Poesie d’amore per San Valentino


In attesa di San Valentino e per ironizzare un po’:wub:
apro il post con un acrostico al quale un amico del forum undiciparole ieri ha scherzosamente risposto rigorosaamente in rima in un simpatico duetto:
Amore a tempo

Avrei detto inebriata
Mentre eravamo insieme
Onnipotenti amanti
Resteremo uniti per sempre
E invece l’amore è a tempo
Anche il nostro, non è diverso.
Tenera ma decisa la tua voce
Esiste un solo amore per me
Mi hai giurato con un bacio
Poi hai dato uno sguardo al tuo
Orologio e te ne sei andato.

di Lucia Sallustio

Amore a tempo (bis)

Amore a tempo? ma che baggianata
mi par quello che dicon le tue rime!
Orben, se dura solo qualche annata
reale amor non è, non è sublime.

Ed è, del vero Amore, la durata
ancor più lunga di quella ch’esprime
tutta l’età futura e la passata.
e non ha fine mai, nè si deprime.

Ma certo non è facile trovare
parole che descrivan tale amore:
o lo si prova, oppur niente da fare!

Batte profondamente nel tuo cuore
il vero amor; e il Tempo fa scordare.
Sì: vero è sol l’Amor che mai non muore.

di Squinzitrash

Aspetto ora le vostre proposte per festeggiare insieme la più dolce ricorrenza dell’anno. Perché d’Amore c’è un gran bisogno . Questa é la mia proposta, questa volta seria e in prosa.

... Il blu della Felicia Amelloides, che ho piantato accanto alla roccia dove riposi, oggi è più intenso. È il blu dei tuoi occhi che m’inseguono sulle note di una musica senza tempo. Vita e Morte. Io e te. Io sola, in questo Eden a te perduto che cinquanta anni fa abbiamo strappato alla montagna rocciosa ricoperta di lecci e castagni. Vi abbiamo costruito il nostro nido d’amore. Mi tengono compagnia, ogni giorno, le tue sinfonie, note basse s’inerpicano piano come facevamo noi due, quando abbracciati salivamo lungo i viottoli che portavano alla nostra abitazione. Ogni ramificazione di questo prezioso giardino è frutto dei nostri baci, delle nostre carezze appassionate. Ridevo ancora ricordando la tua proposta audace, a Buenos Aires, la sera del nostro primo incontro…

dal racconto “E ci siamo conquistati il Paradiso” di Lucia Sallustio


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Presentazione a Bari di Angulus Ridet di Dirce Scarpello e antologie Undiciparole PerroneLAB


LUNEDI’ 7 FEBBRAIO

ORE 20,30

All’ EKOINè ri- pub

Via Vallisa BARI

(città vecchia nei pressi di Piazza Ferrarese)

Jenny Maraglino dellAssociazione Puglialibre

Presenta il romanzo:

Angulus Ridet

Di Dirce Scarpello Editore PerroneLAB

Letture di CATERINA FIRINU

Interverrà la scrittrice Lucia Sallustio che illustrerà, quale coautrice, alcune antologie dello stesso editore.

Arianna Lattisi intervistata da Lucia Sallustio


“Sarà un disastro, garantito” é il titolo del romanzo d’esordio della scrittrice trentina Arianna Lattisi pubblicato dalla PerroneLAB.

Una lettura fresca, scorrevole, frizzante come la sua autrice. Io ve la raccomando, poi se volete saperne qualcosa di più leggete la mia intervista pubblicata oggi stesso sul forum:

http://www.undiciparole.forumfree.net

dove ho conosciuto Arianna e dove il romanzo ha preso corpo, nella sezione Wait Writers in cordata con altri scalatori tra i quali Alberto Caprara che ha recentemente pubblicato la sua opera “Pirata, mammuth e cecchino” per gli stessi tipi di PerronLAB.

