Le mie recensioni


Copertina per il libro (1)

Avevo l’ universo

 

Avevo l’universo tra le mani

sentivo il pulsare della vita

negli albori dei  mattini e della sua magia.

Avevo condiviso la mensa con gli amici

e il canto e il riso

solcando le vette delle stagioni fertili.

Ora sono sola io e me stessa

nel mio vagare avrei voluto non fosse realtà.

Riprenderò a volare i confini dell’eterno

a remare il mare sempre attento

espanderò il sorriso nei colori della speranza

eluderò l’effimera  finzione

di ciò ch’è rimasto nelle tasche vuote.

Briciole che condividerò con l’ ombra dell’ignoto.

Ero sole e sarò sole

ero luce  e di luce brillerò ancora.

Coltiverò il cuore

dai sentimenti raccoglierò bacche di sorrisi

per regalarli  a stracci di verità.

Scorgerò il mio continuo vivere

nella rugiada del mattino

schiuso al rinnovo di una vita diversa.

dalla Silloge poetica SE IL CUORE AVESSE LE ALI di Marinella Fois- VITALE EDIZIONI- GENNAIO 2016

Commento critico di Lucia Sallustio

Fin dall’apertura della raccolta poetica, costanti appaiono l’uso metaforico dell’imperfetto, di per sé tempo dell’indefinito,  dove i ricordi restano sospesi in attesa di essere raccolti e custoditi nel cuore. E l’imperfetto, come perdurare del passato, si contrappone alla indefinitezza del presente, assumendo i contorni del tempo della felicità, del sogno, verso il presente della dura realtà. Il passato remoto è poco ricorrente e, quando se ne fa uso, è tempo dell’ incubo, dello smarrimento in un viottolo cieco, che ammorba come febbre, scaraventa il corpo, lo fa tremare di paura, fino al sopraggiungere della primavera che disseta il corpo febbricitante e lo rigenera a nuova vita.

Di quel tempo indefinito, l ‘autrice preserva le gioie più grandi “Avevo l’universo tra le mani” a compensare il tempo del presente, tempo della solitudine e dell’incertezza.

La triade temporale, passato, presente e futuro, si completa nella fiduciosa apertura sul futuro “riprenderò a volare i confini dell’eterno”, per cui la poetessa si ritaglia un’alternativa di vita, una “vita diversa”, una rinascita simboleggiata dalla rugiada del mattino.  Lottando contro l’ipocrisia, a dispetto del poco rimasto nelle tasche quasi vuote,  nutre la speranza di tornare a brillare come il sole, la prima delle stelle, coltivando il cuore per raccogliere sorrisi e farne dono.

In Eri bocciolo,  in un duetto di rimandi dal “Tu” all’Io”, dall’allora al presente, dall’imperfetto al presente, la poetessa, assimilandosi ad un contadino che rende feconda la terra con il suo duro lavoro, preserva memoria di quel bocciolo, dopo averne raccolto ghirlande di petali.

La raccolta è pervasa di costanti riferimenti al mondo della natura percepito romanticamente nella sua vitalità e nella sua essenza generatrice. L’immagine più ricorrente è, infatti,  quella di una cerbiatta che nasce gentile ed innocente e, con l’avanzare dell’età, è divenuta recalcitrante, tanto da far paura alla natura facendo fuggire via gli uccelli o facendo svestire le nuvole. Quando la tenera cerbiatta diventa furiosa come  cavallo impazzito e vuole seppellire il ricordo che infiamma, solo la natura riesce a portarle soccorso, pietosa nelle vesti di luna che ammanta di umida sera la cerva in attesa di una carezza lenitiva al suo dolore.

La Fois fa domande sul senso della vita, un senso che sembra non esserci, cerca risposte attraverso l’osservazione del corso della natura. Si chiede dove volino le rondini quando un nido non c’è più e la riposta immaginata è che volano in un cielo terso dove possono ricostruire il nido, simbolo della rigenerazione, della vita stessa che non si esaurisce mai nel singolo individuo ma che nel rigenerarsi della natura trova un senso compiuto, “ Un nido/ che aliti nuova vita/un sogno diverso sospeso a grappoli di verità”. Un tempo senza primavera riporta il lettore all’amarezza e alla vacuità del presente, privato del nido familiare, un tempo innaturale quello senza stagioni, soprattutto senza primavera. Eppure è nel cuore il senso dell’esistenza, è là che si rinnovano le primavere attraverso il ricordo delle stagioni fruttuose passate. È là che volano le rondini, laddove sono amate, dove si custodiscono i sogni. Torna l’immagine cara del contadino amorevole che coltiva la sua terra, come la poetessa coltiva sogni nel suo cuore.  Le rondini stesse assurgono a metafora, già esplorata in letteratura,  di pensieri,di emozioni, del vagare della mente dietro i sogni e del cuore alla ricerca di una identità.

La raccolta è pervasa da intima malinconia, da un velo nostalgico che “nel viale dei ritorni”,  ripercorre il passato. Attraverso il ricordo si profila il tu, compagno di vita, affiora la tenera immagine delle mani intrecciate dei due innamorati, folgorati da un primo amore che è “lapillo ardente”, mai spento nemmeno dalle alluvioni che hanno scosso la vita dei due sposi. Un amore cresciuto e vissuto nella sua carnalità e nella sua totalità, mai scordato, perché “fior di giovinezza”,  radicato nella terra e preservato dalla poetessa che, delicatamente, ha reciso le spine dallo stelo per non farsene graffiare. Di quel fiore la poetessa preserva la bellezza “nel giardino dell’anima”.  Anche se la vita ha portato momenti di cattiva compagnia, carovane gitane hanno condotto al deserto, valicando le dune e dormendo sotto le stelle la poetessa ha ritrovato, infine, il fiore nel sogno. Nella notte d’agosto, il fiore del deserto, rosso di passione, ha lenito con un bacio l’ansia disperata.

L’amore è spirito, carne, ed è Vita. Ha portato i suoi frutti che danno senso e valore alla vita con i gridolini di gioia dei fanciulli, i nipoti, “carne della mia carne”. Sono i frutti del mandorlo in fiore, testimonianza del cielo e del proseguire della specie umana. La poetessa fa uso di una descrizione evangelica che dà forte valore cristiano ai versi.

La raccolta procede in un’alternanza di stati d’animo tra il triste e l’orgoglioso, il malinconico e il fiducioso che i tempi della felicità torneranno ancora, con la consapevolezza che non sempre la semina porti germogli, a volte dà vita “ a rospi gracchianti”. È inverno, le nubi si schiantano sulla scogliera e non rinfrancano. La delusione è “albero di veliero” nella tempesta, oscilla fragile. La poetessa fa appello alla preghiera, appresa da giovane, diamante pietoso quando l’amore delude e rimane struggente la voglia di amare  testimoniata dalla sofferenza del verso “Vorrei poteri amare”.

In “Canto del gallo” si ritorna alla malinconia del presente, l’autrice cammina su “strada di pietra” alla ricerca di verità nascoste, di identità sconosciute,  indagando sul “limite umano”. Ha idee confuse, annega le mani in acquitrini infestati da insetti per desistere dall’accarezzare il volto ancora amato che la fa soffrire. I pensieri intricati sono “matassa di filo spinato”, fanno male. Il presente urla il risentimento, rivendica la ragione. Riemerge la speranza in un futuro  in cui la poetessa è disposta a barattare la bontà con la perfidia, scavalcare muraglie insormontabili, resa scaltra dalla esperienza amara della vita. Come maga preparerà pozioni, disposta a ricorrere all’imbroglio pur di preservare i propri affetti, nuova Circe ammaliatrice, nella speranza che il canto del gallo, al levarsi di un nuovo giorno, risvegli l’animo dell’amato dal letargo, lo riconduca all’azione.

La  gioia è un sentimento esplosivo connotato da colori e profumi che lo rendono più tangibile.  Nella lirica Il cuore non è più, si tinge del rosa delicato di uno stormo di fenicotteri che colora di rosa le pareti della stanza dei sogni, pervade il petto, intenerisce. I gomitoli di riflessioni non sono più “matassa di filo spinato”, ma si srotolano su “tappeti della concordia”. L’autunno, carico di vita e non preludio della stagione del letargo, è splendore e il cuore non è solo, ha ripreso il suo ritmo in un valzer, mentre il vento asciuga le lacrime.

