Dal “Discorso sulla felicità” di Madame du Châtelet: qualche riflessione prima del Nuovo Anno


Si crede comunemente che sia difficile essere felici e ci sono molte ragioni per crederlo, ma sarebbe più facile esserlo, se gli uomini facessero precedere le loro azioni dalla riflessione e da una progettualità. Ci si lascia coinvolgere dalle circostanze e ci si abbandona alla speranza di qualche cambiamento che non avverrà mai. Ancora, si valutano con chiarezza i mezzi per ottenere la felicità soltanto quando l’età e altri impedimenti diventano, per noi, degli ostacoli seri.

… Per essere felici dobbiamo sconfiggere i pregiudizi, essere virtuosi, stare bene in salute, avere dei desideri e delle passioni ed essere sensibili alle illusioni, perché da esse traiamo la maggior parte dei nostri piaceri, e infelice é colui che le perde.  Non dobbiamo allontanare con la ragione l’illusione, ma anzi, inspessire quella vernice che essa posa sulla realtà e, questo, é più necessario delle cure e degli ornamenti che possiamo dare al nostro corpo…

Dall’incipit del “Discours sur le bonheur” di Emilie du Châtelet-1779 Paris

Oggi, mentre ero alla ricerca affannata di un altro libro, mi sono imbattuta in un libricino edito dalla Sellerio, ricevuto in dono quale bomboniera di nozze. Una edizione maneggevole ed elegante, alla maniera della casa editrice palermitana già menzionata. Ho riletto l’incipit e mi è sembrato quanto mai appropriato alla giornata, forse è stato un caso ritrovarlo e confermare l’idea che, in fondo, una parte della felicità dipende proprio da noi.  Sfrondando lo scritto da considerazioni troppo storicamente connotate e che ignoravano quello che un decennio dopo proprio fra le strade di Parigi si sarebbe verificato, ritroviamo nello scritto due concetti fondamentali: che l’uomo é artefice del suo destino e che un vita felice dipende da una progettualità, aggiungerei sana e convinta, e dalla sensibilità alle illusioni, quindi dal nutrire ideali per i quali vale la pena vivere.

Allora, stasera quando brinderemo al 2011, non limitiamoci passivamente a sperare in un anno migliore, ché senza un progetto di vita e senza perdersi nelle illusioni che sappiano anche bilanciare un pragmatismo e razionalismo troppo freddi ed esasperati, quel cambiamento che ci attendiamo molto probabilmente non avverrà.

Buon 2011 a tutti!

Lucia Sallustio

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Andrea Masotti, Intrigo sulla Moskova Romanzo – Ed. Ibiskos


Ho riletto il romanzo di Andrea Masotti per la terza volta e ne ho colto nuovi significati, una visione d’insieme che m’era sfuggita alla prima lettura, come sempre più veloce e mirata a conoscere lo sviluppo della storia, a soddisfare la tipica curiosità da lettore che si chiedeva come sarebbe andata  a finire per la miriade di personaggi che affolla il romanzo e si sovrappone in una nuova commedia umana incisiva e abilmente riscritta. Questa é la recensione che ne é scaturita e che ho inserito nella pagina Le mie recensioni di questo stesso sito. La riporto anche in homepage per dare maggiore visibilità all’autore che, pur essendo alla sua opera prima benché già noto nel mondo della poesia e della narrazione breve per i prestigiosi e numerosi riconoscimenti ai premi letterari Nazionali e Internazionali, merita di essere conosciuto, letto e apprezzato. Un incoraggiamento da parte mia ad Andrea Masotti per il suo secondo romanzo.

Un romanzo dall’intrigo narrativo notevole, una promessa già dal titolo, che tiene avvinto il lettore e lo conduce per mano, perché in quei meandri non si smarrisca, attraverso slittanti coordinate spazio-tempo, in un vorticoso dinamismo bilanciato dall’unico luogo stabile presente, la Questura di Mosca. Qui l’imprenditore italiano Franchi, in viaggio per affari e testimone inconsapevole dei fatti narrati, si confronta con il commissario Gremov disposto a giocarsi l’ultima carta, quella vincente, con due terroristi da neutralizzare per ritagliarsi una carriera brillante.

