About me


Lucia Sallustio è nata a Bari nel 1960. Risiede con la sua famiglia a Molfetta dove insegna Lingua e Letteratura inglese nella scuola superiore. Sin da piccola subisce il fascino delle parole che con moto ondivago si compongono e si scompongono in storie che lasciano il segno per essere reinterpretate con la fantasia. Gli studi umanistici rispondono per primi alla sua curiosità che però, nel tempo, palesa il bisogno di uscire dai confini del metaforico e del fantastico per confrontarsi con la realtà. Lo studio delle lingue, i viaggi all’estero, il lavoro di traduttrice completano l’altra parte della personalità irrequieta e sempre alla ricerca della giusta dimensione, dell’equilibrio perfetto, “du mot juste”. Dopo un percorso di traduzione vissuto come impegno di ri-scrittura del testo, ritorna alla passione di sempre: scrivere per raccontare storie, scrutare i moti dell’animo soprattutto femminile. È, infatti, autrice di numerosi racconti e poesie pubblicati in antologie di Autori Vari edite da Giulio Perrone Editore, PerroneLab, Edizioni Nottetempo, Prospektiva, Laboratorio Gutenberg, Ferrara Edizioni e in raccolte di Premi Letterari nei quali negli ultimi anni ha ottenuto ottimi riconoscimenti. Partecipa a eventi culturali e collabora a riviste letterarie on-line e cartacee quali Pomezia-Notizie. La fidanzata di Joe – Faligi editore é la sua prima pubblicazione monografica.

 

http://www.lafidanzatadijoe.wordpress.com

 

 

 

 

 

Articolo  di Rosanna Buzzerio sulla mia presentazione del romanzo “L’anello inutile” di Maria Pia Romano- molfetta.live domenica 22-05-2011

“L’anello mancante”, la vita nei suoi elementi essenziali: acqua, aria, terra e fuoco

La scrittrice Maria Pia Romano: «il libro è un gioco di specchi»

22/05/2011

Foto: © MolfettaLive.it

“Che cosa resta quando non c’è più nulla da perdere?” E’ la domanda a cui cercano di dare una risposta i protagonisti e la scrittrice Maria Pia Romano nel libro “L’anello mancante” (Besa editore), presentato alla libreria “Il Ghigno” giovedì scorso.

Alla scrittrice molfettese Luciana Sallustio il compito di accompagnare i presenti nelle pagine del romanzo. Lo fa evidenziando che «già la copertina, che quasi mai nessuno osserva, introduce il lettore in un mondo reale e surreale, in un mondo che si gioca sul filo tra il sogno e la realtà».

I personaggi, a volte autobiografici, nel libro hanno una loro personalità ben precisa devono trovare la propria risposta a quel “che cosa resta quanto non c’è più nulla da perdere?”

Ognuno dei protagonisti lo fa a modo proprio come la scrittrice che affida ai “suoi sputi d’inchiostro” la sua vita di donna di 70 anni che non è mai riuscita ad andare a tempo con la vita. Troppo presto per amare. Troppo tardi per ritrovare il grande amore, ma il suo cuore è ancora quello di una ventenne.

E’ un libro che esamina la vita partendo dai suoi elementi essenziali acqua, aria, terra e fuoco, che sono anche le sezioni in cui è suddiviso il libro. I suoi personaggi sembrano essere mediati dalle favole come la principessa, l’uomo buono di Badisco, lo zingaro, le sirene, le streghe, la grotta.

Ma nel romanzo si trovano spunti di Salento, terra d’origine della scrittrice, che precisa che «la terra rossa che descrivo è sì la terra del Salento, ma potrebbe essere la terra rossa di un qualunque Sud del mondo, sono i sud dell’anima».

Per Maria Pia Romano, «il libro è un gioco di specchi».

“L’anello mancante” è un libro di grande poesia, «non si legge tutto d’un fiato – dice chi l’ha letto –perché è un libro dove in ogni pagina è racchiusa una perla di saggezza, un pensiero su cui riflettere e con cui divagare. La scrittura è ammaliante, ma al tempo stesso autentica».

Un incontro di grande dolcezza, dove due donne, due scrittrici, Luciana e Maria Pia hanno cercato il loro punto di sintonia alla ricerca de “L’anello mancante”. La poesia delle parole, la suggestione dei sentimenti, nel corso della serata, si sono trasformate in musica attraverso il violino di Gabriella Cipriani.

Rosanna Buzzerio

http://www.molfettalive.it/news/Cultura/15795/news.aspx#main=articolo

La grande Dacia Maraini e io- 18/11/2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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12 thoughts on “About me

  1. Giovanni, grazie per il commento. Pensa che il titolo d’origine era “Il tatami di Max” e quello attuale era parte integrante della dedica. Poi c’è stato un ripensamento su suggerimento di una editor e ho cambiato. Così come, per evitare di pontificare quando la vita é così instabile, mi affascina il suo opposto “L’equilibrio imperfetto”. Farò un sondaggio, come facciamo nel forum degli undiciparolieri. Per il momento mi piacerebbe sapere la tua.
    Luciana

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  2. Anche a me piace questo ossimoro, considerato che ogni equilibrio è sempre il risultato di svariati sforzi e si può interrompere in ogni momento. Bisognerà, poi, crearne uno nuovo a diverse condizioni. Valuterò.
    Grazie per il suggerimento
    Luciana

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  3. Professoressa,
    Sono Valeria (5 B/L), oggi ho cercato il suo nome in internet perché volevo leggere qualcosa scritto da lei e sono capitata qui. Ho letto vari racconti e poesie e devo ammettere, non con il desiderio di adularla, che mi sono piaciuti davvero molto. Ho gradito parecchio lo stile molto scorrevole e piacevole. Spero di poter leggere presto il suo libro!!
    Sperando di non essere stata troppo invadente, la saluto.
    Valeria

    Liked by 1 persona

  4. ciao Luciana,
    sto dando un’occhiata più approfondita al tuo blog.
    Per ora, grazie alla tua biografia ho scoperto l’esistenza del progetto babele.
    Proverò a collaborare anche io. 😉

    un bacione.

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  5. Cara Luciana,
    che gioia digitare il tuo nome su internet e veder comparire le tue foto, i tuoi racconti.
    Invidio la tua disinvoltura nell’uso del web.
    Ti abbraccio virtualmente prima del prossimo incontro reale,
    Giuliana

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  6. Tempo fa avete pubblicato alcuni miei brevi scritti.
    Vi invio questa continuazione di Nugae, anche se non sono di Catullo,
    sperando possano essere di vostro interesse e possiate pubblicarle.
    Grazie. Marcello Fagioli

    NUGAE
    Riflessioni e ricordi di un vecchio emigrato
    Terza parte

    Marcello Fagioli

    La dolce vita.

    Alla fine degli anni ’50, in Italia e per lavoro, mi recai in auto a Rieti,
    nel centro della penisola.

    Arrivai nel tardo pomeriggio e non avevo altro da fare che aspettare l’ora
    della cena. Così, per passare il tempo, entrai in un cinema. Nel prezzo del
    biglietto d’entrata era compreso un avanspettacolo e in quell’occasione
    conobbi Dario Fo e Franca Rame, che ancora non avevano spiccato il volo
    verso la fama. Facevano avanspettacolo nelle piccole cittadine italiane.

    Dario Fo dal dialogo brillante e Franca Rame, una splendida e giovane
    signora con la chioma rosso fuoco, non erano ancora tanto conosciuti, forse
    perché dedicati al teatro e non al cinema, che stava fiorendo all’epoca. Col
    tempo Dario Fo ebbe un premio Nobel e Franca Rame divenne senatrice della
    Repubblica.

    All’avanspettacolo seguì un film dal titolo: La dolce vita, del quale non
    avevo ancora sentito parlare e le due ore seguenti passarono molto
    rapidamente. Mentre ritornavo all’albergo continuavo pensando al film perché
    ero rimasto sorpreso. Il film era diverso, questo lo sapevo. Diverso nel
    contenuto e nella maniera di raccontarlo.