La gioia esplode in petto e  ha profumo di latte in “Mano nella mano”, poesia delicata dedicata alla figlia ormai adulta, che teneramente l’autrice definisce “vita /in quest’autunno mio/ pieno di colori d’oro”, il “canto più bello”, quello dell’usignolo nel “giardino del cuore”. Nasce un nuovo vigore dal connubio della specie, madre e figlia che “insieme” frantumeranno il buio con un progetto di vita condiviso. Sarà l’amore a fare rinascere il sole che illuminerà il cammino delle due viandanti che “mano nella mano” conteranno i passi “nelle rughe del tempo”.

Vienimi amore”, è l’espressione della donna innamorata che invoca l’amore, conscia che senza l’amato la vita non ha senso, i giorni e le notti non hanno più le stesse ore, diventano terribilmente lenti e stanchi. Chiede al suo amore di non abbandonarla nel deserto, dove i pensieri sono tornati ad essere “groviglio di filo spinato”. La poetessa,  delirante e con  toni di novella Saffo, riconosce che la sua vita è legata all’altro, al tu che disseta, nonostante l’indifferenza dell’amato.

La silloge poetica si delinea, quindi, come canto all’amore, vissuto in tutte le sue sfumature fino ad  assumere sensualità tinta di eros nella lirica “Perché tu sei cielo”. La richiesta dapprima soffusa di un contatto corporeo, proibito, di uno sguardo che valica l’animo, diventa carezza sempre più audace nei toni fino a sconfinare nel completo possedimento dei corpi, allo sfociare nella “piena di piacere” che è riaffermazione prepotente della vita “perché tu sei cielo che toccherò con le dita”.

Da donna e amante, in un dichiarato odi et amo di catulliana memoria, la poetessa tocca la disperazione per un amore “irrigidito” nel presente, distante come inverno e si chiede quando il sole scioglierà il ghiaccio che è sceso tra di loro e quanto tempo dovrà attendere prima di un nuovo bacio sulla bocca amata delicata come  petali.

L’orgoglio di essere donna è ben evidente in tutta la raccolta. Nella poesia “Siamo tutte un po’ lupe”, ritorna l’istinto di donna, tenace nell’aggrapparsi all’amore per sopravvivere, per trovare un valore alla propria esistenza, scaldarla con il suo soffio vitale. Compare l’immagine emblematica della sera lacerata dall’ululare della lupa e, non a caso, la poetessa utilizza il termine “urlo” conferendo alla lupa connotati umani e femminei. Donne emancipate che preservano caratteri romantici, capaci di scorgere la verità e il senso della vita scolpito nel volto della luna.

In  “Sii onda”,  la donna è essere coraggioso nell’affrontare la vita, resa collerica da quanto si porta dentro. Un cuore offeso che, ciononostante, continua a palpitare e profuma di ginestra, che fiorisce a primavera e si rigenera proprio allorquando la natura partorisce nuovamente fiori e teneri cerbiatti sul ciglio delle strade. La donna é vista come creatrice, come madre terra, onda del mare abbracciata dalla roccia “nel suo eterno spumeggiare”. Affiora forte l’idea dell’infinito della specie della quale la donna è Vestale contro l’indefinitezza del presente.

Eppure la donna /Vita è tradita da un destino avverso, intriso di sofferenza, ha “occhi al vento di parole/spargono lacrime amare/che rimbalzano come biglie beffarde”. É frastornata da memorie rimosse da un tempo assimilabile al movimento del mare,  una donna in crisi di identità, alla ricerca dei perché e dei quando il cammino disegnato è stato smarrito. Una donna afflitta, indebolita dal tempo che è “volpe rapace” mentre la mente è ormai “sconnessa senza più età”. La compassione giunge, accarezza e arrossisce di vergogna di fronte ad una donna che non si arrende facilmente, né davanti all’illusione tradita, né all’indifferenza dell’amore, ma che trova la forza di rialzarsi dopo ogni colpo e incita il cuore a non lasciarsi morire, perché “il tempo è breve a vivere eterno”.

Per un’autrice che trae energia e vigore dalla natura, è evidente che la stagione preferita sia la primavera, così ricorrente nella raccolta poetica. In “Scioglimi Amore” è stagione fertile, di armonia del bosco, trillo del cucù, scalpiccio di vita nuova come quella dell’immagine tanto cara alla poetessa dei “giovani cerbiatti sulla strada”. La lirica presenta un quadro arcadico, un idillio boschivo con la quercia antica che, complice, allunga le braccia per schermare l’avvenente audacia dei due innamorati, tra i tanti che nel passare degli anni ha visto amarsi alla sua ombra. Una sensualità rinnovata di corpi, raggiunta evidentemente nel sogno, all’ombra del cuore. Un amore benedetto dalla natura  e la semina fertile in una zolla sarà bagnata dalla nuvola dell’amore. La chiusa è invocazione all’amato a mietere la nuova fioritura. E come violoncello spanderanno al vento le note d’amore perché tutti sappiano e possano gioire con loro.

Poiché la natura è letta con gli occhi dell’anima, può capitare che la primavera si presenti improvvida, con alberi da frutto che non sono fulgidi e non conciliano la danza e che  la malinconia prenda il sopravvento in età avanzata, quando il sole inclina a ponente “nell’ora in cui/i capelli sono tutti bianchi. ”

In “Dimmi che non è vero” la poetessa, incredula, implora l’uomo che ama di non “essere impetuoso come il mare in tempesta” per non distruggere l’illusione. Nutre rammarico rispetto ad un’intesa mai pienamente raggiunta, incapace di scorgere la sua sensibilità. Il viaggio dell’amato gli ha conferito concretezza e lo porta a rifuggire dai sogni dell’altra, dal suo “parlare gentile”, dai suoi “occhi sinceri“ che, anzi, gli disturbavano i pensieri. L’amarezza al fondo di questa poesia è nella constatazione che il suo uomo non abbia voluto leggere il mistero dell’infinito negli occhi della poetessa, non abbia voluto vedere. La donna si profila, quindi, come depositaria millenaria del “mistero dell’infinito” anche se l’altro non ne ha saputo trarre vantaggio “sarei stato un buon libro e tu ne saresti rimasto deliziato”.

Nella lirica “Fiori di campo”, dai toni idillici e malinconici, fa capolino il senso che anche la Vita e la specie umana, come ogni elemento naturale, hanno un suo percorso definito. La poetessa  vorrebbe che la voce soave e musicale la chiami nuovamente Amore, ma  quella voce non risuona, né il fiume che scorre alle radici del suo Albero, metafora di Vita, la rigenera perché non è più acqua sorgiva.  Alla fine di quel percorso,  la terra ricoprirà i due corpi abbracciati in un’identica sorte, che è quella del destino dell’uomo: morire. Allora i corpi doneranno nuova vita, si faranno fiori di campo nell’ora dell’addio.

La vita procede “Tra sogno e realtà”, come nella lirica fortemente sensuale in cui l’isola deserta raccoglie tutte le aspettative della donna in attesa dell’uomo che ama “porto sicuro su cui ancorarmi”. Struggendosi nel desiderio di languide carezze, fa rivivere momenti di gioia passata al punto da sognare l’arrivo del suo uomo e, con lui, i momenti di felicità.  Quando la realtà prevale, come in “Amore dissolto”,  ci si trova di fronte ad un amore svanito nel tempo “il mio pensar di te/ è desiderio d’averti accanto”,  in un presente che ha separato i loro passi e spento la fiamma dell’amore, “siamo cenere di carboni ardenti/spenti da un torrente in piena./-Ciottoli levigati dal suo trascinarsi-.

L’auspicio “insieme sconfineremo l’infinito”, rimane intrappolato in una promessa del passato non mantenuta. È l’imperfetto che tiene stretto il sogno di “camminare mano nella mano/nel viale che ho costruito/con rubini rubati al tramonto.” Il presente è tristemente “vita abbandonata all’oblio” in solitudine, è desiderio di abbracci e di amore, invocazione del compagno di vita a svegliarsi dal torpore dell’indifferenza, mentre l’Io lirico conferma un amore cresciuto nel tempo al punto da accettare dell’altro ogni imperfezione “perché ti amo come sei./-Imperfetto.-“

Come non definire l’opera della Fois una cantica all’Amore? “Se il cuore non avesse le ali” è sicuramente una raccolta poetica matura e potente, canto libero di una donna che negli affetti domestici crede fortemente e li coltiva con dedizione e orgoglio, i cui sogni si colorano di fiaba e magia, si popolano di vestali e cavalieri come nei sogni di fanciulla, inventandosi un folletto come guida in uno scenario non sempre agevole da percorrere. Dalla raccolta emerge orgogliosa e fiera l’anima sarda pur nelle sembianze di agnello umile e indifeso, due connotati che sicuramente appartengono alla Fois, fine poetessa dai toni semplici e gentili, capace di produrre versi accorati e vibranti.