Una fuga dà il via al romanzo.  Svetlana fugge da Victor, o meglio sfugge dall’immagine estroflessa di sé, dal compagno di un percorso di vita che porta progressivamente al degrado fisico e morale e all’inevitabile annientamento. Una fuga che, in maniera imprevedibile come sempre avviene nella vita e con un abile colpo di scena narrativo, la condurrà a probabile salvezza.

Nessun personaggio, partito come dice Svetlana “avvalendosi della libertà, di rischiare pur di allontanarsi, si sente di affrontare la vergogna di una sconfitta”, per cui ciascuno di essi affronta l’ultima scommessa con coraggio ma anche sentimento. “ Qui a Grozny sono tornate le rondini, l’erba dopo la pioggia cresce ancora, nascono i bambini. Tutto tornerà come prima…”dice Khaskhanova accorata a suo fratello Timur al telefono per convincerlo a tornare a casa e farlo desistere dalla guerriglia.

Il senso del romanzo è insito in una citazione dal 1° Libro di Enoch, lo strano libro che sta leggendo l’unico personaggio statico dell’intera narrazione, Diana, la moglie dell’imprenditore Franchi, l’emblema dell’Occidente che sta a guardare tra il pigro e l’annoiato dalla stanza dell’elegante Hotel Holiday Inn: “Allora Raguel, uno degli angeli santi che era con me, mi rispose:-Questa lingua di fiamma, che tu hai visto, è il fuoco dell’occidente che perseguita tutti gli astri del cielo”.

Il mondo consumistico e materialistico occidentale che occhieggia nelle Adidas rosa che Svetlana aveva appoggiato presso il muro di un edificio per non rovinare, laddove più incurante sembra essere con il proprio corpo smunto e consumato da droga e abbrutimento, o nello zaino nero con la scritta CULT in rosso non è più benevolo o positivo di quello orientale permeato da focolai sempre attivi, odio disperato, attentati e sangue versato, torture e violenza.  Odio e sentimento sono ovunque, s’intrecciano, si mescolano e Timur lo dimostra immolandosi per la salvezza di chi dovrebbe essere una nemica, perché come dice Svetlana in maniera provocatoria qualcuno ha detto che si finisce per assomigliare ai propri nemici, cosicchè Timur, per assurdo che possa sembrare, per un attimo ha pensato anche lui di volere essere russo. Sapeva Usman che il suo amico era diverso dagli altri e “non capiva Timur perché giovane e carismatico com’era non lo accompagnava nel suo odio disperato contro gli occupanti, un odio che forte come l’amore per la sua città martoriata dalla guerra, lo teneva vivo.”

Un tenero e fugace sentimento d’amore sboccia a sorpresa nelle ultime pagine del romanzo e irradia un’intermittenza di luce perché Svetlana è colei che porta la luce a Timur dopo una vita buia accecata da odio e vendetta e prima del buio della morte alla quale il giovane ceceno s’immola per  non tradire sotto tortura.

Recensione di Lucia Sallustio

Era di nuovo Natale


Fuori dalla finestrella della cella la neve fioccava. Il cielo era stranamente terso ora che si stava sbarazzando delle nubi. In lontananza le cime erano di nuovo innevate e i campi si distinguevano appena sotto un biancore che ammantava tutto, mescolando cielo e terra. Lo scenario non era granché diverso da quello del suo paese. Un’eco di cornamuse si avvicinava in un’atmosfera di sospensione. Oltre la grata,però, Mirada non scorse nessuno. Fra le comunità cattoliche del suo popolo, si conservavano le stesse usanze, con la stessa identica suggestività. Quasi lo sentiva l’odore penetrante delle spezie, dello zenzero, della cannella e dei chiodi di garofano che donavano un aroma caratteristico alla dolcezza delle mandorle e dei fichi. I dolci di nonna Aminah erano prelibati e allietavano le tavole di tutte le case del paese, sembrava che solo lei serbasse il segreto di ricette millenarie custodite chissà per quale mandato. Nonna Aminah, un trionfo di dolcezza e robustezza, un arcano della femminilità vittoriosa, la sua pena del contrappasso. Di rimando, percepiva  l’immagine del proprio avvilimento fisico e morale.

