e appassionata, sostituì quel sì, quella sillaba che non fece in tempo a pronunciare. Era troppo felice. Era l’eroina dei suoi romanzi rosa e Max non era il pilota di quelle storie, ma era bello e sensuale e innamorato e imprevedibile proprio come uno di loro.

   “Te quiero” le disse. 

da romanzo inedito di Lucia Sallustio