1. Ciao Arianna. Parliamo del tuo primo romanzo “Sarà un disastro, garantito!” Che titolo! Io non ne avrei mai avuto il coraggio, ma qui siamo a parlare di te e della tua scelta di un genere frizzante ma anche molto discusso come il chick-lit o letteratura per pollastrelle. Cominciamo proprio dall’incipit del tuo libro. I riferimenti a “Orgoglio e Pregiudizio”, della romanziera inglese Jane Austen, sono evidenti fin dalle prime righe ma, con il dovuto tributo al genere chick_lit, è presente un ironico capovolgimento dei luoghi comuni del romanzo sociale e del romanzo rosa. Sei anche tu una lettrice forte sostenitrice della Austen?

Riferimenti evidenti ma non cercati, dal momento che non ho mai letto Jane Austen (ma mi riprometto di farlo al più presto). Leggo un po’ di tutto, dal rosa al giallo al nero, e magari anche qualcosa di saggistica, ma in effetti ho letto parecchio il genere chick-lit perché lo trovo molto rilassante. Non è una lettura impegnativa, giusto quello che ci vuole dopo una giornata di lavoro e mi diverte. Adoro Sophie Kinsella ed è a lei e al suo stile che mi sono ispirata.

2.      Sei stata una lettrice degli Harmony, Harlequin, Liala e dei romanzi rosa in genere, da adolescente?

Ho letto due Harmony in fase adolescenziale. Anzi, a dirla tutta non erano nemmeno Harmony ‘veri’ bensì libri analoghi ancor più economici, e li ho letti nascondendomi sotto il piumone perché c’era qualche scena di sesso che mi avrebbe fortemente imbarazzata al cospetto di mia madre. In anni successivi ho letto quasi tutti i libri di Nicholas Sparks, probabilmente attraversavo una fase di acceso romanticismo. In realtà per molto tempo ho scelto i libri unicamente dalla copertina, per cui mi è capitato di leggere anche romanzi rosa, trovandoli più o meno interessanti.

3.      Com’è cambiato, negli anni, il tuo approccio al genere rosa? La ritieni  letteratura di serie B, come molti lettori credono, da rogo stile Fahreneit 451 come dice il tuo pre-fatore Alberto Caprara, o genere che merita lo stesso rispetto degli altri?

Purtroppo la definizione ‘romanzo rosa’ mi porta d’istinto a ritenere un testo meno importante di altri. È una tendenza che penso mi accomuna anche ad altri lettori, e nel mio caso dipende dal fatto che spesso ‘romanzo rosa’ è associato, per l’appunto, ad Harmony e simili. Che, sinceramente, considero di serie B anche se a ben vedere ne ho letti troppo pochi per poter esprimere un giudizio. In generale posso dire che i romanzoni tutto amore ed emozione non mi piacciono, non mi prendono, non riesco a digerirli. Probabilmente per il mio carattere, che invece è decisamente ironico (alla chick lit). Certo è che, se ragiono sul fatto che ‘rosa’ non è solo polpettone romantico, ma anche altro, allora posso affermare che la letteratura rosa non è di serie B, purché sia ben scritta, naturalmente.

4. Cosa pensi del nuovo filone del chick-lit inaugurato dalla scrittrice americana Sophie Kinsella e recentemente portato nelle sale cinematografiche?

Ecco, per l’appunto, Sophia Kinsella. Che amo perché mi fa trascorrere dei bei momenti. E anche le altre (Il diario di Bridget Jones, Il diavolo veste Prada, eccetera). Mi piace leggerle, e mi piace anche guardarle alla tv (non al cinema, non ci vado mai), possibilmente in quest’ordine.

5. Mi ha colpita  la freschezza e briosità del linguaggio che, pur essendo connotato da molte espressioni giovanili o localismi, non eccede mai, è sempre controllato, fluido e commisurato al contenuto, creando una forte aderenza forma e contenuto che è uno dei punti di forza del tuo romanzo. Avevi in mente un pubblico particolare mentre scrivevi, e quale?

Avevo in mente un pubblico particolarissimo e molto esigente. Me stessa. Ho scritto esattamente quello che mi piace leggere, sia nei toni che nel contenuto. Io un romanzo così lo comprerei e me lo leggerei in un soffio. Il risultato è che mi sono divertita molto anche nello scrivere, perché ciò che sulla carta accade a Tania mi passava prima nella mente facendomi sorridere.

