Raccontare per raccontarsi


Da oggi apro una nuova rubrica al mio blog. Raccontare per raccontarsi è lo spazio della condivisione della passione per la scrittura, della scrittura che indaga, fine come un bisturi, che scava e spala per fare riaffiorare, per liberare, per scacciare il proprio demone, fiamme che bruciano ancora, roghi che pur coperti non si spengono, alimentati da verità impronunciabili.

Scrivere è tutto questo, scrivere fa male ma aiuta, scrivere diverte e fa compagnia a chi lo fa, a chi legge.

Inviatemi le vostre storie, non più lunghe di 4000 caratteri, Times New Roman carattere 12.  Per ragioni di spazio ne pubblicherò solo alcune, non so se le più belle, e chi può dirlo? Sicuramente quelle che mi emozioneranno di più.

7 thoughts on “Raccontare per raccontarsi

  1. La mano

    Maledetta donna, che gli aveva rovinato la vita. Eccola là, stesa sul divano perché al letto non era riuscita ad arrivare.
    Eccola morente, con quel filo di voce, lei che lo aveva sempre irriso, la guancia scarna, l’incarnato giallastro, la mandibola cadente da un lato, senza quella combattività inesauribile che per decenni lo aveva tormentato, masticando lui come masticava il cibo e lo triturava, secco e duro, scrutandolo dietro gli occhiali spessi da miope.
    Eccola là, ossuta, bianchiccia, ai piedi suoi di figlio vomitato da sempre, bisognosa di aiuto ma non piangente, questo mai, forte come un rostro di nave o un cingolo di carro.
    – E ora, i suoi conti in banca, i registri degli affitti, le lettere degli inquilini e degli avvocati, le foto dei vecchi amanti, tutto sarà ridotto a un cumulo di carta straccia.-
    Tutto cadeva nelle sue mani di figlio reietto, dal volto bonario, il doppio mento ben pasciuto, la pancetta di un single che pranza e cena dalla mamma.
    Sentiva su di sé, sbertucciato anche di fronte alle donne, sente su di sé finalmente il premio e l’onere della rivincita, la vittoria da tanto attesa, del libero di fronte all’aguzzino, del vivo di fronte al morente.
    “Basta attendere. Nessuna colpa. Basta attendere pochi minuti.”
    Ma poi a vederla, ormai ricco di tutte quelle case, anche della sua ora silenziosa e vuota, lei è una secca e inutile mummia, si ferma a riflettere.

    La madre girò gli occhi che le palpebre ormai pesanti chiudevano, e le uscì un filo di voce:
    – Vieni vicino, Nicolò…- avvicinò la mano allungando le dita rattrappite – forse non riesco ad arrivare a domani… parla con l’avvocato Letti di quel negozio…ci deve pensare lui, è una situazione difficile. Affidati a lui.-
    – No – rispose Niccolò, ma sottovoce, che lei non riuscì a capire.
    Inorridiva, aveva ancora il coraggio di servirsi di lui come segretario…”I soldi corrono dietro ai soldi” gli aveva sempre insegnato.
    “E così affida i beni agli avvocati e a me che ho bisogno non ha mai dato nulla. Ma tra poco, stesera stessa, sarà tutto mio.”
    Aggrottò la fronte, era l’unico gesto con cui riusciva ad esprimersi, le mani erano strette ai fianchi, quasi paralizzate.
    Poi il figlio retrocesse di un passo girando il volto, e incontrò la propria immagine sullo specchio incorniciato nel legno dorato del corridoio. “Quella foto in sala di lei a Trinità dei Monti, ora le assomiglio, prima non ero così” pensò, “Avevano ragione, quando ero un bambino, a dire che ero il suo ritratto. Adesso ragiono anche come lei.”
    – Ora telefono al 118 – disse allora Nicolò a voce alta, con tono fermo e parole scandite.
    Lei capì dalla falsa calma di lui di avere vinto ancora una volta, che quel figlio debole e solo l’avrebbe salvata. Che l’amava ancora.
    Niccolò compose il numero poi le prese la mano nell’attesa dei soccorsi – I conti con l’avvocato Letti li faremo un’altra volta.

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  2. ALICE
    di Maria Rizzi