—————————————————————————————————————————————————10249057_637763572965778_1465850587_nFragile Maneggiare con cura di Ester Cecere
Recensione di Lucia Sallustio

Non avrebbe potuto fare scelta migliore, la poetessa Ester Cecere, per aprire una raccolta poetica intitolata alla fragilità, concetto già presente nella dedica tratta da Fratelli di Ungaretti: Bolla di sapone apre emblematicamente l’opera con il suo volo in un mondo ostile, dove il pericolo, oltre alla classica brezza del vento che sospinge e aiuta ma se violenta distrugge, può assumere sembianze di esili dita di un bambino.

Malinconica, aperta alla negazione ostinata, abbarbicata, procede il viaggio la crisalide, farfalla impaurita che non vuole uscire dal bozzolo, dall’illusione e dall’ipocrisia rifugio.
Ci imbattiamo subito in un’anima fragile, bambina, timorosa di avventurarsi nel mondo che percepisce in tutta la sua minaccia, un’anima che si identifica negli elementi più deboli della natura, quali una coccinella gioiosa e piena di slanci che incautamente può divenire pulviscolo in un campo di papaveri da trattori attraversato, o minuscola formica che cerca di risalire lungo lo stelo verde e sottile con esauste zampette arrancando sotto il peso, che da sempre trasporta otto volte il mio peso, da sola.

Ma è la stessa fragilità di donna che rappresenta la forza della sua esistenza nel rapportarsi alla vita con il dubbio perenne e l’umiltà che la rendono ancora più amabile agli occhi degli altri, i suoi cari, tutti compresi nella silloge e destinatari di omaggio poetico: il padre, la madre, il figlio, oggetti d’amore in quel donarsi incondizionato che è l’altro punto di forza di un essere che pure si dichiara fragile sin dal titolo dell’opera.

Un essere insofferente all’ipocrisia celata dietro la maschera, visi/una volta d’amore,/da oscuri livori trasformati; isolato nel silenzio, sipario di pesante broccato, su di un palcoscenico dove le parole,/acido solforico/ hanno sfigurato il cuore. Eppure, quella stessa fragilità prende consistenza, mentre non demordono i perché. Ed è questa ricerca delle cause per giungere a possibili, doverose soluzioni, che fa muovere i passi, pur nella loro incertezza, e riavvicinare all’altro, riconciliare con la vita.

Come Erasmo elogia la follia, la nostra poetessa elogia l’ingenuità che la caratterizza, la porta a sognare, a credere nelle favole di orchi cattivi e ingenue fanciulle rapite, altro segno della sua fragilità in un mondo sempre più disincantato. Un essere che avanza in punta di piedi, quasi timoroso di esserci, hai varcato la soglia del dolore/dove il respiro è deflagrazione.

Un’anima che cerca l’amore, si chiede dove sia, dove sia andato a finire, un’anima ferita vetri infranti e schegge/custodisco/d’ogni colore/d’ogni dimensione. Sono aguzzi, taglienti come rasoi e provano la persona, mettono in dubbio la capacità d’amare custodirò/un giorno/briciole d’amore? I fantasmi, a notte, assalgono questa creatura provata, incerta e hanno occhi di brace/occhi di pietra/lapidano il cuore.

La poesia Alluvione ripercorre la metafora degli eventi naturali destabilizzanti per l’animo umano: alluvione d’odio e follia/l’amore travolge. Messe a dura prova tenerezza e compassione, i frammenti d’amore non riscaldano il cuore contratto sotto le macerie. Constata, la poetessa, che in questi cataclismi naturali, l’essere man mano cambia identità, perde una parte di sé, si modifica. Ma è proprio da questa fragilità estrema che, irrobustita dalle avversità, nell’incertezza di un’alba nuova, annaspando e annegando in un mare rosso sangue, spaventata di fronte all’assenza di metamorfosi che permettano al bozzolo di diventare farfalla e volare, la poetessa trova la sua nuova dimensione, il suo orizzonte di senso.

In Sole di mezzanotte, l’autrice ribadisce il senso di solitudine, addirittura polare e nella notte inondata di luce siderale, si avventura alla ricerca della fonte primaria di luce e di vita, del sole del nuovo giorno.
La ricerca estrema di compagnia trova esaltazione nella poesia Sotto la pioggia, un cane dove l’accomunarsi con la solitudine di un altro elemento della natura, un cane dagli occhi speranzosi e infissi in quelli del viandante solitario, trova un momento di condivisione forte.
La speranza, la via d’uscita, s’intravvede già dalla poesia Sinergismo perduto dove la sinergia di anime mosse da un “afflato comune” anche se tardivamente incontratesi sembra rafforzare l’ipotesi che il rimedio alla solitudine sia nella sinergia d’anime. In stormo volerei , di nuovo emerge la voglia di trovare compagnia e forza dall’unione. Qui l’uso dei condizionali estrinseca aspirazione dell’animo ancora a livello velleitario, desiderio di farsi pilotare da ali giovani e forti, anche quando il peso degli anni rende fragili ed esposti. Ma poi la chiusa con la triste constatazione che gabbiano, passero o falco/da sola affronto il mio cielo evidenzia il rammarico, l’incapacità a fare gruppo, a beneficiare della auspicata sinergia, rende ancora particolarmente triste la condizione umana dell’Io poetico fino a questo punto della silloge.

Continua l’accomunarsi agli elementi più minuti e semplici della natura, quelli apparentemente più fragili ed esposti alle forze del cosmo con copiosi elementi di identificazione e di raffronto. Compaiono la crisalide nelle sue fasi di vita, la coccinella, il cane, la formica, il lupo ferito. Quando pure si potrebbero ravvedere degli elementi di forza o di aggressività, l’autrice li piega con delicatezza ad un momento di fragilità, quello in cui si è deboli, feriti, esposti alle forze della natura e ai soprusi.
Non meno speranzosa è la sezione di poesie che si apre con Illusione:

Ad una ad una
Caddero le torri.
Ad una ad una.
Non s’alzò più
Il ponte levatoio.
Travolta e dispersa,
l’invincibile armata.

Versi che decretano la fine delle illusioni che tengono compagnia all’uomo forte. A questo gruppo appartengono poesie dedicate agli affetti più cari, alla madre e al padre, al cui ricordo l’autrice s’appiglia cercando conforto nel momento di maggiore fragilità. Ma i ricordi stessi sono legati a momenti di altrettanta debolezza, quali quello della madre incapace di scorgere la sua fine imminente nella sfera di cristallo della vita o la figura paterna ridotta ad ombra che affianca ma che non si avvale del momento forte di vicinanza che una lapide, alla quale portare fiori per festeggiare compleanni, rappresenta da sempre per l’uomo.

Ancora velleitaria l’aspirazione appare nella poesia Volevo essere dove continua il gioco degli opposti, dove il senso di fragilità, il desiderio di essere arenaria per farsi modellare dall’acqua e dal vento, in una parola dalla vita, dove essere arbusto per disegnare arabeschi, collide con la realtà di essere elemento sempre più forte, granito, sequoia, dotato della forza resistente e duratura. Incomincia a delinearsi piano il cammino verso un nuovo status, disegnato dall’ossimoro della forza intrinseca alla fragilità o di una fragilità che, a patto che la si maneggi con cura, sa divenire forza oppositiva e resistente.

Continua la filosofia della negazione in Non scriverò d’amore dove l’aridità del cuore messo a dura prova dalla vita si ribella alla poesia d’amore. Solitudine e buio, incapacità momentanea di risalita, si confermano a tratti, come nella poesia La forra pervasa da disperazione. L’impossibilità del cuore a scrivere d’amore trova un parallelo nell’essiccarsi delle lacrime, come latice bianco che fuoriesce dalle ferite lasciate dallo strappo di un germoglio cresciuto nella scorza dell’albero. Resta, l’autrice, come manichino svuotato, modellato e adornato dal mondo con i suoi credo, doveri e amori che, immobile e apatico, si lascia vivere nella lirica Manichino. Traspare, a questo punto della silloge, una maggiore duttilità a farsi modellare, una minore resistenza, una leggera apertura alla vita, sancito dal brindisi che

Invitante nel bicchiere,
addormenterai un dolore antico
che mi rende insonne ancora.