L’odore delle spezie si fece persistente e vicino, come se dall’altra parte sua nonna stesse sfornando dolcetti friabili e gustosi che si scioglievano nella bocca come fiocchi di neve. Era di nuovo Natale, la gente tornava ad augurarsi serenità e bellezza, a fingere di dimenticare la vergogna di brutture e violenze, arrotondava labbra avide al sorriso, stendeva la mano destra in segno d’amicizia e amore. Di questo era capace l’uomo, quello che da sempre immolava e torturava l’innocente, salvo poi fingere di pentirsi e costruirsi nuove identità. Tempo di riflessioni, spesso amare, di bilanci e di nostalgia, più di rado tempo per la vergogna, quella era sempre degli altri.

“Sorella Benedetta, sono arrivate le bambine. L’aspettano nel parlatorio” la informò una voce giovane appena sussurrata bussando alla porta.

“Grazie, sorella. Dica che arrivo subito.”

Si diresse vero l’armadio di castagno scuro che troneggiava su di un lato della minuscola cella da chissà quanti secoli e che chissà quali terribili segreti aveva custodito prima del suo, e tirò fuori i vestitini di velluto, uno blu e uno marrone, che aveva preparato per Emma e Paoletta. Sarebbe stata una sorpresa e l’avrebbe resa ancora più gradita con i dolci che suora Gina stava alacremente preparando da giorni. Avvolse i due vestitini in carta regalo, avendo cura che non rimanessero false pieghe impresse nella stoffa tanto morbida quanto delicata, e completò con due belle coccarde in tinta per non sbagliarsi: la blu per Emma e la marrone con spicchi dorati per Paoletta.

Uscendo richiuse la porta con gentilezza, era sacrilegio infrangere il silenzio in convento, non solo per regola benedettina ma per una sua ferrea volontà. Il silenzio era sempre stato l’antidoto al peccato che non riusciva a rappresentarsi meglio alla mente che con l’idea del frastuono e del caos. Il silenzio era bellezza e perfezione e raggiungerlo non era così facile come pensavano i più. Povere piccole, anche loro un altro Natale senza il papà!

Man mano che si affrettava in cucina attraversando con passo leggero e capo chino e pensieroso i corridoi in penombra, l’aria si riempiva della dolce fragranza delle numerose infornate che avevano impegnato suora Gina e le consorelle aiutanti tutto il mese di dicembre. Le giunse un cicaleccio appena percettibile, risatine timide accennate, un frusciare di vesti. C’era aria di festa in cucina e la vista dei dolci cotti disposti su vassoi d’argento coperti di eteree trine ad orlare il candido lino e di quelli ancora da passare nel forno che attendevano in bell’ordine sui tavolieri di legno le comunicò un sentimento inaspettato di gioia e convivialità, smarrito nei meandri della memoria. L’odore le penetrò l’animo, le accese ricordi di bambina, la flagellò coi momenti impressi a marchio di fuoco e nella carne dell’umana perversione. Non riusciva ad essere felice un solo attimo senza oscurarsi immediatamente per quell’ombra che le gravava addosso, che la permeava, per l’odio che non si acchetava ancora, nemmeno nel silenzio e nella preghiera. Le campane che suonavano pigre i dodici rintocchi del mezzogiorno, la distolsero per un momento dall’ossessione: le bambine non potevano aspettare ancora. L’attesa snerva e indebolisce, lei lo sapeva bene. Lo aveva appreso nell’altra vita, quella per la quale doveva pagare ed espiare ora.

“Sorella Benedetta,” la scosse gentilmente per un braccio Ave, la novizia brasiliana, porgendole i due vassoi colmi di dolcetti natalizi “ pensa che possano bastare per le due piccoline?”

“Sì, certo. Va bene così. Saranno felici, almeno per un giorno, loro e la loro mamma. Graziella si merita  un po’ di serenità anche lei, la vita non è solo lutto e le bambine hanno bisogno del calore del suo sorriso per crescere nell’incanto del Creato e fugare le ombre che rattristano la Vita.”