6. Ecco, proprio di Tania volevo parlare.  Simpatica trentenne con un progetto di vita che persegue con forte determinazione, tra piccole manie, pregiudizi, disavventure. Ora, la classica domanda che fa saltare lo scrittore: quanta parte di te, adolescente o giovane donna, è riflessa nel personaggio.

Dunque, come impianto generale Tania e io siamo completamente differenti. Lei, trentenne single alla ricerca di marito, io che a diciott’anni ho iniziato la storia con quello che poi è diventato mio marito e il padre dei miei figli. Lei sbadata, illusa, spesso fra le nuvole. Io estremamente razionale, controllata, organizzata (un po’ come la sua amica Lara, che mi somiglia molto).

Allo stesso tempo, però, se andiamo a scavare in Tania troviamo tanto di me. A cominciare dall’abbigliamento, potrei citare la gonna Rouge e gli Stivali dell’Autostima, che stanno nel mio guardaroba oltre che in quello di Tania.  Tanti piccoli episodi, per esempio, sono accaduti prima a me che a lei, anche se Tania ha reagito diversamente, quindi alla fine la sua storia è molto diversa dalla mia.

7. Ritieni Tania un modello rappresentativo della generazione dei trentenni di oggi? L’ironia da te diretta nei suoi confronti, o l’auto-ironia in certi casi, è sempre benevola e mai raggiunge l’acidità della satira. Ritieni che del personaggio possa essere salvato qualcosa?

Tempo fa, a cena con delle amiche e conoscenti trentenni e single, è saltato fuori che stavo per pubblicare un romanzo. Riporto il dialogo che si è svolto tra loro e me:

– Di cosa parla?

– Di una single trentenne in cerca di marito.

– Ah – con delusione – che tristezza!

– Ma no, guarda che è ironico, è tutto da ridere!

– Non c’è niente da ridere nelle trentenni single a caccia di marito. E poi tu, che ne sai?

In effetti, io cosa ne so? Ne so per sentito dire, dai racconti delle amiche, dai libri di Kinsella e simili. Scrivere di una trentenne sposata da anni, con due figli meravigliosi, un lavoro solido e una vita tranquilla non sarebbe stato altrettanto divertente, dato che è il mio quotidiano. Immedesimarmi invece in una storia del tutto estranea alla mia mi ha fatto amare questo personaggio, di cui mi sono innamorata, e su cui ironizzo in modo assolutamente benevolo.

Salvare qualcosa? La salvo tutta, la mia Tania, è troppo simpatica!

8. Eccoci, ora, alla classica domanda di un’intervista. Come è nata l’idea del romanzo?

L’idea è stata: ‘ora scrivo un romanzo’. Poi mi sono detta: ‘devo avere un personaggio’. Così ho immaginato Tania, non so nemmeno io come mi sia venuta in mente, perché non ci ho pensato molto, me la sono vista lì davanti agli occhi, quasi fosse vera, e ho scritto l’incipit. E poi mi sono resa conto che avrei dovuto avere una trama. Ok, mi sono detta, facciamo che questa Tania cerca marito. E poi? Il resto è arrivato tutto da sé, un poco alla volta, senza che io avessi in testa un’idea precisa. Non sapevo neanche se alla fine Tania avrebbe o no trovato un uomo da sposare, l’ha capito solo una volta arrivata a metà romanzo.

9. Adelaide è una simpatica streghetta dai denti larghi e un cerchietto rosso tra i capelli. Ti sei ispirata a qualcuno, in particolare, o solo ad autorevoli personaggi letterari quali Anna dai capelli rossi, Pippicalzelunghe o semplicemente a qualche cartone della tua infanzia?

Si, mi sono ispirata ad una ragazzina che mi è capitato di vedere in televisione: mi ha colpito il suo sorriso, e ho voluto fare in modo che la trentenne avesse a che fare con una bambina, perché restare solo nell’ambito del mondo adulto mi pareva riduttivo.

10. Tornando ai forti riferimenti letterari che connotano la tua scrittura, la negatività dell’orgoglio e del pregiudizio sono ribadite dappertutto. Tania è orgogliosa come la Elizabeth Bennet della Austen, che mi dici di non avere letto, e piena di pregiudizi. E Arianna Lattisi, come si comporta nella vita? Trarrà esempio da quello che accade ai suoi personaggi?