Il monito successivo in Lupo solitario ad arrestare la corsa solitaria nella fragilità estrema delle ferite, per sfuggire a se stesso, senza branco, nelle foreste oscure, ad annusare l’aria, il profumo d’amore trasportato dal vento, è già inno più deciso alla vita, a non lasciarsi andare alla morte del corpo come alla morte dell’anima.

La condivisione di uno stesso destino volubile e incerto che determina l’esistenza umana è racchiusa in Davanti a due autoritratti di Tintoretto, dove i due volti di un uomo giovane e vincente e di un vecchio al quale la sorte ha tutto sottratto imprevedibile porgono forte, per contrasto, il messaggio della mutabilità della condizione umana, per questo ancora più fragile. Con la condivisione di uno stato personale con quello endemico dell’Umanità, una sorta di solitudine cosmica di fronte al destino, si chiude il gruppo di poesie che si è incamminato verso la speranza del vivere con l’invito a mettersi una maschera e partecipare alla vita nella poesia Il Ballo, pur nella consapevolezza che solo il buio della notte è momento di sincerità, quando non si guarda in faccia alla realtà.

Ci vuole Preghiera, con il suo dono altruista d’acqua ai nuovi germogli verde brillante, anziché alla spenta foglia il cui marrone è ricordo del passato splendore, per segnare il passo alla rinascita, al volo di farfalla che duri almeno un giorno, alla rivincita del tenero bucaneve che sbuca dalla coltre bianca e pesante fragile,/eppur fortissimo/affiorando. Finalmente l’autrice, si sente libera dalla zavorra del presente, mentre sorvola sul passato, schivando liane attraverso fitti boschi e considerando emblematicamente, quando sorvola il mare, che il mare non è mai uguale a sé, che il panta rei dell’esistenza cambia ogni volta scenari e scombina le aspettative, ma in fondo può donare nuove e più avvincenti prospettive. Per questo basta la memoria sbiadita dal tempo che tutto porta via e una goccia di rugiada a dare nuova vita alla rosa del deserto, ennesimo emblema di forza e bellezza nata dalla inconsistenza della sabbia.

Con Canto alla vita, nonostante, ci si avvia alla ripresa finale, alla razionalizzazione che la vita è degna di essere vissuta apprezzando perfino avversità e bassezze, come il volo basso dei pipistrelli, mediocri voli al buio in anfratti pericolosi, a rischio di cadute letali.

E la voglia di vivere giunge con la folata del maestrale a maggio, con il desiderio di volare, di respirare l’odore del mare che rinvigorisce, con animo di mutare il lamento in canto. La volontà negativa che si percepiva nel nonostante della poesia precedente, assume sembianze possibiliste nel forse de Il profumo del maestrale.
Così i giorni della vita,/identici/scorrono tra le dita. Sono tegole pesanti, sovrapposte le une alle altre, uguali. Eppure basta poco, piccole gioie domestiche, frulli d’ali, nidi e pigolii a restituire pienezza, a regalare emozioni giuste per andare avanti.

Dal finestrino, la vita chiude la raccolta regalando al lettore, seppure limitato da un forse che invita ad essere sempre cauti e non illudersi, uno spiraglio di apertura alla vita, il senso della continuità, la speranza dell’approdo del pellegrino, anima errante sospinta dalla vita, ad una stazione, al calore di un abbraccio, alla restituzione di un punto fermo e dell’amore, unica ancora alla fragilità dell’uomo.

La mia recensione alla Silloge poetica “L’anima e il lago” di Giorgina Busca Gernetti é apparsa sul numero di maggio 2011 della rivista letteraria Pomezia-Notizie  e sui seguenti link:

http://www.francesca.lobue.literary.it/dati/literary/sallustio_lucia/lanima_e_il_lago.html

LINK all’autrice:

http://giorginabuscagernetti.splinder.com/post/24678175/lanima-e-il-lago-recensione-di-lucia-sallustio

ALTRI TEMPI

Recensione  di Lucia Sallustio alla Raccolta di Racconti

ALTRI TEMPI
di Daniela Quieti

Edizioni Tracce – Collana Narrativa
2009, p. 56

Pubblicata nella rivista letteraria Pomezia-Notizie-Anno 17(nuova serie)

n.7-Luglio 2009-p.48

Un soffio. Un soffio leggero alita attraverso le pagine del libro, pervade e smuove dolcemente ogni cosa, gonfia le parole, dà voce all’Io narrante in un continuum refrattario alla frammentarietà del ricordo. Invade, infine, l’anima del lettore. Esondano emozioni senza aggredirlo, anche quando il ricordo è tristezza inevitabile del vivere, immobilità, morte come nel racconto “Funere mersit acerbo”.

Pietas cristiana coglie il lettore partecipe del sentimento forte del narratore per il quale la disperazione è rassegnazione alla vita e si consola nella gioia unica e saggia delle piccole cose del quotidiano, come l’arrivo di un pacco, il concerto o la Pasqua del paese.

Alti, illuminanti punti di riferimento per l’uomo del passato, si stagliano lo spirito di sacrificio,  il senso del dovere, della famiglia, del lirico raccogliersi intorno al focolare nei lunghi e freddi giorni d’inverno allietati dall’ascolto. La Memoria del nonno recupera valori- culto, quasi una religione degli uomini. Guai al trasgressore, nessuna indulgenza. Ad ogni trasgressione, infatti, corrisponde sempre, giusta e inevitabile, una punizione e, nel rasserenante ordine delle cose, ad essa segue un emendarsi e rinvigorirsi dell’animo. Scaturiscono tempre forti come quella del nonno, appunto, determinate e mai rinunciatarie anche di fronte alla vanificazione delle scelte di vita, come quella della suora di famiglia o di zia Ubaldina.

Non serve all’autrice soffermarsi sul dettaglio. Con tratti leggeri d’acquerello, delinea e sfuma, allude, carica di lirismo i personaggi del passato che sfilano davanti ai nostri cuori come in una processione. Illusione, d’altronde, confermata dalla scelta della copertina, dallo splendido cromatismo e da evocativi sfumati dell’opera “Le serpi” di F. P. Michetti.

Con una prosa elegante, costruita in maniera impeccabile, dai ritmi lenti e cadenzati che ben corrispondono ai tempi e personaggi narrati, Daniela Quieti dona una straordinaria unitarietà alla sua raccolta di racconti.

Testimonianza d’amore come questi ricordi, ci dice, che so di poter issare come una bandierina sulla facciata del mio intimo edificio storico, per vederla sventolare, quando voglio, come meraviglioso assenso del passato alla realtà del presente

Con contrappunto appena soffiato, un velo di nostalgia mai fine a se stessa ma, al contrario, positivamente connotata, l’autrice allude ad una possibile salvezza per i guasti dei “tempi moderni” grazie al recupero della micro-storia di “Altri tempi”.

Quel soffio si fa carezza dolce e rassicurante sull’animo del lettore, come quella del nonno sul viso di fanciullo.

Lucia Sallustio

Daniela Quieti è nata e vive a Pescara. Docente di Lingua e Letteratura Inglese, collabora a testate giornalistiche e iniziative culturali. È operatrice volontaria in campo socio-sanitario. Ha pubblicato i libri: “Echi di riti e miti”, raccolta di racconti, prefazione di Romano Battaglia, Ibiskos Ulivieri 2010; “Uno squarcio di sogno” raccolta di poesie, prefazione di Aldo Onorati e postfazione di Giulio Panzani, Edizioni Tracce 2010; “Altri Tempi”, raccolta di racconti, prefazione di Giulio Panzani, Edizioni Tracce 2009; “Cerco un pensiero”, raccolta di poesie, prefazione di Ubaldo Giacomucci, Edizioni Tracce 2008. È presente in prosa, poesia e traduzione dall’inglese in diverse Antologie. Ha ricevuto significativi riconoscimenti in numerosi Premi Letterari.