    “Alice guarda i gatti e i gatti giocano nel sole…”
    Livio viveva chiuso nel suo mondo prima di incontrarla. Lo consideravano sociopatico, di fatto se ne stava tutto curvo sui giorni come ragnatela. Tesseva trame di ricordi, lontano dall’oggi, indifferente al futuro.
    La vede nel parco e…il colore dei suoi occhi è l’ombra cangiante delle nubi al vento, è trovarsi di fronte a qualcosa che nemmeno sapeva fosse possibile sognare. Cammina, lieve come spuma, e lo guarda. Livio, pietrificato, assorbe la luce di lei temendo possa scomparire come un miraggio. Alice gli sorride. Si schiudono i battenti del Paradiso. Lei è fragile, di vetro filato. Senza età, senza filtri, senza ombre. L’amore vive già nei primi sguardi liquidi e dolcissimi.
    Alice sorride spesso, muove le mani come farfalle, ma non parla. E’ sordomuta. E congelata in qualche fase della propria esistenza. Uno choc, un’emozione violenta, forse un danno genetico.Livio la considera lo scopo della propria esistenza. Veste di profumi, di colori, di gioia il suo tempo e lascia emergere sotto la superficie degli anni di lui, -ne ha sessanta,-solo l’azzurro giovane degli occhi.
    “Alice aspetta un figlio…e lui lo sa”
    Stanno insieme da cinque mesi e l’uomo ha avuto subito modo di notare la rotondità della compagna, le vene azzurre sul seno, in rilievo, simili a ruscelli. Ora è in procinto di regalare la vita e regge con le esili mani una pancia bassa e pesante. Non si sono spiegati nulla. D’altronde Alice non sa spiegare. Ha sorriso, ha posato il ventre contro il corpo di Livio e gli ha baciato le palme delle mani, gli occhi, il collo. Ogni giorno, allacciati, sono divenuti linfa d’amore per la nuova vita.
    Il travaglio un campanello d’allarme: il neonato si presenta in posizione podalica e i medici tentano alcune manovre per girarlo prima di decidere per il parto cesareo. La donna perde molto sangue, sviene ripetutamente, si dissocia dall’evento entrando in una sorta di stato autistico. Il suo organismo si rivela debole, minato da precedenti problemi mai scoperti. La bimba nasce di parto cesareo, ma la mamma non riprende conoscenza.
    Luna è un fagotto rosa che strilla fino alla fine del fiato e non presenta handicap di alcun genere. Livio la tiene tra le braccia come un oggetto di porcellana e sente gli occhi inumidirsi. Purtroppo la prognosi relativa alla donna sembra grave: è in coma…potrebbe miracolosamente svegliarsi o addormentarsi per sempre.
    L’uomo è su un terreno scivoloso, ma Luna, degna di tanto nome, illumina i giorni e le notti. Non dà tregua e restituisce energie. Livio la vive e sente crescere dentro un’emoziona nuova, simile a improvvisa vertigine. La sua donna di sorrisi e silenzi giace inerte in un letto verde e ogni giorno appare più pallida e lontana. Non sa stimolarla, le si siede accanto, le tiene la mano e sospira.
    Ha poco tempo. Investe tutta la forza nel piccolo, immenso amore di sole, borotalco e notti insonni. Combattendo ogni rischio di estinzione dello spirito. Nascendo a una gioventù che è cinguettio di passeri, coltre di brina nel fiato dell’inverno.
    L’uomo comincia a rassegnarsi circa la sorte della creatura chiusa nella bolla dell’assenza. Si ritrova, con vergogna, a pensare che forse due bimbe erano troppe da crescere per una persona della sua età. La vita sta scegliendo per lui.
    …”Ma tutto questo Alice non lo sa…”

    Maria Rizzi

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  3. Bellissimo racconto, Maria, denso di emozioni e delicato nella scrittura. Vero, quando tutto ci sembra così complicato e ingestibile, spesso la vita sceglie per noi, anche se per sottrazione molto dolorosa.
    Grazie per il prezioso contributo.
    Luciana

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  4. Il castagno
    Quando ero bambina, esisteva la villeggiatura, che non è la vacanza che conosciamo oggi. Era un concetto diverso: era trasferirsi in un posto spesso non molto distante da casa, in cui si faceva esattamente la stessa vita di casa.
    La mia villeggiatura si svolgeva, dacchè mi ricordo, in un paesino dell’Appennino, a poco più di un’ora da casa, ospite di una prozia tanto anziana quanto forastica, che era un incrocio tra un sergente dei Marines (per i modi bruschi e sbrigativi) e una strega delle fiabe, quelle che vivono nei boschi, in buffe casette e hanno pentoloni misteriosi sempre a bollire nel focolare.
    La casa la ricordo bene, al limitare del bosco, tutta di pietra, vecchissima, con una cucina buia e dal soffitto basso, con un enorme camino dove appunto bollivano i famosi pentoloni.
    Le mie giornate erano scandite dai ritmi della prozia che aveva le sue galline da curare, le sue erbe da cercare nel bosco in estenuanti passeggiate, le chiacchere nei cortili con le altre aspiranti streghe, sveglia all’alba e a letto con le suddette galline.
    Il bosco era misterioso e affascinante, così vicino a casa da costituire una tentazione continua di esplorazioni solitarie: come tutti ben sanno, è possibile resistere a tutto, tranne che alle tentazioni e così, nell’incoscienza dei miei 4 anni, un giorno in cui la zia-strega era alle prese con i suoi intrugli, sfuggii alla sua sorveglianza e mi addentrai nel bosco.
    Il sentiero era in discesa, piacevole e fresco, con alti castagni che facevano un cappello d’ombra delizioso. Mi sentivo sicura di me e non mi passava nemmeno per la testa che la stavo facendo grossa.
    Fu così che lo incontrai per la prima volta: era un castagno enorme, al centro di una radura appena bucata dai raggi del sole che si insinuavano nel fitto fogliame. Ne rimasi affascinata, era bello, bello in un modo che i miei 4 anni non sapevano spiegare, ma magico, pieno di significato, con l’aspetto antico delle creature che ne hanno viste di tutti i colori, saggio, paziente, tenace. Il fusto era grosso, così grosso che le mie braccine potevano abbracciare solo una piccola parte della circonferenza; i rami più bassi facevano un’ombra senza interferenze e avevano un diametro tale da poter ospitare una meravigliosa casetta sull’albero, sogno di generazioni e generazioni di bambini.
    Ricordo che, col viso appoggiato al tronco, cercando di abbracciare l’intero fusto, respiravo il suo odore che sapeva di buono e antico e pulito e c’era un silenzio perfetto, non un alito di vento e sopra le fronde c’era il cielo e il sole e l’intero mondo che pulsava, ma lì sotto tutto sembrava immobile e sospeso. Mi sentivo incredibilmente al sicuro anche se era la prima volta, nella mia breve vita, che mi trovavo all’aperto, sola, senza adulti nelle vicinanze e nemmeno l’idea di come tornare a casa.
    Rimasi a lungo vicino al castagno e più lo guardavo e più mi piaceva, mi sembrava perfetto, era forte e tenero insieme, era qualcosa che mi faceva sentire bene…
    incipit del racconto “Il castagno” di Rossella Bernardi