Orgoglio e pregiudizi… direi che non ne sono esente. Sul fatto di trarre esempio da quello che succede ai miei personaggi non saprei, non ci ho mai pensato. Magari involontariamente, chissà…

11. Ad un certo punto l’orgoglio di Tania viene ferito durante il party di compleanno di Adelaide: da ospite desiderata, diva della festa o celebrità dei film americani quale immagina di apparire agli occhi delle ragazzine, si ritrova ignorata e subisce la loro indifferenza. Serve a catalizzare qualcosa questa pena del contrappasso in lei?

In realtà la trama è costruita in modo che Tania subisca sempre l’esatto opposto di quello che si aspetta. Però queste ‘ferite’ non la scalfiscono più di tanto. Tania è una ragazza che prende quello che le capita, accusa il colpo, magari barcolla un po’ ma si riprende subito e focalizza la propria attenzione su altro. Accidenti quanto mi somiglia in questo!.

12. La caccia al marito, dell’Uomo perfetto, bellissimo, denti bianchissimi, abbronzantissimo, con lussuosa Mercedes, agile e sportivo è uno dei luoghi comuni dell’Amore romantico nei romanzi rosa. C’è mai stata l’idea di un fine pedagogico nel tuo romanzo o hai inseguito altre finalità, quella di intrattenere il lettore, farlo divertire, acquisire la giusta dose di auto-ironia immedesimandosi nei tuoi personaggi?

Nessun fine pedagogico, non ne sono all’altezza. Scrivo per divertirmi e, se possibile, per divertire gli altri. Non credo di poter insegnare niente a nessuno.

Quanto all’uomo perfetto, bellissimo, abbronzantissimo, agile e sportivo, sarà anche un luogo comune, ma mio marito si discosta ben poco da questa descrizione!

13. Ah, l’amore! Mi piacciono queste dichiarazioni! Ma torniamo al tuo romanzo. Una curiosità mi sta torturando da quando ho finito di leggere: chi è veramente il Conte Fiorenzo della storia? Mi confermi che è la migliore amica Lara, la sposata, l’assennata, che fa un po’ da Signora Bennet della situazione?

Purtroppo non posso porre fine alla tua tortura: non so ancora nemmeno io chi sia in realtà il Conte Fiorenzo. Ho voluto lasciarmi questa porta aperta per il seguito, che ho appena iniziato a scrivere. Ma appena lo scopro te lo faccio sapere!

14. O.k. Aspetterò. Parlando di Tania, lavora in una casa editrice, seleziona racconti, sogna di diventare scrittrice e pubblicare ogni sei mesi un nuovo romanzo. É anche il tuo sogno? Cosa stai scrivendo ora? Stai pensando di dare un seguito a “Sarà un disastro, garantito” o è servito solo a liquidare una fase della tua vita e passerai ad altro genere letterario?

Per pubblicare ogni sei mesi un nuovo romanzo dovrei trovare il tempo di scriverlo… e non credo ce la farò mai. Io sono una che va per gradi, anche nei sogni: inizio col sognare di pubblicare un racconto. Quando raggiungo l’obiettivo, allora provo con un desiderio un pochino più grande, ad esempio quello di scrivere un romanzo. Se ci arrivo rilancio ancora, ossia sogno di pubblicarlo. Ora che anche questo gradino è salito, il prossimo desiderio è quello di produrre un secondo romanzo. Ho iniziato a scrivere il seguito di ‘Sarà un disastro, garantito’ perché Tania ormai fa parte di me, e l’ho lasciata un tantino in sospeso nel primo episodio, quindi sia lei che io siamo curiose di andare a scoprire cos’altro ci può accadere. Allo stesso tempo sto rimuginando su un possibile romanzo con personaggi tutti nuovi, ma credo che resterò ancora abbracciata al chick lit, almeno per il momento, perché l’esperienza è stata positiva.

15. Grazie Arianna, alla prossima intervista, tra 6 mesi, non un giorno più non uno meno, sarebbe un disastro, garantisci?