    Certo, già tempo prima era cominciato la rinascita del cinema italiano, il
    neorealismo, il cinema nuovo. Ma questo era diverso. La scena finale con la
    conversazione tra due protagonisti, sulla spiaggia, era sorprendente. Una
    conversazione nella quale la ragazza gridava, ma non si ascoltava niente.
    Una cosa mai vista , che faceva pensare. Tutti quei brevi episodi della vita
    notturna di una Roma, rinata dopo la depressione e l’austerità seguita ad
    una guerra perduta.

    Ed io appartenevo alla generazione che aveva visto nascere i film detti dei
    telefoni bianchi, ed ora questo era il rinascimento del cinema. Tanti bei
    film, uno migliore dell’altro. Questi furono i veri ambasciatori dell’Italia
    all’estero. Quando venni a lavorare in Argentina, era frequente ascoltare le
    parole: pizza, Lollobrigida, chianti, “bellitalia” e la dolce vita.

    Quel film, la dolce vita, diventò il paradigma della vita notturna nelle
    grandi metropoli europee.

    Il progresso

    I giapponesi sono un popolo meraviglioso. Annientati, quasi, da una guerra
    perduta, hanno creato un’industria, prima di piccole cose, (io ricordo i
    loro giocattoli e il motoscafo che si muoveva nella vasca da bagno con una
    candelina accesa per produrre vapore), poi hanno invaso il mondo con le loro
    macchine fotografiche, le auto e l’elettronica.

    Per far fiorire le industrie c’è bisogno di sempre maggiori quantità
    d’energia, ma le esplosioni, recenti e meno recenti,delle centrali atomiche
    ha allarmato molti governi. E le radiazioni danneggiano le cellule, animali
    o vegetali che siano. Non si vedono, non si sentono e questo spaventa e
    terrorizza perché non si sa quando e come difendersi.

    L’umanità ha fatto grandi progressi nell’uso di nuove tecnologie e ciò crea
    situazioni che alcune volte non siamo capaci di controllare. Abbiamo dovuto
    subire le conseguenze di quanto accaduto a Cernobyl e ci hanno detto che era
    stato un incidente che difficilmente si sarebbe ripetuto. Però non è stato
    così. L’umanità ha cominciato ad addentrarsi in regioni del sapere ignorate
    sino a poco tempo fa e… hic sunt leones!

    Dobbiamo conoscere sempre di più, anche per evitare altri incidenti. Il
    problema che si pone è quantitativo. Sino ad ora il pianeta terra è stato
    sufficientemente grande per ospitare un numero enorme di individui di una
    sola specie: l’umana, e per sopportare i vari incidenti causati dall’uomo. È
    stato sufficientemente ricco di materie prime per soddisfare le esigenze
    delle sue industrie. È stato ragionevolmente protetto da una spessa
    atmosfera ed ha conservato una quantità di vegetazione che mantiene,
    nell’aria, una percentuale di ossigeno che permette la vita.

    Ma le cose cominciano a cambiare pericolosamente e non bastano più le norme
    religiose, che sono alla base delle regole che governano le nostre società,
    per guidare il mondo e si dovrà avanzare nelle conoscenze. Non saranno più
    sufficienti borse di studio e fondazioni dai nomi più o meno famosi per
    poter affermare che si fa ricerca. Inizierà, o forse è già iniziata, l’era
    della scienza.

    Sino ad ora l’umanità è vissuta nell’era delle religioni. Sono state le
    religioni che l’hanno aiutata a vivere. Ora nessuno potrà più fermare l’era
    della scienza. Cosa significhi il cambiamento che prima o poi avverrà,anche
    se gradualmente, ognuno può tentare d’immaginare.

    Calcolatori elettronici

    Il calcolatore elettronico ha la memoria e la memoria fa parte delle nostre
    funzioni cerebrali.

    Si tratta di una memoria, si può dire, in vitro. E l’istinto non è altro che
    il bottone “inizio” di un grande programma del PC. Il disco rigido è
    l’hardware che corrisponde al sistema neuronale. L’hardware usa energia
    elettrica. Le funzioni cerebrali sono attivate dall’energia elettrochimica.

    Già Galvani aveva messo la prima pietra dell’edificio di questi saperi. Poi
    la sua scoperta è stata trascurata, forse perché indizio di problemi molti,
    molto difficili. Ora i calcolatori elettronici sono di grande aiuto.

    Io ho passato le metà del mio tempo lavorativo raccogliendo dati dei miei
    campi sperimentali e trattandoli statisticamente con una calcolatrice, prima
    manuale, poi elettrica. Solo negli ultimi anni di lavoro sono comparsi i
    calcolatori elettronici. All’inizio era difficile trovare i software, i
    programmi. Ed io passavo molto tempo a fare un programmino adatto alle mie
    ricerche e poi, sempre con il PC, in un solo giorno, ottenevo i risultati
    dell’analisi dei dati di un intero anno, con il risparmio di una infinità di
    ore di lavoro.

    Ci sono tante cose da studiare, tanti problemi da risolvere, la maggioranza
    dei quali, o almeno i principali, furono presi in considerazione già dagli
    antichi greci, fondatori della nostra cultura, ma non veramente risolti.

    È sorprendente ricordare come molti di questi temi siano stati trattati da
    filosofi, poeti, alchimisti e sempre in modo diverso e secondo le
    limitazioni della fantasia e della logica umana. Alla fine si cadeva sempre
    nella verità rivelata.

    La ragione non ha capacità illimitate, ma è l’unico cammino che l’umanità
    può percorrere, anche se ho molti dubbi che l’uomo possa dare soluzione ad
    alcuni problemi fondamentali delle esistenze.

    Una storiella surreale

    Ora sono uscito dal pozzo o almeno questo credo. Ma ormai in pensione,
    vecchio, solo e con vari acciacchi, mi riesce difficile trovare uno scopo
    alla vita.

    La storia è cominciata vari anni fa. La mia compagna, che lo era da più di
    cinquant’anni, si è ammalata. Una malattia di quelle che non perdonano.
    All’inizio si viveva abbastanza tranquilli. Chiaro c’erano le visite ai vari
    neurologi, nelle quali bisognava capire anche quello che essi non dicevano,
    ma lei era indipendente. Si parlava, si usciva, s’andava al ristorante
    quando ne avevamo voglia. Poi tutto precipitò.

    Lei aveva impedimenti per camminare e terminò su una seggiola a rotelle.
    Cominciarono le prime difficoltà per parlare e dopo un po’ di tempo divenne
    silenziosa. E i giorni passavano e nella casa c’era il viavai delle signore
    che la accudivano. Poi c’era la specialista che tentava invano d’insegnarle
    a parlare di nuovo, la nutrizionista, la terapeuta che la faceva camminare
    con piccoli passi, uno alla volta. E, nel pomeriggio, un’altra signora
    cercava d’intrattenerla con passatempi, carte, dama ed altri giochi, nei
    quali l’accompagnante giocava per tutte e due.

    E periodicamente dovevo ricoverarla in clinica. E i medici, le farmacie, le
    visite sempre più rare di coloro che erano state sue amiche. E sempre più
    rare divennero anche le visite dei medici, che solo alla fine dissero
    chiaramente che non c’era niente da fare. Col tempo lei rimase immobile nel
    letto, nel quale anch’io, la sera, disfatto, mi sdraiavo addormentandomi
    immediatamente. E la mattina mi svegliavo già stanco e tutto ricominciava da
    capo. Una vita d’inferno. E c’erano anche tante cosa da fare fuori casa. Ed
    io non volevo muovermi per controllare che tutte le persone estranee
    facessero il loro dovere.

    Poi dovetti subire una operazione chirurgica per controllare una brutta
    malattia. E allora chiesi aiuto. Tante, tante volte, ma tutti avevano il
    loro lavoro e le loro cose da fare. È logico. Erano lontani e dovevano
    curare i loro interessi. Quante telefonate solo per una rapida visita e
    quante telefonate inutili. E sempre più spesso i telefoni di coloro ai quali
    chiedevo qualche favore divenivano muti.