Recensione ad “ANGULUS RIDET”-romanzo di Dirce Scarpello- edizioni PerroneLab, luglio 2010

Le Maripili di Angulus Ridet: una possibile lettura

Il romanzo d’esordio di Dirce Scarpello, autrice barese, è un’opera letteraria articolata che offre molteplici spunti di riflessione di grande interesse e attualità. Intreccia diversi stili e generi narrativi, dalla scrittura di genere femminile, con la quale si apre, al thriller fino a condurci a un finale inatteso arricchito da elementi tra il fantasy e il paranormale. Tra i temi suscettibili di dibattito, il mio particolare interesse è andato ad elementi che lo pongono nel più classico filone della scrittura di genere: l’intreccio di figure femminili, decisamente preminenti rispetto ai personaggi maschili meno caratterizzati e periferici. I personaggi femminili, Lola Console, sua sorella Mimì, Violetta e la figlia Penelope sono tra di loro complementari, i caratteri diversi si rinforzano l’un l’altro. Sono donne alla ricerca della definizione, o meglio, ri-definizione della propria identità, spesso negata o violata; donne alla ricerca di una stabilità con l’uomo che amano, all’interno della coppia, con l’ambiente, con il lavoro, con il proprio corpo, con se stesse. Sono legate da forti vincoli di sangue nonostante le loro vite sembrino scorrere parallele in luoghi differenti. Tutte convergeranno verso un unico luogo, Angulus Ridet, luogo dell’animo e delle radici, mai citato espressamente con un nome geografico definito ma che sappiamo essere collocabile nel territorio pugliese di trulli e masserie sulle quali svettano simboli tra il pagano e il  cristiano, il cui bianco della pittura a calce riflette la luce abbagliante del sole del sud perché si astenga dal carpire segreti e storie che quelle primordiali abitazioni di pietra nascondono a occhi indiscreti. È questo lo sfondo dei drammi personali e delle riconciliazioni con la vita, degli incontri e delle fantasie dei personaggi che numerosi affollano il romanzo in un affresco umano vario ed emblematico.

La prima donna ad esserci presentata, tanto da sembrarci la protagonista del romanzo, è Lola Console, in fuga da un matrimonio fallito, nel momento del trasloco dalla capitale alla sua Puglia d’origine, intenta a raccattare le sue cose alla rinfusa, simulando il caos che è nella sua vita.

Nella interpretazione dei temi narrativi del romanzo ho trovato quanto mai illuminante e pertinente la chiave di lettura offertami dal saggio “La sindrome di Maripili” della giornalista spagnola de “La Vanguardia”, Carmen Garçia Ribas. Il saggio è stato tradotto e pubblicato in Italia dalle Edizioni La Fenice quest’anno. L’autrice spiega la sindrome in termini di tendenza delle donne a ritualizzare la sottomissione all’uomo nel rapporto di coppia, in famiglia, in società in genere, atteggiamento comune conseguente alla paura di non essere amate e, pertanto, di essere rifiutate. Premesso questo, trovo che Lola, che ne è palesemente affetta, non sia la sola figura femminile a soffrirne benché si presenti come il personaggio più fragile e irrisolto. Lola è una romantica, si è sposata per amore di Rocco e si è donata a lui con spirito di abnegazione al punto da annullarsi, rinunciare ad una propria autonomia lavorativa nonostante la laurea in giurisprudenza che utilizzerà solo dopo la separazione, nello studio dell’avvocato Gerardo al quale si legherà per fatale attrazione. Per amore Lola è disposta a tutto, a perdere la propria dignità, la stima di sé, a rischiare la proprietà e anche di più. Classicamente trova compensazione al vuoto affettivo nella maternità vissuta con iper-protettività e gravi scompensi educativi. Incontriamo suo figlio Mino tredicenne, appena uscito dall’infanzia, eppure già maturo e propenso al sacrificio, cosa che ne farà il solo personaggio maschile positivo, votato a un esagerato e gratuito eroismo che risponde al suo senso di protettività.

Lola è la figura femminile dalla conflittualità più evidente, più controversa perché come la sorella maggiore Mimì deve fare i conti con i nuovi equilibri innestati dall’emancipazione femminile negli anni ’70, gli anni della sua adolescenza, e con i tratti che connotano tre diverse generazioni. Lola si erge a figura-ponte tra il passato rappresentato da sua madre, il presente e il futuro più semplicemente liquidato attraverso sfuggenti figure più giovani, libere e più aggressive, come le ragazze che Mino frequenterà dopo il diploma. Solo in un guizzo d’orgoglio Lola riuscirà a chiudere con il passato di insoddisfazione e di rifiuto, ma lo farà con la stessa fatica con cui chiude la valigia prima di partire per la Puglia, incapace di liberarsi  per sempre dei fastidiosi sensi di colpa cui le Maripili sono soggette.

Mimì, sua sorella, è invece un personaggio sicuramente libero dalla sindrome. Impiegata da trenta anni alle poste, sposata da dieci con Bruno, vedovo per sorte e giudice per professione, è l’esempio della donna razionale, che prima si è guadagnata la libertà professionale e poi man mano ha costruito intorno ad altri valori, quali un amore equilibrato e complice, improntato alla mediazione, alla condivisione di obiettivi raggiungibili e di progetti di vita che compensino la mancanza di figli senza cadere in auto-distruttive nevrosi e frustrazioni. Mimì riverserà il suo amore sugli animali che l’aiuteranno nel progetto di fare della pet-terapia la cura riabilitativa da molte depressioni e nevrosi della vita odierna. Lo stesso rapporto con suo nipote sarà scevro dalle fobie e angosce materne e improntato a principi libertari e di corresponsabilizzazione che permetteranno a Mino di vivere la sua gioventù con serenità e spirito di esplorazione. Mimì si pone, dunque, come personaggio femminile forte e vincente, ago della bilancia tra quelli che la circondano per legami parentali o di lavoro.

Fra i due poli spunta, dapprima in sordina in un letto d’ospedale, quasi da controfigura a Lola dopo l’incidente automobilistico e il ricovero, un’altra donna dal profilo complesso ed enigmatico: Violetta. Una coincidenza forte e necessaria all’intreccio narrativo determina il suo incontro con Mimì e Mino ad Angulus Ridet dopo l’infarto e il trapianto. Violetta, età 55 anni, laurea in economia, prototipo della donna in carriera, è determinata e abile manager, vincente sul piano professionale ma decisamente carente su quello familiare e affettivo. Per alcuni versi sembra essere proprio personaggio “anaffettivo”. “Sei senza cuore” le rimproverano in casa e tale si dimostra nei confronti di suo marito Vittorio, uomo debole e succube dei vizi e capricci della moglie di cui è innamorato e nei confronti dell’unica figlia Penelope.

Con Penelope ci troviamo di fronte al quarto personaggio femminile di rilievo, una donna che, pur appartenendo ad un’altra generazione, raccoglie molti degli aspetti della fragilità di Lola. Se si esclude Mimì, con Penelope le “Maripili” giungono a tre. Violetta e Penelope pagano lo scotto di una madre assente, la prima tuffandosi nel lavoro e perseguendo mete ambiziose, la seconda viaggiando e dimostrando a se stessa un’autonomia pari a quella della madre-antagonista. Penelope, come Lola, s’innamorerà e troverà nel matrimonio e nella maternità l’appagamento del proprio Io e l’affetto di cui manca. Infine, donna equilibrata e dotata di senso materno, ribalterà il rapporto con la madre malata accudendola dopo il trapianto e suggerendole la riabilitazione nel luogo-non luogo che dà il titolo al romanzo, Angulus Ridet, crogiolo di segreti familiari rinvenuti per caso o per destino.

È con questa svolta che il cerchio si chiude  intorno al quinto personaggio femminile, quello che aleggia sui quattro come un’ombra: la nonna di Mino. Emergerà dal passato come una vera e propria vittima dei condizionamenti sociali e familiari durante la seconda guerra mondiale, una donna respinta che ha dovuto pagare un errore giovanile con un altro rifiuto che, in una reazione a catena, ha innescato dolore, fragilità, voglia di rivalsa e la paura perenne, marcatamente femminile, di non essere amate mai abbastanza.

di Lucia Sallustio

Andrea Masotti, Intrigo sulla Moskova
Romanzo – Ed. Ibiskos

Un romanzo dall’intrigo narrativo notevole, una promessa già dal titolo, che tiene avvinto il lettore e lo conduce per mano, perché in quei meandri non si smarrisca, attraverso slittanti coordinate spazio-tempo, in un vorticoso dinamismo bilanciato dall’unico luogo stabile presente, la Questura di Mosca. Qui l’imprenditore italiano Franchi, in viaggio per affari e testimone inconsapevole dei fatti narrati, si confronta con il commissario Gremov disposto a giocarsi l’ultima carta, quella vincente, con due terroristi da neutralizzare per ritagliarsi una carriera brillante.

Una fuga dà il via al romanzo.  Svetlana fugge da Victor, o meglio sfugge dall’immagine estroflessa di sé, dal compagno di un percorso di vita che porta progressivamente al degrado fisico e morale e all’inevitabile annientamento. Una fuga che, in maniera imprevedibile come sempre avviene nella vita e con un abile colpo di scena narrativo, la condurrà a probabile salvezza.

