LA LEZIONE- Racconto


LA LEZIONE

di

Lucia Sallustio

 

 

Certe volte la vita ti gioca brutti scherzi e certe altre t’illumina. Sono sempre stato sbadato o, forse, ho la tendenza ad impelagarmi in troppi impegni e corro, corro, finché m’imbatto in un ostacolo e sono costretto a fermarmi. E lì nascono riflessioni, ripensamenti, svolte felici e inattese.
Per farla breve, quel giorno mi ero precipitato all’Università di gran carriera. Tornando a casa mi ero reso conto di non avere le chiavi. Mi ero rituffato nel traffico di mezzogiorno inoltrato, schiamazzi di ragazzi in uscita dalle scuole, clacson inferociti e madri isteriche al recupero dei figli. Avevo imprecato tutto il tempo, anche perché un parcheggio non lo si trovava manco a pagarlo a peso d’oro e avevo dovuto girare in tondo varie volte prima di trovare un buco nel quale infilarmi. Mezzo chilometro a piedi e, finalmente, ero riuscito a raggiungere la mia destinazione.
La voce mi era risuonata nelle orecchie dal fondo del corridoio in penombra, affumicato da studenti incuranti delle norme. Una voce dolce, un ritmo lento e ammaliante che scandiva parole e frasi.
Mi affacciai sull’uscio della porta. La vidi. Bella e composta nel suo tailleur tipo Chanel, con il giacchino che le restava sui fianchi, appena aperto sulla camicetta in seta che sprofondava impudica nella scollatura. Sedeva accavallando le gambe con sensualità accattivante, la gonna sulle ginocchia, le gambe tese sulla punta dei piedi flessi in avanti, con la grazia di una ballerina. Era leggermente di lato, come la Gruber che ha fatto scuola tra le giornaliste in televisione e, anche a lei, questo trovarsi fuori asse rispetto agli ascoltatori, imponeva di reclinare morbidamente il capo facendo ondeggiare i lunghi capelli dorati sulle spalle. Ogni tanto si ricacciava una ciocca all’indietro con la mano, quasi con distratta malizia. Ondeggiava anche il filo di perle, ad ogni sussulto del corpo, al suo curvarsi in avanti che coincideva con picchi di voce appena più alti di quello usato per il resto della spiegazione. Sapientemente studiati per ricatturare l’attenzione o enfatizzare i concetti fondamentali.

E le mani, affilate e snelle, senza una piega, senza ombra volgare di smalto. La fede alla sinistra e il pavé di brillanti alla destra. Ipnotizzavano. Mi ritrassi giusto in tempo per non incrociare i suoi occhi. Per fortuna era girata dal lato opposto alle due porte. Restai lì dietro ad ascoltarla. Il tono di voce, caldo e suadente, si era rifatto regolare, mi sentivo cullato. Avrei voluto essere un suo studente, altrochè. Mi sarei fermato ad aspettarla, dopo la lezione, per chiederle chiarimenti che non avrei nemmeno recepito, attratto dai particolari del suo fascino seduttivo. Che fosse una donna elegante e curata era risaputo. Devo ammettere che certe donne, con il passare degli anni, si fanno più belle, forse perché acquisiscono i giusti artifici per esaltare le loro qualità. Era certamente avvenuto anche a lei. Catturato dalla profondità del suo sguardo, cullato dall’eco della sua voce, attratto dal valore ipnotico di gesti e ornamenti non casuali, non m’ero messo certo a contare le rughette intorno agli occhi o i possibili cedimenti della pelle dovuti all’avanzare dell’età. Invidiai in quel momento i suoi studenti, avrei voluto sedermi in prima fila, di fronte a lei, a godermela in prima visione.

Mi diressi verso la seconda porta della lunga aula. Di lì, pochi metri alle spalle della docente, avevo la vista dell’intera platea. Mi affacciai di nuovo, incuriosendo qualche studente. Per fortuna lei non si girò, troppo intenta nella spiegazione. La ascoltavano silenziosi. Aveva fatto lo stesso effetto anche su di loro. Due ragazzi negli ultimi banchi si scambiarono qualche battuta. Uno dei due affondò un gomito nel fianco del compagno che si schermì. La cosa finì lì. Afferrai solo qualche sguardo malizioso tra studentesse. Invidia, pensai. Come non invidiare una donna di classe come Guliana. Bella, lo era sempre stata. Ma ora la guardavo in una nuova luce. Nelle vesti di una professionista stimata che amava il suo lavoro al punto da rigenerarsi, scevrarsi dei problemi del quotidiano che piano piano azzerano le qualità migliori e che si caricava

di fascino e autorevolezza. Giuliana. Mia moglie. La donna che conoscevo da trent’anni e che amavo. Una donna che stava accendendo mille fantasie erotiche in questo squallido posto ammorbato da fumo e umori.
“Gianluca” che fai qui?”

“Ti eri accorta di me?” farfugliai, come uno studente imbranato di fronte a pulsioni e sentimenti che lo imbarazzano.”Beh, ho dimenticato le chiavi. Ero venute a chiedertele.”

“Il solito scorderello. Dai, usciamo insieme. Ho finito le lezioni, per oggi. Torniamo a casa. Dove hai parcheggiato?”

“Sì, sì. Torniamo a casa” le dissi, intontito dal suo profumo che pure le avevo regalato io al suo compleanno, il mese prima. L’abbracciai. Mi giravano in mente piani fantastici. Possibile che non mi fossi mai accorto prima di quanto fossero erotiche la sua voce, la sua postura, la sua maniera di parlare, di toccarsi i capelli?

“Perché non mi fai la stessa lezione che hai fatto ai tuoi studenti? In privato, s’intende. Sarei il tuo migliore studente.”

Sorrise, perplessa. Glielo avrei spiegato a casa. Dietro di noi avevano ripreso a fare chiasso e ridevano allegri, come quando cade la tensione.

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