    Quando anch’io mi ammalai ci fu un periodo nel quale non sapevo chi se ne
    sarebbe andato prima, se io o la mia compagna. Mi operarono. E tornai a casa
    con la speranza d’esser guarito.

    La mia compagna se ne andò per sempre. Tutta una tragedia greca! Dopo aver
    trascorso mesi neri, ora so cosa significa la depressione ma, ripeto, credo
    d’esser uscito dal pozzo.

    Ripensando a tutto quanto mi è accaduto in questi ultimi tempi, mi sono
    trovato d’accordo con Nietzsche: bisogna essere forti e implacabili nella
    vita quotidiana, come lo furono i nostri progenitori (la bestia bionda) ed
    ho ricordato una storiella surreale, ascoltata tanti, tanti anni fa,
    quand’ero studente all’università:

    “Un carro armato, un po’ arrugginito, un po’ sgangherato, si avvicinò al
    Colosseo e disse: -Colosseo!..Colosseo!, tu che hai vissuto più di mille
    anni e sei saggio ed hai visto tante cose, tu conosci la vita….abbi
    pietà….aiutami! Sono vecchio e malato, non più in grado di mantenere la
    mia famiglia. A casa ho tanti figli, tanti carri-armatini che hanno fame.
    Dammi un po’ di pane.

    -Ma il Colosseo non rispose.

    E di nuovo il carro armato: –Colosseo!..Colosseo!, tu che hai vissuto più
    di un millennio …aiutami! … .

    -Ma il Colosseo restò muto. E così, di seguito, molte altre volte.

    Alla fine il narratore, cambiando tono, con voce profonda, dice: -Morale
    della favola: ” Non chiedete pane al Colosseo, tanto non ve lo dà!”

    Crisi agricola.

    Forse sta cominciando una crisi agricola mondiale. I prezzi delle derrate
    crescono nei mercati internazionali. Le rivolte delle popolazioni del nord
    d’Africa, dei nostri giorni, sembrano essere causate, in parte, dalla fame
    della povera gente. E c’è fame in molte regioni dei vari continenti, anche
    se queste notizie non appaiono spesso sui giornali o sulla televisione.

    C’è siccità e fame nel “Corno d’Africa” e in Africa c’è sempre fame da
    qualche parte.

    Nel secolo passato grandi progressi sono stati realizzati nell’ambito
    agricolo. Ma la popolazione mondiale è cresciuta enormemente. Tornerà di
    moda Malthus? Ricordo che c’era un modo di dire, in passato, quando si
    voleva disprezzare qualcuno: “ma vai a fare il contadino!” Ma il contadino,
    ai nostri giorni, deve destreggiarsi con conoscenze di biologia, di fisica,
    di chimica ed economia, e non deve contribuire al cambiamento climatico.
    C’erano molte idee non dico sbagliate, ma non esatte nel mondo agricolo di
    ieri.

    Nelle regioni i cui terreni erano poveri di fosforo, era necessario
    incorporare grandi quantità dell’elemento, si diceva, per elevare i
    rendimenti delle varie coltivazioni, senza preoccuparsi molto, perché tanto
    il fosforo viene trattenuto dalle argille. Poi si è scoperto che il fosforo
    può raggiungere la foce dei fiumi ed i laghi, causando grande sviluppo delle
    alghe che consumano l’ossigeno presente nelle acque e provocano la morte di
    tutto quanto vive.

    Grandi incrementi dei raccolti sono stati ottenuti con l’uso di
    fertilizzanti azotati, prodotti dall’industria chimica pesante, e poi ho
    letto che in alcuni paesi è stato proibito l’uso degli stessi quando i
    nitrati superano certi limiti, nel suolo, perché troppo pericolosi per
    l’uomo.

    Si è sempre insegnato nella scuole di agricole e non, che bisognava arare i
    terreni prima della semina e che maggiore era la profondità della rimozione
    del suolo meglio era, tanto le nostre industrie erano capaci di produrre
    trattori sempre più potenti.

    Poi abbiamo visto che in questa maniera si rendeva sempre più grave
    l’erosione idrica ed eolica della parte del suolo più superficiale, la più
    ricca, la più fertile. Questo nei paesi meno sviluppati dove non si
    praticava l’agricoltura intensiva, perché nei paesi di più antiche
    tradizioni tutto quello che poteva essere eroso dall’aratro, lo era già
    stato. Ed ora si cerca di rimediare seminando direttamente nel terreno,
    senza arare.

    Tutte cose che si studiano nelle Università e Stazioni Sperimentali
    Agricole, ma che sono ancora poco conosciute. Queste ricerche sono difficili
    e richiedono tempo. E come in tutte le ricerche si commettono errori. Errori
    nei campi sperimentali che, ogni volta, fanno perdere un intero anno. Errori
    cui si può mettere rimedio più facilmente, in laboratorio, dove i dati che
    corroborano quelli ottenuti in campo possono essere validati in tempi brevi.

    Ed infine la elaborazione statistica dei risultati ci permette ottenere
    medie con intervalli fiduciari, al livello di probabilità scelto. E tutto
    questo per ottenere un’indicazione sulla via da seguire nella ricerca,
    secondo l’ipotesi di lavoro presa in considerazione. Questo significa tempo,
    molto tempo e denaro, molto denaro. Cose poco disponibili.

    Nel secolo ventesimo è stata disprezzata l’ipotesi di Malthus ( la
    progressione aritmetica dell’incremento delle produzioni agricole e la
    progressione geometrica dell’aumento della popolazione mondiale ). Certo
    Malthus fece i calcoli con i dati del suo tempo. Inoltre nel secolo
    ventesimo sono stati realizzati progressi sorprendenti in agronomia. Ma ora
    si hanno le prime avvisaglie della realtà delle sue previsioni. È
    sufficiente pensare al numero di individui presenti nelle diverse
    popolazioni.

    E bisogna poi tener presente che gli esseri umani, che cercano nuovi
    orizzonti, hanno diritto non solo a sopravvivere, ma anche a vivere con
    dignità, come veri esseri umani. E la natura sembra non aver previsto questa
    esigenza. C’è molto da fare nella ricerca agricola e bisogna farlo in
    fretta.

    E non sarebbe male promuovere la lettura del libro di J. Steinbeck: “The
    grapes of wrath” insieme alle teorie di Malthus.

    Fisica e agricoltura

    Alcuni giorni fa ho letto una pubblicazione in cui si parlava dell’acqua nel
    suolo. Vi erano citati alcuni miei lavori realizzati quando, ancor giovane,
    lavoravo in una stazione sperimentale in Argentina. In quei tempi, in questo
    grande paese agricolo, si poteva ancora fare ricerca indipendente.

    Io studiavo la morfologia degli apparati radicali di alcune coltivazioni
    agricole ed i miei dati sperimentali mostravano che le radici avevano la
    capacità di esplorare il suolo a profondità notevoli, anche di vari metri.
    Allora si presentò l’altro problema. Quale era l’apporto, allo sviluppo
    della vegetazione, dell’acqua e degli elementi nutritivi presenti nelle
    successive cappe del suolo, a sempre maggiore profondità.

    Un metodo era l’uso di elementi radioattivi che io scelsi, visto che gli
    altri metodi erano per lo più distruttivi e richiedevano un enorme quantità
    di lavoro. Ma gli elementi necessari per questa ricerca non si vendono in
    farmacia! Così dovetti fare un corso di vari mesi per ottenere
    l’autorizzazione per l’uso di radioisotopi. Con la collaborazione
    dell’Istituto Nazionale per l’Energia Atomica che fornì, in prestito, alcuni
    apparati costosi, riuscii nell’intento.

