Ricordi del primo giorno di scuola


Tema vecchio e poco originale, che importa? Le emozioni sono sempre le stesse, non cambiano per quanto ci illudiamo che l’uomo cambi nel tempo con il mutare della società in cui vive.

La paura resta paura, l’innamoramento è per tutti, il dolore una nota stonata e ricorrente nella vita di tutti da sempre, la gioia e le emozioni forti meno di quante ne volessimo e presto dimenticate. L’umanità è sempre intenta a spiegarsi i perché, sotto il peso di dubbi e incertezze di tanto in tanto rincuorati da nuovi traguardi.

Ciò premesso, diamoci da fare. Oggi ho voglia di raccontare e di ascoltare racconti sul tema:

Ricordi del primo giorno di scuola

Postateli pure nei commenti di questa pagina, leggete e confrontiamoci.

Lucia Sallustio

Arrivano i primi racconti. ovviamente il primo giorno di scuola non è tale solo per gli studenti, ma come tutte le tappe importanti della vita scolastica, è un giorno di ansia e trepidazioni anche per docenti e dirigenti. Un caleidoscopio di immagini che renderà ancora più animata la nostra narrazione collettiva.

Racconto 1

LA CAMICIA BIANCA di Stefania Poveromo

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Volevo a tutti i costi una camicetta di seta bianca, così ne comprai subito una, anche se non era esattamente come l’avevo immaginata io.

Ne avrei voluta una semplice e versatile, invece me ne portai a casa una plissettata e con girocollo impreziosito da catene.

Un po’ troppo per i miei gusti, ma la indossai rifiutando lo specchio; ormai avevo deciso.

In un assolatissimo primo pomeriggio raggiunsi la scuola per l’ultimo scrutinio.

L’ultimo, almeno di quell’anno scolastico durante il quale ebbi come capo d’istituto la professoressa Rosa Nuvola.

A farla breve, quel giorno io e la preside litigammo. Ci appiccicammo incrociando fiere le nostre parole come fossero spade pesanti. Un duello in cui non contava l’affondo ma la resistenza.

Ad un certo punto mi sembrò che non ci fossimo che noi due in quell’aula al pianterreno e mi voltai per un momento a guardare le facce esterrefatte e un po’ anche divertite dei colleghi.

Dalla finestra sul giardino gli oleandri rossi e bianchi, immobili, sembravano domandarsi il perché di un tale spreco di energie: – Alla controra?

Continuammo su quella strada, pur sapendo ormai che fosse quella sbagliata.

Continuammo pensando – entrambe lo so – a cosa sarebbe stato meglio non dire prima, al come ammorbidire intanto, al modo di salvare il salvabile infine.

  • Ma proprio tu, poi? – smorzò la tensione facendo appello alla nostra indiscussa empatia.
  • E infatti – commentai io nel modo più insulso possibile, accogliendo il suo estremo tentativo di negoziare.

I colleghi ruotavano i polsi mettendo in evidenza gli orologi.

In silenzio pensai che se non ci fosse stata stima reciproca, nessuna delle due si sarebbe sentita dispiaciuta; invece eravamo entrambe visibilmente provate.

Lei mi guardò e scosse la testa sorridendo incredula; io feci lo stesso radunando le mie cose in una cartella.

Mentre i colleghi abbandonavano l’aula ebbi uno di quei desideri infantili di cui non mi vergogno mai: fare la pace subito, cercare la soluzione per rimettere i cuori a posto e far tornare le cose come erano prima.

Stavano entrando i colleghi per lo scrutinio successivo e sembrava che tutto stesse per finire così.

  • Ma che è successo? – mi chiese lei un attimo prima di lasciarmi andare.

Non ricordo più la mia risposta di allora, ricordo bene solo il mio stato d’animo e il peso di quella camicia, madida di sudore, che cominciava ad attaccarsi alla pelle.

Mi rifaccio la stessa domanda oggi scorgendo quella camicia bianca nell’armadio.

Niente di sostanziale nei contenuti, un probabile problema di forma.

La colpa potrebbe essere stata persino della camicetta!

Mai indossare i panni che non sentiamo nostri, provare a indossare quelli degli altri, sarà ancora più difficile.

Una camicia plissé non sarà mai adatta a me e da allora, non l’ho indossata più.

Eppure non l’ho buttata via, anzi.

Le ho messo su una custodia in cellophane trasparente. Non posso buttarla via, né regalarla. Bisogna che stia lì, sulla gruccia, a guardia di un ricordo che voglio resti acceso perché non debba più appendere altre camicie bianche nell’armadio.

A scuola non esistono giorni qualsiasi anche se, per economia di memoria, non si possono tenere tutti a mente, e gli ultimi a volte sono fortemente più emozionanti dei primi.


Mi manca il mare

di Maria Isabella Binetti

Mediocre, ottimo, insufficiente, insufficiente, insufficiente,…, fino alla nausea!

E’ l’ultimo compito da correggere ho bisogno di aria, non riesco ad andare avanti.

Due orizzontale, tre verticale, elaborati da battaglie navali! Riuscirò a beccare un esercizio corretto? Il disordine è sovrano. Alla faccia della matematica!

Classe terza, classe quarta, classe quinta, sguardi rivolti verso non luoghi, voci mute perdute in labirinti senza uscite o sovrapposte in una Babele di suoni e grida senza senso.

Che ci sto a fare io con loro? Ci sarà pure un modo per dialogare.

Al mattino ho spazzato via la rabbia di ieri ed entro in classe.

“Non è successo niente mai!”. Punto e a capo.

Un onda durante la tempesta acquista sempre più vigore man mano che giunge a riva, la mia rinnovata disponibilità, ora dopo ora, si frantuma sempre più violentemente contro gli scogli.