Nessun personaggio, partito come dice Svetlana “avvalendosi della libertà, di rischiare pur di allontanarsi, si sente di affrontare la vergogna di una sconfitta”, per cui ciascuno di essi affronta l’ultima scommessa con coraggio ma anche sentimento. “ Qui a Grozny sono tornate le rondini, l’erba dopo la pioggia cresce ancora, nascono i bambini. Tutto tornerà come prima…”dice Khaskhanova accorata a suo fratello Timur al telefono per convincerlo a tornare a casa e farlo desistere dalla guerriglia.

Il senso del romanzo è insito in una citazione dal 1° Libro di Enoch, lo strano libro che sta leggendo l’unico personaggio statico dell’intera narrazione, Diana, la moglie dell’imprenditore Franchi, l’emblema dell’Occidente che sta a guardare tra il pigro e l’annoiato dalla stanza dell’elegante Hotel Holiday Inn: “Allora Raguel, uno degli angeli santi che era con me, mi rispose:-Questa lingua di fiamma, che tu hai visto, è il fuoco dell’occidente che perseguita tutti gli astri del cielo”.

Il mondo consumistico e materialistico occidentale che occhieggia nelle Adidas rosa che Svetlana aveva appoggiato presso il muro di un edificio per non rovinare, laddove più incurante sembra essere con il proprio corpo smunto e consumato da droga e abbrutimento, o nello zaino nero con la scritta CULT in rosso non è più benevolo o positivo di quello orientale permeato da focolai sempre attivi, odio disperato, attentati e sangue versato, torture e violenza.  Odio e sentimento sono ovunque, s’intrecciano, si mescolano e Timur lo dimostra immolandosi per la salvezza di chi dovrebbe essere una nemica, perché come dice Svetlana in maniera provocatoria qualcuno ha detto che si finisce per assomigliare ai propri nemici, cosicchè Timur, per assurdo che possa sembrare, per un attimo ha pensato anche lui di volere essere russo. Sapeva Usman che il suo amico era diverso dagli altri e “non capiva Timur perché giovane e carismatico com’era non lo accompagnava nel suo odio disperato contro gli occupanti, un odio che forte come l’amore per la sua città martoriata dalla guerra, lo teneva vivo.”

Un tenero e fugace sentimento d’amore sboccia a sorpresa nelle ultime pagine del romanzo e irradia un’intermittenza di luce perché Svetlana è colei che porta la luce a Timur dopo una vita buia accecata da odio e vendetta e prima del buio della morte alla quale il giovane ceceno s’immola per  non tradire sotto tortura.