    Ed era molto eccitante poter seguire come le radici penetravano in
    profondità e come variava il profilo idrico nel suolo a seguito
    dell’estrazione dell’acqua. Era possibile vedere, inoltre, le variazioni
    riportate su grafici e calcolare i consumi idrici richiesti per produrre
    ciascun chilo di grano, di mais, etc., tutte cose venute di moda
    recentemente e di cui parlano anche i quotidiani in questi ultimi anni, da
    quando si è resa manifesta la preoccupazione dei governi per questi
    problemi.

    Ma lavorare con elementi radioattivi in una sperimentale agricola presenta
    anche alcune difficoltà. Tutti avevano paura delle radiazioni e delle
    possibili contaminazioni, anche se ancora non era avvenuto l’incidente di
    Chernobyl e non si conoscevano le terribili conseguenze delle esplosioni
    delle centrali atomiche del Giappone. Certo le radiazioni, anche se
    controllate, non si sentono e non si vedono e questo spaventa.

    Così una volta dovetti caricare i miei apparati da “apprendista stregone” su
    un’auto e portarmeli a casa in seguito alle lamentele del personale
    dell’amministrazione che, in fin dei conti, non aveva niente a che fare con
    tutte quelle strane cose.

    Ed ho sempre ricordato a quando, in Italia, si parlava dei ragazzi di via
    Panisperma che, a Roma, lavorarono in fisica teorica, nel periodo compreso
    tra le due guerre mondiali. Là lavorava Fermi, poco più che ventenne, il
    quale aveva avuto la grande fortuna di cominciare sotto la direzione di un
    vecchio e saggio fisico, che lo apprezzava molto e lo aiutò a creare la
    cattedra di fisica moderna. Cosa rara, con il sistema delle baronie
    imperante nelle Università. Così si formò un piccolo gruppo di giovani
    entusiasti, che fecero grandi cose.

    Ma qualcosa di strano doveva pur esserci nel destino di tutti quei giovani.
    Fermi finì in America, a Los Alamos, a fabbricare la prima bomba atomica, e
    morì di cancro. Majorana, un giovane geniale, semplicemente scomparve dopo
    essere stato nominato professore nell’Università di Napoli, ed ancora oggi
    non si sa cosa gli sia successo. Pontecorvo, quando ancora esisteva la
    cortina di ferro, fuggì in Russia a dirigere un istituto dove ci si occupava
    dei suoi neutrini. Segre se ne andò anche lui in America a vincere un premio
    Nobel. Rasetti, non appena ottenuta la pensione, partì per il Canada,
    dedicandosi alla coltivazione delle orchidee. Di altri non so.

    A Roma rimase Amaldi che lavorò molto alla creazione di istituti di ricerca
    europei. Oggi, si parla ancora molto di quei ragazzi di via Panisperma, e ci
    si riferisce a loro come la “Scuola di Roma”.

    Il sorriso degli Dei.

    “Zefiro torna e ‘l bel tempo rimena,

    e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,

    ..e primavera candida e vermiglia…”

    Questa è poesia. Questa è primavera. Ma poi il canto termina col il pianto
    per la perdita di Laura. E la stessa cosa accade con le poesie di un altro
    grande:

    …Passero solitario, alla campagna

    Cantando vai finché non more il giorno;

    Ed erra l’armonia per questa valle.

    Primavera d’intorno

    Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

    Sì che a mirarla intenerisce il core.

    Anche questa è primavera, primavera vera, ma tutto termina tristemente.
    Sempre la stessa storia. E poi chissà perché tanti scrivono in versi.
    Nessuno ha mai saputo spiegarmelo, perché è poesia anche:”Addio, monti
    sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a che è
    cresciuto tra voi,…..” e non è scritta in versi.

    Ma queste son tutte cose che si studiano da giovani, al liceo e restano un
    vago ricordo e non se ne parla più. Però si rileggono al finale della vita e
    son causa di un sorriso, appena accennato, sulle labbra di vecchi bastonati
    dalla vita. Solo un accenno di sorriso, come quello che si osserva sulle
    labbra delle statue degli antichi Dei greci, perché loro sapevano che la
    felicità è passeggera ed è uno stato d’animo variabile che non s’addice ad
    una divinità, che deve solo sorridere, sorridere appena, ma eternamente.

    Il cane del vicino della casa accanto.

    Sono molti anni che vivo nella stessa casa e nulla è cambiato. Solo da un
    paio di settimane è comparso un cane tutto nero, né grosso, né piccolo, uno
    di quei tanti bastardi che vanno e vengono nella città. Nei primi giorni
    della sua comparsa mi seguiva sempre, tutte le volte che uscivo, fino al
    fondo della strada. Poi tornava indietro. Cercava in me il padrone. Aveva
    scelto come residenza un angolo davanti alla porta del garage del vicino
    della casa accanto.

    La famiglia del vicino aveva già due cani ed evidentemente non aveva
    intenzione di adottarne un altro. Però si preoccupava di lasciare sul
    marciapiede un po’ di acqua e qualcosa da mangiare. E il cane randagio
    intese che la sua nuova posizione sociale poteva essere quella di guardiano
    della casa, anche se non gli era permessa una maggiore intimità con la
    famiglia. Allora il suo comportamento, nei miei riguardi e nei riguardi dei
    passanti, cambiò.

    Quando ci si avvicinava alla porta del garage si erigeva sulle quattro zampe
    e abbaiava disperatamente. Era evidente che voleva imporsi come guardiano
    della casa e che stava assolvendo il suo compito. E questo comportamento
    durò per alcuni giorni. E doveva essere così con tutti i passanti, perché
    l’incaricato di portarmi in casa il giornale andava in giro con un bastone
    per difendersi dalla bestia.

    Ultimamente il suo comportamento è cambiato di nuovo. Non abbaia più
    minaccioso quando gli passo davanti. Solamente solleva la testa, mi guarda e
    resta accucciato sul marciapiede. Sembra aver inteso che l’abbaiare non è
    servito a migliorare la sua posizione sociale di “guardiano non richiesto” e
    che io non ho poteri per aiutarlo nel suo tentativo di ottenere un lavoro
    stabile.

    Allora ho pensato che gli uomini non vogliono o sono incapaci d’intendere
    gli animali. Cartesio negava in essi la presenza di qualsiasi realtà non
    materiale. Negli animali anche il dolore, innegabile, non è vero dolore, ma
    solo un riflesso organico! Ma negli animali c’è intelligenza. Non può
    esprimersi, perché non ci sono organi per farlo, esattamente come agli
    uomini mancano organi appropriati per vedere, ascoltare o toccare altre
    realtà che non vediamo, non ascoltiamo, non sentiamo e solo, forse,
    immaginiamo e tentiamo di definire, senza poterle comprovare con quei
    criteri della moderna scienza che ci sono familiari.

    A proposito…, sono vari giorni che il cane, che voleva fare il guardiano
    della casa accanto, non si fa più vedere. Forse ha capito che è meglio
    cercar altri orizzonti di lavoro. Come fanno gli emigranti.

    Cosmogonia

    …Interminati spazi…e sovrumani

    Silenzi, e profondissima quiete

    … Ove per poco..Il cor non si spaura…

    Quando gli anni sono molti è necessario cercare risposte ad alcune domande
    che tutti si pongono, se si vuole raggiungere quella “profondissima
    quiete… ove il cor non si spaura “.

    Ed i vecchi si chiedono: chi sono, da dove vengo, dove vado?

    Da dove vengo e dove vado io non lo so. So solo che ho i piedi appoggiati
    sulla superficie di un pianeta che gira. All’inizio, ci dicono, qualcosa
    delle dimensioni della testa di uno spillo, esplose e il prodotto
    dell’esplosione sta ancora espandendosi ai nostri giorni, in forma di
    stelle, pianeti, galassie e cumuli di galassie. Espandendosi dove? In uno
    spazio con la sua quarta dimensione, il tempo, che si crea con
    l’espansione… difficile da intendere.

    Dopo l’esplosione si formarono particelle sub-atomiche e poi atomi e
    molecole.