Macché disastro, è una catastrofe! (appuntati questa risposta, potrebbe essere il titolo del prossimo romanzo).

“E ti torce, l’amore” di Lucia Sallustio- I quaderni letterari di Pomezia-Notizie


Oggi mi è finalmente arrivato il numero di gennaio della storica rivista letteraria Pomezia-Notizie, mensile fondato nel 1973, alla quale da qualche anno contribuisco con poesie, racconti e recensioni.

L’aspettavo da giorni e, devo dire, con una certa trepidazione: quella di trovarvi accluso il quaderno letterario “Il Croco” con la mia Silloge di poesie “E ti torce, l’amore”, terzo premio al Città di Pomezia 2010.

Bellissime le due recensioni, quella di Tito Cauchi in seconda pagina e quella del direttore editoriale Domenico Defelice che molto ha creduto in me incoraggiandomi a scrivere e recensire con maggiore assiduità sulla rivista.

…Lucia Sallustio non é Isotta, non é Francesca, travolte dalla passione, né é Beatrice eterea, né Laura anelata: é solo una donna dei nostri giorni, con tanta dolcezza e senso relae. Sa che: “Ti ossessiona/E ti torce, l’amore/Lento si spegne”, attraversato da qualche nube o da taluni timori; sa che la gioia é pur fatta di attimi, così oppone salda la certezza di ravvivarne sempre la fiamma, non solo nella coppia, ma anche completandolo con l’amore materno, verso un figlio che, staccatosi dall’ombelico, si incammina per la propria strada con la sua benedizione, riconoscendo in tal modo la libertà del figlio, l’essenza della individualità e la libertà del prossimo. La Poetessa chiude in rima, con un canto che ti mette di buon umore, ricordando: “d’Amore ovunque c’é un gran bisogno”, la sua voce é l’esaltazione di un amore che conduce al Sommo Bene…(Tito Cauchi)

E…to crown it all, come dicono gli inglesi o con un nostrano a coronare il tutto, quasi un premio in più, ritrovo nelle pagine 53-55 del mensile, tra le notizie, la mia mail del 22-12-2010 al direttore, con la quale rivolgevo un tardivo ringraziamento al poeta e critico Pacifico Topa, recentemente scomparso, per una recensione alla mia poesia “Se” inclusa nella silloge e già separatamente pubblicata dalla rivista. Il ringraziamento comprendeva un mio tributo in versi di tre poesie: Per-correre/Passa la tormenta/Silenzio.

Che dire, un buon inizio d’anno!

L’amica ritrovata: la scrittrice Francesca Palumbo


No, non sto parlando del romanzo “Reunited” di Uhlman divorato con le lacrime agli occhi da adolescenti di quasi tre generazioni ormai e ancora valida lettura per la riflessione e la memoria storica.

Parlo del piacevole ritrovamento di una mia cara amica dei tempi dell’Università con la quale ho condiviso ansie da esame, risate spensierate nei momenti di pausa tra una lezione e l’altra, sogni e idee su un futuro che fosse un po’ meno “allineato” e monotono di quello dei genitori, denso di viaggi, scoperte e incontri.

Ho ritrovato la grinta del suo sguardo per caso alcuni giorni fa su questo sito:

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/01/04/news/passaparola-10844048/

e non ho avuto dubbi: la bellissima intervista era alla mia amica Francesca Palumbo, corso M-Z della facoltà di Lingue e letterature straniere di Bari, anglista come me. Stessi sogni, stessa fisima di andarcene in giro per il mondo, stesso percorso nell’insegnamento e ora scopro che la passione prima sotterranea dello scrivere, soprattutto dettata dall’interesse per la letteratura di genere femminile con attenzione al dato umano, psicologico e interrelazionale, ora ci porta a ritrovarci in libreria.