Si segnarono tutte il capo frettolosamente, a suggellare le parole di suor Benedetta che nell’altra vita s’era chiamata Mirada ed era stata derisoriamente soprannominata la modella albanese.

 

Ed é già nostalgia




Ed è già nostalgia

M’è più dolce

Il presente

Quando il presagio

Futuro

Del cambiamento

M’arrende

E il pensiero

Della perdita d’un mondo

Si fa lastra di ghiaccio

Trasparente

E divarica l’ora,

pieno e tondo,

dalla malinconia

del domani

di cui m’inondo.

Ed è già nostalgia.

 

di Lucia Sallustio

Anonimo di Undiciparole- Ombra il tema della II edizione


L’ombra scomparsa

Aveva fatto tardi.
“Ti aspetto?” le aveva chiesto Sara prima di andare. Una cortesia gradita.
Per strada, la brezza l’attraversò gelida. Si alzò il bavero e si strinse la sciarpa intorno al collo. S’irrigidì, quel gesto la turbava. Si sentì soffocare, come quando Carlo per poco non l’aveva strangolata. Si guardò intorno. Nessuno. A buon passo avrebbe raggiunto il Corso in pochi minuti. Da qualche giorno l’ombra non la seguiva, ma non si sentiva sicura. I tacchi rimbombavano. Meglio, avrebbero sentito che passava e poi il rumore le teneva compagnia, insieme all’eco del cuore impazzito. Non poteva continuare in quel modo, doveva denunciarlo. Ma l’avrebbero aiutata veramente? E poi, se fosse venuto a saperlo, allora sì che c’era da temere. Fanno presto gli altri a parlare di stalking, provino loro cosa significa sentirsi minacciata da un’ombra che si allunga e rimpicciolisce, appare e scompare e che quando non appare, proprio allora, ti fa ancora più paura. Potrebbe averti preceduta ed essere lì ad attenderti e giustiziarti.
Svoltò l’angolo, gli ultimi metri aveva corso e aveva la gola arsa. Il solito crampo le incendiò lo stomaco. Lungo il Corso le vetrine erano illuminate, ma i negozi chiusi. Doveva fare spesa per la cena, erano due giorni che faceva straordinari e ormai il frigo era sguarnito. Ma non era prudente fermarsi in pizzeria. A questo l’aveva ridotta l’uomo che si era scelto contro il volere di tutti. Dov’era, ora? Voleva terrorizzarla, illuderla che si fosse arreso, per poi ritornare a seguirla. Era quasi arrivata, finalmente. Un’ambulanza le scivolò stridula a fianco. Scorse un trambusto di gente all’angolo di casa.
Chi è? Povero diavolo, chissà perché l’ha fatto. Un disoccupato. Un marito tradito. Un pazzo.
La barella le tagliò la strada. Mentre gli calzavano la coperta, riconobbe il viso. Sobbalzò. Carlo. Era una maschera di sangue.
“È morto?” chiese a un uomo.
“Lo credo, si è lanciato dal settimo piano!”
Tirò un sospiro profondo.

di Lucia Sallustio

In rime e in righe aspettando Natale


Cari amici,

solo pochi giorni e festeggeremo un nuovo Natale.  Ci arriveremo tutti sempre più di corsa e affannati, increduli che sia già passato un anno, a fare bilanci e auguri, acquisti forsennati, a volte inutili, altre ripetitivi, ma senz’altro con la gioia di donare.  Ecco, dunque, la parola magica che crea l’atmosfera di questa festività: donare, come dare o per-donare.  Un donare sincero e mai artefatto regala momenti di gioia sia a chi dà che a chi riceve e crea quell’atmosfera che da sempre rende unica questa festività.  Finalmente tra un pranzo e un brindisi, un invito e un indaffararsi tra mille preparativi, troveremo piccoli momenti di pausa e di tranquillità che ci restituiranno un tempo diverso dalla  routine, il tempo dell’interiorità che bonifica l’animo e il pensiero e ci riconcilia con gli altri.