    Gli abitanti della Grecia classica, sorprendentemente geniali, si erano resi
    conto che la materia poteva essere suddivisa all’estremo. Prima in due, poi
    in quattro, poi in otto parti e così successivamente, ma che il processo non
    poteva continuare all’infinito, altrimenti si finiva come nel caso di
    Achille che insegue la tartaruga, ma Zenone si sbagliava e l’ultima
    particella, che non poteva più essere divisa, fu chiamata atomo. E la
    scienza umana, in fatto di fisica atomica, rimase a questo punto per
    millenni. Poi alcuni fisici cominciarono ad occuparsi dell’atomo e lo
    immaginarono a somiglianza di un sistema stellare. Un nucleo centrale
    costituito da particelle (protoni e neutroni), attorno al quale girano gli
    elettroni, che equilibrano il sistema con le loro cariche negative. La
    materia sarebbe sostanzialmente spazio vuoto.

    E poi sono saltate fuori molte altre particelle ad ognuna delle quali è
    stato dato un bel nome e tra queste ci sono i positroni, che sarebbero
    elettroni con cariche elettriche positive. Ed anche le altre particelle, con
    elettricità positiva e negativa, avrebbero ognuna la particella con carica
    contraria. Vale a dire che ogni costituente della materia avrebbe il suo
    contrario, cioè esisterebbe la materia e il suo contrario, l’antimateria.
    Esisterebbe un mondo positivo ed un mondo esattamente uguale, ma con carica
    negativa.

    Avrà niente a che fare questo con l’eterno ritorno e l’idea che si ritorna
    sempre al principio, perché l’elettricità positiva reagisce con la negativa,
    causando esplosioni. E forse questo è avvenuto nell’universo. Materia e
    antimateria hanno causato il big bang, creando uno spazio-tempo nel quale
    anche noi siamo sospesi. Il nostro universo non sarebbe altro che la
    differenza, tra materia positiva e negativa, che sarebbe rimasta accanto ad
    una quantità enorme di energia, che gli astronomi chiamano energia oscura
    che non possiamo vedere né localizzare con i nostri magnifici apparati, ma
    che esisterebbe e che spiegherebbe l’espansione, a sempre maggiore velocità,
    dei confini dell’universo nello spazio-tempo. E forse tutto si ripeterà da
    capo. Anche questo è difficile da capire. Forse occorreranno altri mille
    anni per intendere qualcosa di più!

    Poi le particelle si unirono per formare molecole e solidi, liquidi e gas.
    Come avvenne la formazione di solidi, liquidi e gas, con enormi pressioni e
    temperature, possiamo immaginarlo. Più difficile è immaginare come si passò
    dalle rocce alla materia organica e come le molecole si unirono in
    amminoacidi.

    Anche Napoleone disse qualcosa sull’argomento quando volle dare una
    spiegazione all’origine della vita, affermando che forse l’elettricità era
    stata la causa di tutto (aveva conosciuto Volta!).

    E alcuni amminoacidi si unirono in catenelle con incastri (simili a quelli
    che i falegnami fanno per unire due pezzi di legno) e sempre nella stessa
    forma elicoidale e levogira, in tutti gli animali. Quando questi amminoacidi
    trovarono la maniera di riprodursi, formarono geni e cromosomi, che solo da
    pochi anni abbiamo imparato a conoscere nella loro forma di spirale.

    Ai miei tempi lo studio della genetica non andava più in là di Mendel e
    Morgan, con il suo moscerino, la drosofila, e poco più. Che tutti gli
    amminoacidi, negli animali, siano levogiri forse è dovuto al fatto che in
    origine se ne formò uno solo che poi si riprodusse, tanto è difficile che il
    fatto si verifichi (cioè che abbia origine la vita). Inoltre questa prima
    sintesi doveva avere la capacità di riprodursi e formare molti geni e
    cromosomi uguali ed infine il primo microrganismo. Seguì l’evoluzione.

    E l’insieme dei geni, guidato dal caso, andò verso una sempre maggiore
    complessità. Si trasmise da individuo a individuo all’interno della specie e
    le mutazioni portarono alla creazione di nuove specie. Forse sono sempre gli
    stessi geni che, modificati, si si trasmettono in nuovi individui, poi in
    nuove specie e, insomma, vogliono vivere eternamente (“il gene egoista!”). I
    singoli esseri muoiono in tempi brevi e per motivi futili. Gli individui
    sembrano non essere importanti. Noi non siamo importanti.

    Gli esseri viventi sono formati da atomi e quindi, fondamentalmente, da
    vuoto ed energia. Galvani, il grande dimenticato, aveva scoperto che negli
    organismi animali c’era energia elettrica. Ed è l’elettrochimica che fà
    funzionare tutti gli organismi ed il sistema nervoso che, solo nella testa,
    può avere fino a 100 mila milioni di neuroni (quanti Gb!), tutti connessi
    tra loro mediante neurotrasmettitori.

    E nessuno sa ancora come tanti neuroni interagiscono tra loro ed allora…il
    pensiero! Chiaro, viene subito in mente il PC. Ma il salto è grande.

    Infine, questa è la mia cosmogonia. Migliore di quella che i primi homo
    sapiens seppero immaginare o ignorare come fece Budda, perché non serve per
    vincere il dolore e raggiungere la “profondissima quiete”. Se qualcuno ha
    una cosmogonia migliore mi informi perché, data la mia età, se dovrò
    andarmene, voglio almeno sapere dove ho posato i piedi sino ad ora.

    Una passione

    Dopo la laurea, in Italia, avevo ottenuto l’incarico d’insegnare in una
    scuola tecnica. La mattina dovevo alzarmi presto e viaggiare per un’ora
    buona prima d’arrivare a destino. Di tutti quei viaggi ricordo i lunedì,
    quando il vagone si riempiva di gente che conversava delle partite di calcio
    del giorno anteriore, della domenica. Ed io ero sulle spine, perché non
    avevo visto nessuna partita, né ero tifoso di nessuna squadra e rimanevo
    isolato e silenzioso, sino alla fine del percorso.

    In casa, mio padre non si interessava a questo sport, se sport si può
    chiamare veder giocare altri, seduti comodamente in casa, ascoltando la
    radio. Non c’era ancora la televisione e naturalmente anche tutta la
    famiglia ignorava olimpicamente quel divertimento. Così tutti i lunedì non
    vedevo l’ora d’arrivare a destino e porre termine a quella specie di tortura
    e pensavo che gli italiani erano tutti un po’ fanatici.

    Poi, per lavoro, mi trasferii in Argentina e caddi dalla padella alla brace,
    perché qui il paese è un esportatore di calciatori professionisti! Ma nei
    giorni scorsi ho ascoltato un discorso che mi ha lasciato sconcertato.

    Alla televisione, sul canale trasmesso dall’Italia, una gentile signora
    parlava della guerra fredda, del muro di Berlino, delle tragedie avvenute
    nel tentativo di passare da un lato all’altro della Germania, di famiglie
    separate e tra queste funeste tragedie era compreso il fatto che i tedeschi
    erano costretti a giocare i campionati di calcio in due nazionali
    differenti!

    Mi sembra che si stia esagerando. Io, da scettico tifoso, non vedo nulla di
    tragico nel fatto che esistano due squadre nazionali per uno stesso paese
    e… non vorrei che si ritornasse alle usanze degli antichi aztechi, quando
    il capitano della squadra perdente veniva sacrificato!

    La creazione dell’uomo

    Seduto su una poltrona, d’inverno, con le gambe al sole che entrava da una
    finestra grande e luminosa, vedevo nitido il contorno di un piede e mi
    domandavo chissà in quale parte dei cromosomi saranno i geni che guidano la
    sua crescita e poi ne conservano la forma. E mi venne in mente la creazione
    dell’uomo, di Michelangelo, con la mano di Dio tesa a raggiungere quella di
    Adamo, per trasmettergli la vita. Decisamente Michelangelo era molto
    ignorante in fatto di genetica! Non fu quel vecchio dai capelli candidi che
    dette forma e vita al piede. Furono i geni presenti nei cromosomi.