Dopo lo sguardo, ieri ho ritrovato la sua voce al telefono: stessa grinta di sempre, voglia di fare o, in questo caso, di scrivere, di  scambiare opinioni con i lettori, di esternare i nostri pensieri o le nostre ansie attraverso le voci impostate di attori o la nostra voce carica di emozione e paura di rivelarsi che poi si distende davanti allo sguardo rassicurante e curioso del pubblico e ritrova il suo piglio sicuro o si fa di nuovo flebile e incerta laddove certezze non può dare. Ogni presentazione è un arricchimento, ha risvolti umani e di crescita inattesi, si parla, si tirano fuori gli spettri o i critici si affannano con il meta-pensiero, il meta-testo, l’inferito, il non detto, l’inespresso, l’inesprimibile. Si condividono emozioni con gli altri, si ha l’impressione di non essere soli, almeno non sempre e si ritrovano… amiche, come nel nostro caso.

In bocca al lupo, Francesca, per il tuo romanzo “Il tempo che ci vuole“!

In bocca al lupo anche a te, Luciana!

Poi una risatina da parte di entrambe e silenzio. Come ai vecchi tempi prima di un esame, per scaramanzia all’augurio non si risponde nulla!

Amélie Nothomb: il romanzo surreale


Mi sono imbattuta nella scrittura surreale di Amélie Nothomb per caso a Namur (Belgio), durante una visita a miei amici del posto. Michel, il mio amico, ci ha portati in libreria e alla mia classica domanda, quando viaggio, di chi fosse l’autore del momento in Belgio, non necessariamente nel senso di best-seller quanto di caso letterario o di autore locale più affermato, entusiasta dell’interessamento mi ha condotta verso scaffali che mettevano in bella mostra libri e autrice. Amélie ha un aspetto vagamente dark e ribelle, leggermente inquietante e mi ha subito interessata come giovane autrice della letteratura francofona. Michel mi ha regalato i suoi primi romanzi e dopo ha continuato ad inviarmi le nuove pubblicazioni e articoli e interviste su quotidiani e settimanali francesi e belgi. All’epoca i romanzi della Nothomb non erano ancora pubblicati in Italia dalla Voland e quindi dopo la lettura mi sono cimentata a tradurre qualcosa per conto mio, finché non mi sono informata e ho saputo che i diritti erano già stati acquistati. Be’, a volte si fa del lavoro inutile ma non importa.

Non farò commenti al momento sulla scrittura surreale che segue una tradizione letteraria francese del primo trentennio del ‘900, dico solo, però, che della scrittrice mi ha entusiasmato la sua lunga esperienza della cultura orientale  per avere vissuto in Cina e Giappone per lungo tempo in quanto figlia di ambasciatore. Attualmente la scrittrice vive a Bruxelles.

Di seguito troverete il primo capitolo di “Metafiscia dei tubi”

Metafisica dei tubi

In principio era il nulla. E questo nulla non era né pieno, né vuoto: richiamava semplicemente se stesso. E Dio vide che  la cosa gli calzava a pennello. Essere al mondo per nulla. Se no perché mai l’avrebbe creato. Il nulla gli si confaceva meglio: lo riempiva.

Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se fossero stati chiusi, non sarebbe cambiato niente. Non c’era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui condivideva rotondità e immobilità.

Dio era soddisfazione assoluta. Non voleva niente, non si aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e non si interessava a niente. La vita era così piena che non era nemmeno più vita. Dio non viveva, esisteva.

La sua esistenza  non aveva avuto per lui alcun inizio percettibile. Alcuni grandi libri iniziano con delle prime frasi così poco rumorose che le si dimentica subito lasciando l’impressione di essere nel bel mezzo della lettura dall’alba dei tempi. Parimenti, era impossibile comprendere il momento in cui Dio aveva cominciato ad esistere. Era come se fosse esistito da sempre.

Dio non aveva lingua e, pertanto, non aveva pensiero. Era sazietà ed eternità. Evidenza che non provava nulla, anche perché Dio s’infischiava vivamente di essere Dio.

Gli occhi degli esseri viventi possiedono la più sorprendente delle proprietà: lo sguardo. Non vi è più il  singolare: non si dice delle orecchie delle creature che hanno un “ udito”, né delle loro narici che hanno un “ sentito” o un “ olfatto”.