Recensione di Lucia Sallustio

8 thoughts on “Le mie recensioni

  1. Ricordi di un emigrato dei nostri tempi e rimpicciolendo in lontananza. Non avemmo neppure il tempo di provar paura. Probabilmente il pilota aveva voluto spaventarci. Molti di quei piloti da caccia erano poco più che ragazzi. Un piccolo scherzo! *** Un bel giorno, di primo mattino, quando ancora dormivamo tutti, arrivarono alcuni “sidecar” con soldati tedeschi. Ci cacciarono dal secondo piano a pianterreno e nelle nostre stanze si installarono loro. Era un comando austriaco, come sapemmo poi. Fummo fortunati, perché si diceva che gli austriaci fossero più amichevoli dei tedeschi. Erano quasi tutti molto giovani. Era difficile parlare con loro perché conoscevano solo poche parole d’italiano. Io invidiavo loro il pane di segale, nero, che mangiavano spalmato di margarina, regolarmente, alle ore dei pasti, mentre noi avevamo tessere per comprare alimenti, che non servivano molto, visto che gli alimenti non c’erano. Tutte le mattine partivano i “sidecar” con tre uomini. La sera tornavano le motociclette col carrozzino spesso vuoto. A turno, i soldati avevano un giorno di vacanza, ogni settimana. Una mattina uno di loro, nel giorno di riposo, disegnava seduto sul prato di fronte alla casa. In quei tempi anch’io mi divertivo, di quando in quando, a scarabocchiare su fogli di carta da disegno. Mi sembrò quasi un collega e poiché non aveva molti anni più di me, mi feci coraggio e provai a parlargli. Naturalmente sia io che lui ci intendevamo più con gesti delle mani e della testa che con le parole. Mi mostrò il paesaggio che cercava di riprodurre e mi sembrò di capire che quel pomeriggio sarebbe dovuto partire per il fronte. – “Paura” ripeteva, “Paura”. Io non riuscivo a intendere: era lì, senza nessuno che lo sorvegliasse, sapendo che dopo alcune ore sarebbero venuti a prenderlo per portarlo al fronte, da dove non sarebbe tornato e con una gran paura . Sapeva benissimo che i tedeschi avevano già perduto la guerra. Aveva davanti a sé chilometri di campi e colline boscose e non pensava neppure a fuggire. 25 Gli chiesi più volte perché non se ne andava. – Ordini… ordini… ja… dodici, venire – Gli avevano detto che sarebbero venuti a prenderlo alle dodici e lui aspettava. Io mi convinsi che i tedeschi erano molto disciplinati, ma anche un po’ stupidi. Non so per quale motivo, ma non lo rividi più. *** C’erano altri soldati, un po’ più anziani, sposati, che bisognava evitare, perché appena potevano tiravano fuori dalla tasca il portafoglio con le foto della moglie e dei figli e non c’era modo di cambiare argomento *** Una volta accompagnavo mio padre per una stradina di campagna ed incontrammo un tedesco con i capelli rossi, che aveva voglia di fare amicizia. E parlava, parlava sorridendo, ma sempre in tedesco e noi non capivamo niente. Smise quasi subito di sorridere appena cominciò ad udirsi il rombo, sempre più forte, di una squadriglia di quadrimotori che si avvicinava. Non c’era pericolo perché eravamo in aperta campagna, ma lui cominciò a tremare e quando il rombo dei motori si fece più forte, si gettò bocconi sul campo al bordo della stradina, nascondendo la faccia tra le zolle del terreno arato. Quando gli aerei furono passati ed erano già lontani, il soldato si alzò e con l’espressione della faccia un po’ stralunata ripeteva: – Russia… Russia. Capimmo che lo avevano mandato in Italia dopo essere stato sul fronte russo. Si era salvato, ma quella dev’essere stata una esperienza terribile. *** C’era vicino alla nostra città un ponte, chiamato “i sei ponti” perché aveva sei arcate. Faceva parte della linea ferroviaria Roma-Ancona e pertanto era molto importante. Nell’ultimo periodo dell’occupazione tedesca, quasi ogni settimana, una squadriglia di bombardieri, non so se inglesi o americani, tentava di demolirlo lasciando cadere una miriade di bombe. Il bello era che il primo aereo della squadriglia accennava appena una “picchiata” per avvicinarsi al bersaglio, ma tutto il resto del gruppo lasciava cadere il carico senza neppure provare ad abbassarsi. Erano prudenti! 26 Naturalmente da quell’altezza era impossibile colpire il bersaglio e le bombe solo cavavano grandi crateri nei campi. Noi ragazzi, quando potevamo osservare la scena, sempre la stessa, da una doverosa distanza, ci scherzavamo sopra. *** Dato che eravamo sfollati, io non andavo a scuola. All’inizio, alcune professoresse venivano periodicamente in una cascina, chiamavano tutti gli studenti dei dintorni, facevano una specie d’esame ed assegnavano i compiti per la volta seguente. L’insegnante d’italiano, molto giovane, mi disse di memorizzare non ricordo quanti versi di un certo capitolo dell’Eneide. E mi annotò i numeri del capitolo e dei versi. Per una distrazione, mi aveva indicato l’episodio che trattava dell’incontro di Didone ed Enea: “e testimoni ne furon il buio e l’antro…” Quando, nella lezione seguente, mi chiese di recitare i versi ed ascoltò di che si trattava, arrossì visibilmente. L’incidente fu molto divertente per me ed i miei compagni *** Per mia fortuna c’era la villa di un marchese, a non grande distanza da dove vivevamo noi. Il padrone di casa era tutto un personaggio. Faceva parte della guardia nobile del papa, che a quei tempi esisteva ancora. Aveva una moglie americana ed una squadra di figlie, di tutte le età, una più bella dell’altra. Loro avevano una biblioteca ed il nipote del padrone di casa era un mio coetaneo ed io lo conoscevo. Così, periodicamente percorrevo a piedi, tra i campi, il cammino sino ad arrivare alla residenza del mio amico, il quale mi prestava tutti i libri che potevo portare sotto le due braccia. Avevano una biblioteca. In casa nostra non c’era luce elettrica. Le centrali che la producevano erano state distrutte. Io, con un barattolino vuoto di concentrato usato per fare il brodo e che aveva il coperchio di latta, avevo fatto una specie di lampada. Uno spago attorcigliato, che attraversava il coperchio e pescava nell’olio del recipiente, era lo stoppino. Così potevo leggere tutto il giorno e gran parte della notte. Naturalmente la mattina seguente avevo la faccia coperta dal nerofumo ed il soffitto della stanza non era più esattamente bianco. 27 Un giorno, mentre ritornavo a casa con i libri, arrivarono gli aerei per ripetere il bombardamento usuale dei “sei ponti”. Io, pur essendo a notevole distanza dal bersaglio, atterrito dalle esplosioni e dai bagliori degli scoppi delle bombe che cadevano da tutte le parti, lasciai cadere i libri ed abbracciai il tronco di una grande quercia, a lato dello stradello, aspettando ad occhi chiusi la fine di quel finimondo. Terminato il bombardamento, con le gambe tremanti, raccolsi i libri e, vicino a questi, trovai una di quelle piccole eliche, di dieci centimetri di diametro, che servivano ad attivare la spoletta delle bombe. Non si era rotta. Con lo scoppio era volata fino a me. Era di alluminio. La raccolsi e la portai a casa. L’ho usata come fermacarte, per tanti anni. *** Un bel giorno si sparse la voce che erano arrivati gli americani. Effettivamente i tedeschi, di notte, avevano abbandonato la villa. Di primo mattino un solo carro armato tedesco, non molto grande, percorse il tratto di strada del fondo valle, che si poteva osservare comodamente da casa nostra. Erano quattro o cinque chilometri di asfalto rettilineo. Passammo il resto del giorno fuori casa o sul terrazzo per scorgere qualche indizio dell’arrivo dei “liberatori”. Non avevamo la minima idea di come sarebbe avvenuto. Nel pomeriggio inoltrato vedemmo in lontananza una strana automobile, mai vista prima. Era una “jeep”, che si fermò subito per un buon quarto d’ora, lontano. Poi percorse un tratto di strada per fermarsi nuovamente e così per tutto il percorso. Erano molto, molto prudenti i… “liberatori”! Non sapevano evidentemente che i tedeschi avevano abbandonato la zona e non volevano arrischiarsi troppo. Era già quasi notte quando la ”jeep” fece dietro front e scomparve dalla parte da dove era venuta. Erano quelli gli americani che aspettavamo? Lo erano. Infatti il giorno seguente comparvero autocarri con un rimorchio che aveva tante ruote piccoline e che trasportavano carri armati Sherman. Questi sì, erano carri armati pesanti! E gli autocarri, uno dopo l’altro, formavano una fila che si snodava lentamente. Il passaggio degli autotrasporti continuò per due giorni. 28 Alla fine, quando terminò, non c’era più asfalto sulla strada. Era stato polverizzato. Questo servì a farci meditare sulla pazzia che era stata fatta al voler combattere con “quattro milioni di baionette”, come diceva la propaganda, contro un esercito con simili mezzi. Già avevamo avuto lo stesso pensiero quando erano cominciati i bombardamenti e vedemmo per la prima volta le squadriglie di aerei quadrimotori. In Italia non c’erano quadrimotori In tutti gli anni di guerra io non avevo mai visto un nostro carro armato delle dimensioni degli Sherman, né un quadrimotore. *** Durante cinquanta anni, dopo la fine del conflitto, ho visto tanti film , con soldati molto coraggiosi e ligi al loro dovere. Eroi da medaglia. Ma loro non erano certo i soldati che avevo visto io, durante tutta la guerra. Nei film ci sono sempre eroi. Eroi così, io non ne ho mai visti. “O forse erra dal vero, mirando all’altrui sorte, il mio pensiero”. Forse i personaggi di questo racconto sono stati tutti eroi… siamo stati tutti eroi… veri. SPAGHETTI ITALIANI Erano trascorsi sette anni da quando avevo cominciato a lavorare in Argentina e l’Istituzione dalla quale dipendevo mi assegnò una borsa di studio per trascorrere nove mesi presso una fondazione internazionale, in un altro paese dell’America del Sud. Io partii per primo e la mia compagna mi raggiunse dopo un mese. Impiegai questo primo mese per conoscere l’agricoltura di una vasta regione. Nel paese c’era stata una riforma agraria, in tempi già lontani, con la quale si era cercato di dare terra da coltivare a tutte le famiglie. Naturalmente, ogni famiglia aveva una superficie molto piccola. In una occasione vidi una casa in legno costruita su tronchi d’albero, all’altezza di circa due metri dal suolo. Sotto il pavimento della casa erano racchiusi gli animali domestici, in modo da avere maggiore superficie coltivabile. Così dovevano essere state costruite le abitazioni dei villaggi di palafitte della preistoria, ma gli agricoltori erano abbastanza contenti della loro situazione e potevano vivere. 