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  5. Pingback: Raccontare per raccontarsi « Giochi di parole… con le parole

  6. Per gentile concessione di Alexia Bianchini aggiungo qui un incipit lungo del suo racconto:

    Amarcord n°13
    Un racconto di Alexia Bianchini

    Sono sul 13.
    No, non è vero, il 13 non esiste più, è stato debellato quando la metro della linea gialla è arrivata. Eppure io sono sul 13. Riconosco fuori da questi vetri sporchi e incrostati la strada che faceva tanti anni fa questo tram. Mi portava in centro quando ero bambina, ma non capisco cosa io ci faccia qui, ora, in un tempo che non mi appartiene più, sepolto da stratificazioni di pensieri e da azioni che mi hanno portato a oggi.
    Oggi: ha significato questa parola nel luogo in cui galleggio adesso?
    Sono seduta su queste dure panchine di legno, mentre il rumore che contraddistingue questo mezzo rimbomba nell’abitacolo, e sono sola. Fuori non c’è il sole, ma il tipico grigiore milanese che inghiotte le strade, ammansendo i sensi, facendo perdere il contorno agli oggetti.
    Arriva la fermata, ma il tram non si arresta e prosegue la corsa. Guardo verso i marciapiedi con il fiato in gola. La città è deserta. Ho quasi timore di andare a controllare se ci sia o meno un guidatore. Io sono cosciente del fatto che il binario su cui viaggia questo tram fantasma è morto, è stato smembrato, sviscerato dalla terra su cui giaceva da circa quarant’anni, per far spazio a cosa? La gente è stata obbligata a prendere la metro, a infilarsi sotto terra – anche in una giornata di sole – per fare questo tragitto. Poi è arrivato il pullman 77, giovane e aitante, drogato di carburante, che ha surclassato definitivamente ogni ricordo del 13.
    Quanti ricordi rimbalzano nella mia testa. Forse è colpa del dondolio tipico di questo mezzo.
    Mi sento confusa, disorientata. Rammento che mio nonno aveva appese in casa due foto antiche di Piazzale Corvetto, con il 13 in bella mostra. Milano era irriconoscibile per me allora in quelle immagini, così com’è sfigurato nella mia realtà odierna rispetto alla mia adolescenza. Subisce nel silenzio un continuo turbamento e mutamento che sembra necessario per una grande città. Ampliamento, espansione, agglomerazione. Passi per le stesse vie dopo qualche tempo e non riconosci più quello stesso luogo. Non ci sono veri punti di riferimento a cui aggrapparti, perché tutto è in balia del progresso.
    Non mi appartiene più la Milano di un tempo. Ora è città del mondo. Non c’è più il dialetto a distinguerla, né le feste tipiche di un tempo. La storia si perde fra i movimenti repentini di un sviluppo obbligato e noi restiamo inerti nel vederla crescere a più non posso, gonfiandosi ed estendendo i suoi rami.
    Sento freddo.
    La vista si fa più arguta e vedo fuori uno spazio che non mi appartiene: è il passato. Le auto parcheggiate ai bordi delle strade sono antiquate, i cartelloni pubblicitari e le insegne narrano pubblicità primitive. Paragonato al mio vivere tutto si è repentinamente trasformato negli ultimi anni. Una corsa drastica allo smaltimento, al cambiamento. Sì è distrutto per ricostruire, costruito per abbandonare. Case ed edifici sono cresciuti come funghi fra cui arterie stanche, ingrossate e deturpare, trasportano derelitti: i pendolari.
    Non che io abbia qualcosa contro di loro. È normale che qui vengano per lavorare. Ma perché mutare una città in funzione di loro e non per chi la vive?
    Dovrebbe essere a misura di uomo, anzi, di vecchio e di bambino. Sì, è così che dovrebbe essere una città, così come era il 13, a cui tutti stranamente sono rimasti affezionati.
    Ma è morto…

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