Sono di nuovo in crisi, ogni giorno in crisi.

“Va tutto bene” dicono i miei colleghi. Sarò fatta male io.

Ho deciso: “Da oggi basta! Mollo tutto e faccio la docente con la D maiuscola”, del tipo: nessuna parola che non sia di matematica, nessuna emozione, nessun gesto fuori dall’ immagine che il ruolo impone.

Magari fosse possibile!

Ma il mio DNA è sbagliato! Non posso cedere, non devo cedere.

Ci sarà pure il loro gergo, lo sport, la musica, un amore, qualche accidente di “COSA” di cui vogliono parlare!

Dico casino e non baccano, avete rotto e non smettetela, parlo il loro linguaggio “Perché forse così ci capiamo”. Dura lo spazio di una folata di vento.

Poi di nuovo, ogni minuto scorre una immagine nuova. Il mio orizzonte si popola di isole.

Nicola, dall’ultimo banco, non vuole essere disturbato ma ogni suo sguardo fugace è una richiesta, ogni protesta è un desiderio. Vuole essere preso per mano anche se la sua stenta a toccare la mia. Ha tutto ma non ha un braccio che si poggi sulla sua spalla, una carezza che lo rassicuri.

Leonardo, nel suo banco, fa trasparire il continuo movimento del suo corpo al ritmo frenetico di quei balli che sono la sua passione. Stamattina è più incazzato che mai.  “Studio, ma queste cose non le posso capire” dice, “è inutile continuare a discutere, non le capisco e non le voglio imparare a memoria”. Alzo la voce e lo provoco una, due, … infinite volte, “se sei scemo sono molte di più le cose che non capisci”. Gesticola, si agita, arrossisce, balbetta. Ma alla fine disegnando in aria come su un foglio a quadretti: “Adesso sì che è chiaro” risponde. E’ stata dura ma sono felice.

Mariangela, fuori dall’aula al riparo dai compagni sempre distratti ma altrettanto pronti a spiare ogni movimento dell’altro mi dice per l’ennesima volta: ”Studio, però quando sono interrogata non ricordo più niente”. Non so più quante volte me lo ha ripetuto in tutti questi anni! Eppure ce l’ha sempre fatta. L’eterna insicura, sempre con lo stesso film nella testa: “Non sono capace”.

Nicolò, con la sua difficoltà di linguaggio, ogni tanto si arrende e necessita di una dose di coraggio.

Fabio, è sempre disponibile ad aiutare gli altri ma non ce la fa più a reggere questo carico e gli dico: “Adesso basta pensa un po’ più a te”.

Quante isole nell’arcipelago della mia carriera. Leggere come foglie sull’acqua, pesanti come macigni che affondano.

Grandi e piccole, tutte diverse, a volte semplici spesso difficili o anche impossibili da esplorare.

Me ne frego della matematica se volete, ma non posso dire altrettanto delle mie isole e del loro mare.

Ho provato a fare viaggi in altri luoghi assolati e piatti; sulla terra ferma in torri protette.

Ma mi è mancato il mare. Le sue onde che sferzano le rive agitate dalla tempesta, i rami degli alberi scossi dal vento, il volo dei gabbiani che planano sulla sabbia.

Sono sempre tornata, anche se a volte stanca, tra le mie isole.

Le vedo in lontananza, mi sembrano vicine.

Di nuovo si allontanano.

Mare agitato, bassa marea, alta marea, calma piatta, mare agitato…


 

 

Se penso al mio primo giorno di scuola, vedo me, piccola piccola, con la  mano stretta a quella calda e robusta di mia madre che mi guidava con decisione e a passo lesto verso un luogo che mai avevo visto prima di allora poiché da pochissimi giorni ci eravamo trasferiti in quel quartiere.  Le lezioni erano già iniziate da un paio di giorni e la classe era già in aula quando io e mia madre fummo accompagnate verso la porta con su scritto “I A” da una collaboratrice scolastica. Fu quest’ultima a bussare e a presentarci. Io mi sentii ancora più piccola di quanto non fossi. La maestra congedò mia madre e mi invitò a entrare. Tutti i banchi erano occupati tranne l’ultimo sulla destra. Fu lì che lei mi disse di sedermi e dove io cominciai la mia carriera nella scuola. Non avrei immaginato mai e poi mai che l’aula sarebbe stata non solo il luogo di me scolara, ma anche, più tardi, di me insegnante. Ero lì, seduta all’ultimo banco, dietro tutte quelle bambine più alte di me che mi impedivano di vedere la cattedra. Quell’angolo era il più buio dell’aula e il banco era addossato al muro;  le finestre erano sul lato opposto, alla mia destra. Sentivo la voce della maestra che da lontano mi presentava alla classe, ma la mia attenzione fu attratta da un foglio affisso al muro, accanto a me in alto, con in ogni angolo la lettera dell’alfabeto “C”, scritta in corsivo minuscolo, maiuscolo, in stampatello minuscolo e maiuscolo. Quello che però più mi attrasse fu il coniglio che campeggiava al centro. “C come Coniglio”.  Fu proprio quel coniglio il primo compagno di banco che io ricordi. Lui mi accolse in misterioso e complice silenzio nella Scuola Elementare “De Amicis” e nel mondo delle lettere dell’alfabeto e della scrittura. E quel mondo delle lettere io oggi lo amo come amai quel coniglio che diventò l’amico che disegnai, che colorai con i miei pastelli Giotto nuovi, che si affacciava guardandomi in silenzio nei momenti difficili. Quel mondo io lo amo e  lo rispetto ancora, quel mondo misterioso che mi ha colpito da subito e mi ha portato a cercare di capire i segreti dei segni e delle lingue degli uomini.

di R.M.