Un augurio a tutti voi di Buon Natale e l’invito a lasciare in questo spazio i vostri commenti in rime o in righe per vivere insieme questo lungo periodo di festa.

Lucia Sallustio

Presentazione di Angulus Ridet di Dirce Scarpello e delle antologie di undiciparole (perroneLAB) a Bari nella cartolibreria Sapere 2000


L’associazione culturale Puglialibre, in collaborazione con la Fondazione Articolo 4, organizza un ciclo di incontri, “Feste da leggere”, con scrittori pugliesi che presentano le loro opere. Gli incontri si svolgeranno presso la cartolibreria Sapere 2000 e presso la nuova sede di Ekoiné ri-pub. L’ingresso è libero.

Gli incontri proseguiranno a Sapere 2000 il 16 dicembre, ore 18.30, con Dirce Scarpello, che dialogherà con noi del suo libro Angulus ridet (Giulio Perrone LAB). Un racconto avvincente, ricco di suspense e di colpi di scena, in cui le vite dei protagonisti, apparentemente lontane, si ricompongono in un unico affresco familiare.

A seguire Lucia Sallustio presenterà le antologie della collana Undiciparole (PerroneLAB editore) con reading di alcuni racconti.

Aperitivo con poesia e musica


Stamattina 12 dicembre, ore 11 la mia amica di penna  Giuseppina di Leo, poetessa e apprezzata pittrice biscegliese, ha presentato la sua seconda raccolta di poesie “Slowfeet” presso la libreria “Il Ghigno” di Molfetta che ha voluto festeggiare tra musica e poesia il trentesimo anno di attività libraria e, soprattutto, il quinto anniversario di faticosissima ma ben riuscita promozione culturale sul territorio. Auguri anche agli amici de Il Ghigno.

Una mattinata domenicale diversa, in uno spazio colorato e accogliente, tra amici, libri e un delizioso rinfresco augurale.

 

 

LIBRERIA ADERENTE “NATI per LEGGERE”  

LIBRERIA ADERENTE “SPIAGGE D’AUTORE”

DOMENICA 12 DICEMBRE

ORE 11,00

APERITIVO CON POESIA&MUSICA

GIUSEPPINA DI LEO

PRESENTA SLOWFEET PERCORSI DELL’ANIMA

[…] un andamento strutturale che, nonostante la scansione in quattro tempi, nonostante l’adozione del frammento, si sviluppa come stream of consciousness – un flusso di coscienza – che può essere letto come un unico racconto scandito da pause mentali. È il racconto di una coscienza che, spinta dalla ricerca assetata del “tu”, si trova ad aprire le porte del proprio magma inconscio, dal cui mare sa prelevare immagini suggestive, intuizioni illuminanti, visioni alonate di simbolicità: un materiale raro e difficile, da dirsi necessariamente con i mezzi e le parole della poesia.

Lino Angiuli

INTERVENGONO

ANITA PISCAZZI (poetessa)

SCIAHIN KHAN (voce solista)

MINO PORCELLI (chitarra)

Rotto é il silenzio nell’antologia “La solitudine”


E’ strano come certi giorni le cose ti rincorrano e si ripetano senza una ragione apparente. Ho appena scritto e postato dei versi per inneggiare alla bellezza del silenzio in un mondo frastornato dal baccano mediatico che fa da sfondo spesso al nulla e mi ritrovo selezionata per questa antologia con la mia poesia “Rotto é il silenzio”.  Per prossimi bandi e per ulteriori notizie cliccate qui:

http://www.poesiaerivoluzione.it/

e buona fortuna anche a Voi!

La bellezza del silenzio


Silenzio

Silenzio

Dorme la mia anima

Non svegliatela

Potrebbe volar via.

Silenzio

Pensa la mia mente

Non sommergetela di parole

Potrebbe smarrirsi nella confusione.

Sssss

Non una parola

Né l’eco delle cose

Solo silenzio.

E ora che il tumulto è cessato

Posso finalmente approdare

Sulla scia del Pensiero

giusto al cuore dell’Universo.

di Lucia Sallustio