    Ma quanto tempo abbiamo dovuto aspettare per modificare le fantasie scritte
    in uno dei primi libri dell’umanità, una umanità di pastori, che ben poco
    sapevano di genetica. E ben poco ne sappiamo ancor noi, dopo migliaia di
    anni, anche se siamo ben coscienti di aver fatto grandi progressi.

    La vita

    Non occorre essere grandi biologi per rendersi conto che esiste una volontà,
    nella natura, che vuole creare sempre più vita. È come una grande fabbrica
    di auto. La fabbrica usa metalli, materiale plastico, un gran numero di
    piccole quantità d’altri prodotti e, ai nostri giorni, apparati elettronici.
    La natura usa proteine, lipidi, ormoni, molta acqua, un gran numero di
    piccole quantità di altri prodotti e un sistema nervoso (e quindi pensieri,
    sentimenti ed un sacco d’ altre cose che chiamiamo intelligenza).

    Nella fabbrica di auto alcune volte qualcuno sbaglia e le auto,
    apparentemente perfette, non vincono le corse. Nella creazione di esseri
    viventi accade esattamente la stessa cosa.

    La fabbrica produce un gran numero di auto per venderle. La natura produce
    un gran numero di individui. Per farne che? Ma, infine, sembra che la vita
    sia una cosa abbastanza rara nella piccolissima parte dell’universo che
    stiamo tentando di esplorare e, forse, non molto importante.

    …”come l’aratro in mezzo alla maggese”.

    Giovanni Pascoli è stimato un poeta leggero, sentimentale, che nei seguenti
    pochi versi sembra presagire la fine dell’aratro, usato dall’uomo nel corso
    di millenni e che ha accompagnato, con continui perfezionamenti, lo sviluppo
    della civilizzazione.

    “Nel campo mezzo grigio e mezzo nero

    resta un aratro senza buoi, che pare

    dimenticato, tra il vapor leggero.” (1)

    Nel 1960, quando cominciai la mia attività nei campi di La Pampa, in
    Argentina, notai che il dispositivo per regolare la profondità del lavoro,
    negli aratri, era sempre fissato a 15 cm.

    Certamente qualcuno aveva provato a variare la profondità, sempre in modo
    molto superficiale, ed aveva affermato che questa era la profondità ottima
    per i campi della zona. Credo che nel paese non esistessero i cosiddetti
    aratri da scasso. Ma io volli provare ad arare a varie profondità, senza
    immaginare che sarei arrivato alla conclusione esattamente contraria
    all’ipotesi di lavoro, che fosse meglio realizzare lavori profondi: meglio
    eliminare l’aratro!

    Studiando la semina diretta, senza rimozione del suolo, risultò che questa
    era, in ultima analisi, la più conveniente, perché consentiva la
    conservazione del suolo e dell’acqua e minori spese per le lavorazioni.
    Quindi si poteva abbandonare l’aratro, “senza buoi, dimenticato, tra il
    vapor leggero”.

    E questa sarà la tecnologia del futuro nella maggior parte dei paesi
    produttori di derrate agricole.

    1)(Da: Lavandare di Giovanni Pascoli).

    Colonialismo e Imperialismo.

    Eravamo seduti ad uno di quei tavolinetti sistemati davanti ad un bar, su
    una piazza, in una città dell’America Latina. Dall’altro lato della piazza
    erano fermi alcuni tassì in attesa di clienti.

    Ad un certo momento un signore, seduto ad un tavolino adiacente, trasse
    dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di dollari e, scelto accuratamente un
    biglietto da cinque, lo piegò longitudinalmente e tenendolo tra il dito
    indice ed il medio della mano alzò il braccio, agitandolo in maniera da
    essere visto dalle auto in attesa di clienti. Immediatamente un tassì si
    mise in moto e si avvicinò. Il cliente si alzò e, sempre con il biglietto
    tra le dita, si sistemò sul sedile posteriore dell’auto, che si allontanò
    rapidamente. Io rimasi pensieroso: era questo colonialismo o imperialismo?

    Leggo in una enciclopedia che il colonialismo si differenzia
    dall’imperialismo perché il primo impone la propria cultura alle popolazioni
    sottomesse.

    Evoluzione in atto.

    Credo che l’umanità stia evoluzionando. Molto, molto lentamente ma
    evoluzionando, anche se non sempre nella giusta direzione.

    Eravamo ad una cena. Avevo vicini una signorina molto chiacchierina ed un
    signore corpulento. Questi era un professore che insegnava fisico-chimica in
    una università. Mi sembrava che quest’ultimo avrebbe dovuto essere un
    prodotto ultimo dell’evoluzione, Un punto d’arrivo ai nostri giorni. Ma ora
    spero che non sia così.

    La signorina, infatti, raccontava un episodio che aveva fatto scandalo.
    Genitori che avevano picchiato una loro bambina di pochi anni. Il professore
    intervenne nella conversazione deplorando profondamente l’accaduto.

    -Io, disse, non ho mai picchiato i miei figli, che ora sono grandi. Mai
    toccati con un dito.

    Certo che in alcune occasioni ho dovuto punirli, ma solo per imporre alcune
    regole che non devono essere trascurate in una famiglia. Io prendevo il
    colpevole e lo mettevo sotto la doccia d’acqua fredda. E mentre lui
    piangeva, chiedevo:

    -vuoi ancora bene a papà? E la doccia si interrompeva solo quando il piccolo
    diceva sì. Così non c’era violenza.

    La signorina chiacchierona rimase muta. Io non ebbi il coraggio di chiedere
    a che temperatura fosse l’acqua della doccia. Non esistono fatti, ma solo
    interpretazione dei fatti ma, talvolta, è difficile intendere l’evoluzione
    ed il suo prodotto finale e se l’evoluzione ha davvero una finalità.

    Scherzo

    In questo momento il passato non c’è più. Il futuro non c’è ancora. C’è il
    presente, ma è un attimo.

    Ecco…, ora è già l’attimo seguente! È il “panta rei” degli antichi greci,
    anche se la teoria dei limiti dice che la divisibilità dei tempi non potrà
    seguire all’infinito e che Zenone non aveva ragione e Democrito sì,
    quindi… anch’io dovrò lasciare questo mondo. Come tutti.

    Sono vecchio. Ho tanti anni. “La favola breve è finita” e non mi resta molto
    tempo. Tutti lo dicono. Ma io non so cos’è il tempo…l’inizio dei
    tempi…il tempo infinito! È uno di quei pensieri che ti fanno disperare.

    Accidenti… mi vien voglia di dire due parolacce come quando, dopo aver
    lasciato l’auto all’aperto, “a mezza notte, il verno” il mattino seguente
    scaricavo inutilmente la batteria e perdevo la speranza d’arrivare in orario
    al lavoro.

    Ma ho trovato una risposta alla domanda di cosa è il tempo. Una bella
    risposta.

    “È l’ombra d’un sogno che fugge…”.

    E chi ha detto che ciò che è bello dev’essere anche vero?

    Crisi economica

    Siamo nell’anno 1911, A.D. C’è crisi economica in quasi tutti i paesi, anche
    nei più ricchi. Nei paesi poveri non c’è crisi. In questi non c’è niente di
    nuovo. Loro sono sempre in crisi. I giornali, le radio e le televisioni
    spiegano, ai più sprovveduti,le leggi dell’economia e una varietà molto
    grande di motivi che causarono la crisi. Sembra di rileggere “Er frutto de
    la predica” del Belli :

    “Letto ch’ebbe er Vangelo…

    Quer bon padre Curato… Se piantò…

    A spiegà li misteri de la fede.

    .

    Raccontò ‘na carretta de parabole,

    E ce ne fece poi la spiegazione,

    Inzomma, de la predica de jjeri,

    Ggira che tt’arrigira, in concrusione

    Venissimo a ccapì cche ssò mmisteri.