Che cos’è lo sguardo? E’ qualcosa d’inesprimibile. Nessuna parola può avvicinarsi alla sua strana essenza. Ciononostante, lo sguardo esiste. E tanto più che vi sono poche realtà che esistono fino a questo punto.

Qual è la differenza tra gli occhi che hanno uno sguardo e gli occhi che non ne hanno? Questa differenza ha un nome: è la vita. La vita comincia laddove comincia lo sguardo.

Dio non aveva sguardo.

Le sole occupazioni di Dio erano deglutizione, digestione e, conseguenza diretta, escrezione. Queste attività vegetative passavano per il corpo di Dio senza che egli se ne accorgesse. Il cibo, sempre lo stesso, non era abbastanza eccitante perché se ne accorgesse. Altrettanto dicasi per il bere. Dio apriva tutti gli orifizi necessari perché gli alimenti solidi e liquidi lo attraversassero.

Ecco perché, a questo stadio del suo sviluppo, chiameremo Dio il tubo.

Esiste una metafisica dei tubi. Slawomir Mrozek ha scritto sui tubi proposizioni di cui non si capisce se confondono per profondità o perché sono straordinariamente sconvolgenti. Forse sono entrambe le cose al tempo stesso: i tubi sono dei miscugli singolari di pieno e di vuoto, di materia forata, una membrana d’esistenza che protegge un fascio di non esistenza. Il manicotto è la versione flessibile del tubo : questa morbidezza non lo rende tuttavia meno enigmatico.

Dio aveva la flessibilità del manicotto ma rimaneva rigido e inerte, confermando così la sua natura di tubo. Conosceva la serenità assoluta del cilindro. Filtrava l’universo e non ne tratteneva nulla.

I capitolo del romanzoMéthaphysique des tubes” di Amélie Nothomb-Editeur : Albin Michel
Publication : 15/8/2000- traduzione del I capitolo di Lucia Sallustio (preciso che non si tratta di quella ufficiale pubblicata dalla Voland in Italia- questa pagina é disponibile anche nella sezione le mie traduzioni di questo blog)

La Memoria nella scrittura


…Ma mi chiedo se la Memoria non sia prima di tutto immaginazione. Senza la capacità di recuperare le immagini che giacciono nel fondo dei nostri occhi interiori, e di rimetterle in scena davanti a noi, non si riesce a ricomporre il passato. Cosa possono dire quei fili spinati (si parla di Auschwitz), a chi non abbia mai letto qualche testimonianza dei campi di concentramento?…

Da “Dacia Maraini- Ho sognato una stazione- Conversazione con  Paolo di Paolo”- Editori Laterza-2005

LA FORZA DELL’AMORE- Racconto


LA FORZA DELL’AMORE

Cinquanta. No, non sono né chili di troppo né i miei anni. Sono cinquanta anni insieme a lei. A mia moglie. Che traguardo! Una vita trascorsa insieme. Inutile starvela a raccontare. Né più né meno che ogni altra vita. Gioie, dolori, errori, risate e….liti. Pensavate che vi dicessi che è stata una passeggiata? Sarei falso. Perché vivere è una fatica e farlo in due, che si moltiplicano in tre, quattro e così via, anche di più.
All’inizio, quando me l’hanno presentata, sono stato preso da mille dubbi. Una ragazzona piacente dallo sguardo timido. Aveva sedici anni, anche se ne dimostrava di più. Ed io, trentenne scapestrato, esitavo davanti alla sua innocenza. Le donne che frequentavo erano troppo diverse da lei. Ma quelle, non le avrei mai sposate. La vita era mia ed io, bello e vanesio come James Dean, me ne inventavo una ogni giorno per adescarle. Poi me la ridevo con gli amici in giro sulle nostre Lambrette. Lei, invece, mi spiazzava.
L’ho fatto per accontentare mia madre. Era vedova e troppo preoccupata della piega che stavo prendendo. Teresa veniva da una famiglia abbiente, di proprietari di terre e frantoi. Sarebbe stato un buon matrimonio. Anche lei orfana, ma di madre. Forse fu questo che portò ad unire le nostre solitudini mai confessate. Il nostro sodalizio.
La sua forza, però, l’ho scoperta nel tempo. ..

di Lucia Sallustio