    Ed anch’io ho capito un grande mistero. Non c’è da piangere sulla crisi
    attuale, inevitabile, perché non è stata rispettata “la legge delle leggi
    dell’economia”: non si deve mai spendere più denaro di quanto se ne
    guadagna, altrimenti si fanno debiti. Ma un bel giorno i debiti devono
    essere pagati e con gli interessi. E questo è doloroso per molti,
    specialmente per i più deboli, in un mondo dove tutti fanno la stessa cosa.

    L’aldilà.

    In un giornale italiano, molto serio, ho letto l’articolo di un filosofo,
    apprezzato ai nostri giorni, che esponeva idee espresse in alcuni suoi
    libri. Non è che abbia capito molto delle sue elucubrazioni, ma ho la scusa
    di non aver letto i libri di cui si parlava. Però sono rimasto
    particolarmente colpito da una citazione di Eraclito, quello del “panta rei”,
    che afferma che, dopo la morte, gli uomini sono attesi da cose che essi non
    sperano, né suppongono. Tra queste cose ci sarebbe una grande gioia, che non
    si potrà neppure evitare.

    Capirete…! ho più di ottant’anni e questo della gioia post mortem mi
    interessa moltissimo.

    Nel giornale era trascritta anche la frase originale, in greco, che ho
    provato a tradurre per essere sicuro delle sua interpretazione, ma non sono
    riuscito a trovare la radice di un verbo e non ho più e, quindi, non ho
    potuto consultare, il Pechenino che tenevamo nascosto in tasca al liceo,
    perché proibito.

    In ogni modo questo credo che l’uomo troverà necessariamente una grande
    gioia nell’aldilà mi ha fatto trascorrere una bellissima giornata di
    tranquillità e buon umore. Sino ad ora io pensavo sempre all’inferno, come
    descritto tanto bene da Dante.

    Dante ha scritto molte terzine che sono splendide ma, a pensarci bene, più
    che un poeta è stato un architetto, perché è lui che ha disegnato inferno,
    purgatorio e paradiso con una struttura ed un contenuto che non esistono
    nella bibbia o nella mitologia greca e, credo, in nessuna altra religione.
    Tutti conosciamo l’inferno di Dante. Omero ci parla di ombre di eroi morti,
    con la mente obnubilata, in un mondo oscuro e senza speranza. Di altri
    inferni non so.

    Non mi importa niente di tutte quelle cose dell’articolo del giornale, non
    definite, delle quali non ho capito niente, ma volete che l’idea,
    completamente nuova per me, della grande gioia che ci attende non piaccia ad
    uno che ha compiuto da poco ottantadue anni?

    Ma poi scopro che l’autore dell’articolo del giornale, che ha scritto queste
    belle cose che mettono allegria ai vecchi e li aiutano a vivere contenti, ha
    la mia stessa età e mi viene un dubbio. Si tratta forse di: “Cicero pro domo
    sua”?

    Il mondo, come noi lo vediamo, è il risultato dell’attività della nostra
    mente.

    Il mondo che noi conosciamo è una costruzione della mente. Sono i sensi,
    principalmente la vista, che trasmettono al cervello i segnali che saranno
    poi elaborati nella costruzione di quell’universo che noi pensiamo sia la
    realtà che ci circonda.

    Non so dove, ho letto che gli antichi greci credevano che fosse la luce,
    proveniente dagli occhi, che illumina gli oggetti ne permette la visione, ma
    furono gli arabi che, mille anni dopo, lasciarono scritti nei quali
    affermavano il contrario: è la luce del sole che, riflessa dagli oggetti,
    arriva agli occhi rendendo possibile vedere.

    Nel suo grande romanzo “Il nome della rosa” Umberto Eco ci descrive come uno
    dei suoi personaggi si costruisce, nell’età media, un paio di occhiali per
    porre rimedio alle deficienze della sua vista. Ma solo verso la fine del
    1600 Leeuwenhoek costruì qualcosa che potremmo chiamare microscopio e
    descrisse strutture di alcuni organi vegetali e ammirò un mondo popolato di
    piccolissimi animali, tutti in una goccia d’acqua e “vide” nei gameti
    maschili dell’uomo un “homunculus” che crescendo sarebbe poi diventato un
    uomo! Ma solo grazie a Leeuwenhoek abbiamo potuto creare nella nostra mente
    l’immagine di un mondo microscopico mai esistita anteriormente.

    I neuroni della nostra mente sono cento miliardi e nel corso della loro
    formazione e funzione esiste un numero enorme di possibili interazioni. Che
    significa? Forse esiste anche un numero enorme di possibili visioni o
    interpretazioni degli stimoli ricevuti dall’esterno attraverso i nostri
    sensi? Se le cose stessero così, meglio dimenticare Kant e la sua categoria
    causa-effetto, compresi gli occhiali verdi messi al piccione appena nato e
    mai più tolti, che farebbero vedere all’animale adulto che vola, un mondo
    tutto verde che forzosamente egli crederà reale. Allora l’uomo non avrà
    altra speranza che la fede, dovrà arrendersi e rinunciare alla ragione.

    E il “sapiens”, per quanto possiamo sapere e immaginare, ha sempre avuto una
    fede. Ha sempre creduto in qualcosa mai visto, né udito. Solo raramente ha
    tentato credere possibile abbandonare la fede e sostituirla con la ragione,
    con la scienza, ignorando quanto rare fossero le probabilità di una vera
    scienza o più esattamente ignorando che la scienza è solo una delle tante
    interazioni possibili tra i neuroni.

    Uomini e topi (nulla a che vedere con il racconto di Steinbeck)

    Com’è fatto un topolino? Ha una testa con occhi, orecchie, bocca . Ha un
    corpo che contiene due polmoni, un fegato, due reni e un apparato digerente
    insieme ad un sacco di altri organi. Ha quattro arti, due anteriori e due
    posteriori ed una coda. In un documentario ho visto che il topo domestico,
    quando si sveglia, fa la sua pulizia utilizzando le zampe e la lingua. Poi,
    passa il resto del suo tempo nutrendosi e riproducendosi.

    Com’è fatto un uomo? Ha una testa con occhi, orecchie, bocca . Ha un corpo
    che contiene due polmoni, un fegato, due reni e un apparato digerente
    insieme ad un sacco di altri organi. Ha quattro arti, due anteriori ed altri
    due di maggiori dimensioni. Non ha coda. Quando si sveglia, fa la sua
    pulizia utilizzando gli arti superiori. Poi passa il resto del suo tempo
    lavorando ( e questo potrebbe essere assimilato alla ricerca di alimenti del
    topolino), nutrendosi e riproducendosi.

    L’uomo pensa, parla e scrive. Il topolino non parla e non scrive, questo no,
    ma pensa e non ce lo dice. L’uomo costruisce città, navi ed aerei ed il
    topolino no. Ma il sapiens primigenio non sapeva di queste cose e neppure le
    immaginava. Un marziano che venisse sulla terra a classificare animali ci
    direbbe che uomini e topi sono ambedue mammiferi. La differenza è una
    questione di forma e dimensioni che han variato molto, nelle due specie, nel
    corso dell’evoluzione.

    La vita è di breve durata per il topolino e molto più lunga per l’uomo,
    misurando il tempo come giri della terra su se stessa e intorno al sole, ma
    ambedue, alla fine, devono affrontare la morte. Allora organi e tessuti sono
    aggrediti da uno sterminato numero di microrganismi ed integrati al ciclo
    della materia organica. In ambedue i casi solo resta un mucchietto d’ossa.
    Fosfati di calcio e pochi altri sali minerali.

    Uomini e topi son poi tanto diversi? Sì, ma…

    Il bosco sacro, a lato dell’autostrada.

    Ho trascorso metà della mia vita, ed ho studiato, in Italia. Già molti anni
    fa, in Argentina per lavoro, durante un’estate molto calda decidemmo, con la
    mia compagna e una famiglia amica, d’andare in vacanza al mare. In riva
    all’oceano,naturalmente, che è ben diverso dal Mediterraneo, ma che è sempre
    mare, anche se al largo passeggiano i pescecani.

    Nelle ore calde della giornata, quando l’asfalto sembrava volersi
    arroventare, i nostri amici e guide decisero di abbandonare l’autostrada e
    presero per una sentiero di terra. Andiamo a vedere il boschetto, dissero.
    Non c’è niente di particolare, però è bello. Vi accadono cose rare , e poi
    c’ e molto fresco.

    Era un bosco di non grandi dimensioni, con grandi alberi. È raro da vedere
    alberi nella pampa umida, dove alberi non crescono naturalmente. Ce ne sono
    solamente vicino alle residenze delle estancias, piantati dall’uomo.

    Il piccolo bosco era recintato con filo di ferro e chiuso con un cancello
    che tutti potevano aprire. C’erano alberi alti e ombrosi. C’era un sentiero,
    ma si poteva andare in qualsiasi direzione poiché i tronche erano ben
    spaziati. Dopo quella giornata tanto calda, passata sull’asfalto, in
    quell’ambiente con un’ombra densa, con l’aria fresca che vi si poteva
    respirare, sembrava d’essere entrati in un paradiso terrestre. La luce
    solare era attenuata e non feriva gli occhi. Non c’era nient’altro, ma si
    stava così bene, passeggiando e conversando al fresco, che trascorse più di
    un’ora prima di riprendere la via verso il mare.

    L’amica raccontava alla mia compagna di cose strane viste, udite o accadute
    nel luogo. Ma pur con la migliore volontà non riesco, ora, a ricordare di
    che si trattasse, tanto poco era il mio interesse a quello che ritenevo
    fossero superstizioni e in ogni modo stupidaggini. Io camminavo avanti ed
    udivo solo alcune frasi mozze. Alla fine riprendemmo il cammino, arrivammo
    alla città balnearia e ci godemmo quei pochi giorni di vacanza che ci erano
    stati concessi.

    Ora che sono vecchio, senza molto da fare, ricordando quel giorno nel bosco
    ombroso, fresco e quieto e la sensazione di calma e serenità che si provava
    in quel luogo, penso a quanto era stato fuori luogo il mio scetticismo. A
    ginnasio ed al liceo quante volte, traducendo testi latini e greci, il
    professore ci aveva parlato di boschi sacri ad un dio, di quelle genti. A
    Spoleto, in Umbria, una iscrizione sulla pietra enumera le pene da
    infliggere a chi profanava il bosco sacro a Giove. Diana aveva il suo bosco
    sacro sui colli Albani, vicino al lago di Nemi, presso Roma. In molti altri
    posti esistono, in Italia, indizi dell’esistenza, in tempi lontani,di boschi
    sacri ad un dio.

    E perché non devono esserci boschi sacri in America? Furono forse importati
    dai conquistadores e certamente ne saranno esistiti vari anche prima della
    conquista, al tempo degli indios. Boschi nei quali si stava molto bene,
    protetti dagli alberi e dove si immaginavano o meglio di udivano voci e
    suoni degli dei e si vedevano ombre rapidamente svanite e che quindi
    dovevano essere sede di chi sa quale loro divinità , scomparsa con la
    scomparsa della loro civilizzazione.

    Ed esisteranno sempre boschi sacri, finché esisteranno gli uomini con la
    loro fantasia ed il desiderio, sempre vivo, di venire a contatto con esseri
    superiori.

    Breve storia dell’aratro.

    L’agricoltura è nata tanto tempo fa. Forse 10.000 anni. Per prima cosa
    l’uomo riuscì a domesticare animali selvaggi e questo aiutò a renderlo
    sedentario. L’uomo, più o meno sedentario, iniziò ad osservare il ciclo
    delle piante, la loro crescita, la formazione dei fiori e dei semi, la
    risemina ed il nascere delle nuove piante, ed un uomo di genio se la ingegnò
    per raccogliere semi e nasconderli nel suolo ed aspettare la formazione di
    nuove foglie, semi e tuberi che in tal modo poteva ottenere nella quantità a
    lui necessaria e che poteva inoltre conservare per il resto dell’anno. Era
    nata la prima era dell’agricoltura.

    Poi, un bel giorno, un altro genio immaginò di usare un residuo del tronco
    di un albero per aprire un solco e, per lavorare meno, fece trainare il
    tronco da uno dei suoi animali domestici o quasi. Era nato l’aratro di
    legno, che poi fu modificato in mille modi, col passare dei secoli.

    Nell’età del bronzo si fecero aratri di metallo, che duravano più tempo ed
    erano qualcosa di simile a ganci che raschiavano la superficie della terra
    e, sempre col passare dei secoli, si unirono altre parti di legno, poi di
    metallo che rovesciavano il pane di terra, eliminando in tal modo le erbe
    spontanee dannose al raccolto. Passarono millenni e nel 1600-1700 dc. gli
    aratri erano già quasi tutti di metallo e per di più potevano essere
    trainati da macchine a vapore e poi da trattori simili ai nostri moderni.
    Era la seconda era dell’agricoltura.

    Poi nei due secoli seguenti l’agricoltura si sviluppò in forma impensabile.
    Forse dobbiamo al genio di Mendel e di Pasteur, alle nuove specie vegetali
    venute dall’America, l’essere riusciti a rendere bugiarde le ipotesi di
    Malthus che promettevano fame, dovuta alle crescita in maniera geometrica
    della popolazione umana.

    Ora abbiamo l’ingegneria genetica e, presto, potremo fabbricare in
    laboratorio piante, o meglio organismi capaci di produrre gli alimenti a noi
    necessari, con le qualità che riterremo più opportune.

    E l’aratro accompagnò sempre la crescita delle civilizzazioni.

    All’inizio realizzava un graffio sulla superficie del suolo, appena
    sufficiente a ricevere i semi. Poi l’uomo costruì aratri che lavoravano
    sempre a maggiore profondità, sino ad ottenere il taglio di una zolla
    sufficientemente profonda per essere rovesciata e seppellire così la
    vegetazione spontanea. Poi si volle ottenere una profondità di lavoro sempre
    maggiore per modificare la struttura naturale del suolo ed ottenere la
    penetrazione e conservazione delle piogge in profondità ed esporre all’aria,
    all’ossigeno e al calore dell’estate le zolle ed ottenere la loro
    disgregazione e la solubilizzazione delle sostanze nutritive. E In tal modo
    aumentava l’erosione del suolo e si andava verso la desertificazione e
    desertizzazione di sempre maggiori superfici.

    Quanto accadde nella prima metà del ‘900, in America del Nord, generò un
    allarme mondiale e maggiore interesse per l’erosione eolica e finalmente si
    cominciò ad intendere che forse era meglio non modificare la naturale
    struttura del suolo e che le piogge potevano essere conservate in profondità
    mantenendo la superficie coperta con residui vegetali .

    E si parlò di riduzione delle rimozioni del suolo con un minimo di lavori, e
    si usarono aratri di nuove forme, aratri a disco, erpici ed altri attrezzi,
    sempre con l’idea che il suolo doveva essere rimosso dall’uomo per fare
    infiltrare l’acqua della pioggia ed aumentare la fertilità.

    Ma alcune semplici esperienze e l’uso di erbicidi per controllare la
    vegetazione spontanea, dimostrarono quanto fossero sbagliate quelle idee che
    dominarono per millenni l’agricoltura. La migliore struttura del suolo è la
    naturale, che permette, inoltre, la facile penetrazione delle radici. La
    migliore infiltrazione e conservazione dall’acqua di pioggia si ottiene
    lasciando in superficie i residui delle coltivazioni, come avviene nei
    boschi.

    E nacque la semina diretta o labranza cero o no tillage o sod seeding che,
    con la fitotecnica, l’ingegneria genetica e la fitochimica domina l’attuale
    agricoltura.

    E l’aratro fu abbandonato, arrugginito ed ormai inutile, in un angolo del
    campo..

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