29 Quando la mia compagna mi raggiunse, ci trasferimmo nella città capitale, dove era l’Università ed il mio ufficio presso la Fondazione. Da allora cominciammo a trascorrere i fine settimana nei luoghi di turismo. E lei era entusiasta del paese che vedeva andando in auto per le autostrade, nel circuito turistico. Solo io sapevo che era sufficiente inoltrarsi in una delle tante strade di terra ai lati dell’asfalto per incontrare i villaggi dei contadini con i loro piccoli appezzamenti di terreno coltivato a mais. Negli anni seguenti le cose cambiarono molto. Furono trovati ingenti giacimento di petrolio. Un giorno facemmo la conoscenza della moglie dell’addetto culturale presso il consolato italiano del luogo. Nella loro famiglia, finalmente, si poteva parlare italiano. In casa, avevano pezzi di roccia con incrostati cristalli di smeraldo bellissimi. Li avevano comprati in non so quale paese dell’America del Sud, dove esisteva una miniera e li usavano come ornamento, appoggiati sui mobili. Il loro figlio maggiore ci raccontò una sua ultima avventura, molto eccitante per persone che vivevano nel mondo diplomatico. Salendo sull’ascensore di un edificio statale della città, per partecipare ad una conferenza, si era trovato solo con una ragazza, che credette avesse più o meno la sua età. E lui la trattò da uguale, parlando e scherzando. Poi volle accompagnarla nel salone dove si svolgeva l’evento e fu sorpreso nell’osservare come la ragazza venisse salutata e lasciata passare con evidente grande rispetto. Messo in sospetto, fece in modo da poter chiedere ad un cameriere se sapeva chi fosse la sua compagna. – È la moglie dell’ambasciatore di…, una delle grandi potenze. Naturalmente lui si affrettò a prendere le distanze, spaventato per il suo ardire Poi ci sedemmo tutti a tavola, per cenare. Sulla tavola c’era un fiasco di Chianti, di quelli impagliati, un panforte di Siena e, naturalmente, spaghetti italiani. Che buoni! Noi che da tanti anni vivevamo all’estero, sapevamo quanto fosse difficile trovare quel ben di Dio, anche se la cosa non era impossibile. E poi venne uno zampone di Modena ed allora fu impossibile trattenersi dal chiedere dove comprassero tutte quelle buone cose. – Vengono dall’Italia, ci dissero. Doveva costare l’ira di Dio importare quei prodotti per l’alimentazione quotidiana. 30 Solamente più tardi, ritornando a casa, la mia compagna mi disse che la padrona di casa le aveva confessato all’orecchio: valigia diplomatica! RITORNO ALLA PREISTORIA. NASCITA DELLA “SEMINA DIRETTA” L’uomo divenne agricoltore quando imparò a fare piccoli buchi nel terreno ed a riporvi i semi. Poi qualcuno costruì una specie di aratro capace di aprire un piccolo solco superficiale. Poi furono inventati gli aratri veri, prima di legno, poi d’acciaio. E Newton e Leibniz insegnarono a calcolare le forze ed i movimenti delle zolle che si rovesciano su se stesse, coprendo di terra la vegetazione spontanea. Aumentò così, enormemente, la produzione agricola ma aumentò anche l’erosione del suolo. Nel 1964, io stavo già lavorando in una Stazione Sperimentale Agricola, in Argentina ed avevo disegnato alcuni esperimenti per approfondire la conoscenza della dinamica dell’acqua nel suolo. Il disegno sperimentale comprendeva anche parcelle con colture seminate su terreno arato e non arato. Secondo quanto previsto le piante coltivate avrebbero dovuto crescere bene, nelle parcelle arate e male, in quelle non arate. Ricordo ancora la mattina quando l’incaricato del campo, con una faccia molto preoccupata, si precipitò nel mio ufficio e mi chiese: – “Dottore, come faccio io a seminare in un suolo non arato?” – Lo rassicurai spiegandogli lo scopo e la maniera di procedere e dicendogli che avremmo controllato la crescita della vegetazione spontanea mediante l’uso di prodotti chimici. Le cose andarono, all’inizio, come avevamo previsto. Le piantine nacquero stentatamente nelle parcelle non arate. Lo sviluppo della vegetazione migliorava sensibilmente man mano che aumentava la profondità della rimozione del suolo. Alcuni professionisti, dipendenti di grandi società dedicate all’agricoltura, si mostrarono interessati a questa ricerca. Venivano a visitarmi di quando in quando ed io li guidavo sino al campo sperimentale. Non portavo con me il disegno dello stesso perché i trattamenti si potevano intuire dalla differenza in altezza della vegetazione. Ma un giorno, dopo qualche tempo dalla semina, una volta arrivato con alcuni ospiti al campo sperimentale, non fui più in grado di distinguere le parcelle con e senza rimozione del terreno. Rimanemmo tutti molto meravigliati. Ancor più io lo fui, quando ottenni i rendimenti in grano 31 corrispondenti ai diversi trattamenti. Non c’erano differenze apprezzabili tra il rendimento delle parcelle arate e non arate. Meglio non riportare i commenti del personale della Stazione Sperimentale. Il più benevolo era quello che mi consigliava d’andare in manicomio, se credevo davvero di poter seminare in quella maniera i campi della zona. L’esperimento fu ripetuto negli anni seguenti, ma era molto difficile far accettare la filosofia di “questa nuova” e “preistorica”, tecnica colturale. É naturale… dopo i millenni nei quali era stato usato l’aratro! Ora la semina su terreno non arato è molto diffusa nella “Pampa” e, per quanto ne so, anche in Africa e in altre parti del mondo. Si chiama “siembra directa”, “no till”, “no tillage”, “labranza cero”. Aiuta molto a risolvere il problema della conservazione del suolo, specialmente nei paesi nei quali è rimasto qualcosa da conservare. Non ha avuto molta diffusione in zone dell’Asia e dell’Europa, dove l’uso millenario dell’aratro ha causato già tutta l’erosione che era possibile provocare. Ora si parla molto di desertificazione ed erosione. Ma non bisogna dimenticare che, quando gli spartani difendevano le Termopili, la larghezza del passaggio occupato da quei trecento eroi, non era molto grande. Ora, tra un lato e l’altro del valico delle Termopili, ci sono chilometri. Questa è l’erosione. PRESIDE E ANZIANO Alto, magro, quasi un “don Chisciotte”, fumando il suo eterno sigaro toscano. Questi era il preside dell’Istituto Tecnico Agrario nel quale avevo ottenuto l’incarico di insegnare, non appena laureato. Quando ci si riuniva nella sala dei professori, aveva il vezzo di ripetere: “Io, preside e anziano…”. La frase serviva per far prevalere le sue opinioni ma, alla fine, era anche capace d’ascoltare le idee altrui. Io non ebbi la fortuna d’entrare nelle sue grazie per due incidenti occorsi durante l’anno scolastico. Il preside era solito entrare senza preavviso nelle aule, mentre si faceva lezione, ed interrogare gli alunni per controllare come procedeva lo svolgimento del programma. Una mattina me lo vidi affacciarsi alla porta dell’aula, nell’ora di entomologia. Gli cedetti volentieri il mio posto, sulla cattedra. Con aria paterna, cominciò a parlare di questo e di quello e, ogni tanto, chiedeva qualcosa agli alunni. Tutto procedeva benissimo, sin quando ebbe la malaugurata idea di accennare ad un insetto che attaccava la frutta e causava un certo tipo di sintomi. – I danni causati da questo insetto – e disse il nome dell’insetto… 32 Non poté proseguire, perché un alunno, alzata la mano, esclamò: – Ma con questi sintomi, il danno è causato da quest’altro insetto e non da quello che dice lei! – Purtroppo l’alunno aveva ragione. Il preside, che era anche “anziano” lo sapeva, perché non lo contraddisse. Una svista. Continuò, sempre col suo tono paterno, a parlare, poi alla fine disse: – Bene, bene e andò via -. Tutti i ragazzi rimasero eccitati… avevano corretto un errore del preside! Ci fu un’altra occasione nella quale, pur non volendo, riuscii ad allontanare da me qualsiasi sua simpatia. Era arrivata all’Istituto una nota da parte del Ministero, nella quale si chiedeva di dedicare un’aula ad un ufficiale morto durante la guerra. Si trattava di mettere una piccola targa con nome e cognome del morto, (in un atto eroico si supponeva), sulla porta di un’aula. Il preside riunì tutti i professori e lesse la nota che diceva approssimativamente: – “Il tenente…, nato in questa città, amato e stimato da tutti coloro che lo conobbero, ha dato la sua vita per la patria sul fronte… Fin da giovane era sempre stato un grande cacciatore. Ha sempre collaborato con l’associazione cacciatori…” Seguivano due o tre paragrafi magnificando le attività venatorie dell’eroe. Poi, più nulla. Si aveva la netta impressione che il tenente meritasse d’essere ricordato agli allievi, che frequentavano l’Istituto, per essere stato un concittadino e un appassionato cacciatore. Io ero giovane, anche se ormai avevo superato l’età nella quale si pensa che sia possibile migliorare il mondo. Però non mi era chiaro il motivo della richiesta e non mi sembrava giusto fare quanto suggerito, con tanti veri eroi che molti di noi avevamo conosciuto durante la guerra. Mentre tutti tacevano, io chiesi spiegazioni. Il preside disse che non poteva darne. Non sapeva nulla di più di quanto comunicato dal Ministero. La nota venne messa da parte e si parlò d’altri problemi. Probabilmente questo contribuì a farmi classificare come un rompiscatole. Era il 1954. Poco tempo fa, dopo più di cinquant’anni, ho letto su internet che hanno dato il nome di quel preside all’Istituto, ed ho visto anche la fotografia del suo busto, su un piedistallo. Il busto sembrava di bronzo. IL CHIRURGO RENÉ FAVALORO Era un cardiochirurgo noto nel mondo intero e venerato dagli argentini, con esclusione solo di un certo numero di suoi colleghi. Lo conobbi nella Stazione 33 Sperimentale di La Pampa, dove lo invitarono più volte, perché conosciuto da tutti. In gioventù, era stato medico condotto in un paesotto della regione. Oriundo italiano, riusciva sempre a trovare l’occasione di accennare al fatto che suo padre era stato un falegname o meglio, come specificava immediatamente, un ebanista. Alto, robusto, con una voce profonda ed un carattere quasi violento, incuteva facilmente timore e lui stesso diceva che utilizzava questa sua qualità in sala operatoria, per non permettere distrazioni al personale. Però aggiungeva sempre che bisognava essere modesti, anche essendo coscienti della propria superiorità e che lui stesso accettava sempre di mostrare il suo modus operandi, quando ne veniva richiesto, in altre città od altri paesi, umilmente. Solo per insegnare. All’università era stato un alunno modello e delfino del titolare della cattedra di chirurgia fino a quando, laureato, gli era stato imposto di iscriversi al partito dominante in quel momento, se voleva ottenere il posto. È lui se ne era andato a fare il medico condotto nell’interno, in un paesino della provincia di La Pampa. Per questo motivo lo invitavano sempre nella Stazione Sperimentale, tutte le volte che era di passaggio. In queste occasioni, dopo il pranzo, si riuniva con tutti noi, il personale di ricerca, e raccontava aneddoti sul suo lavoro. Quando fu stanco d’essere misconosciuto nel piccolo paese, scrisse una bella letterina ad alcune università dell’America del Nord. Una di queste gli rispose e lui emigrò. L’università era famosa e lui ancora no, e perciò lavorava umilmente, nell’ospedale. Aiutava anche a trasportare le barelle, quando necessario. Ma ebbe molta fortuna. Gli si presentò, infatti, l’occasione di esprimere la sua opinione su una diagnosi realizzata dal direttore del reparto. Il direttore, sicuro di sé, gli disse d’essere presente all’operazione, la mattina seguente, così avrebbe potuto rendersi conto del suo errore. Ma la ragione era dalla parte del giovane chirurgo, come riconosciuto, finalmente, da tutti. In un’altra occasione, mentre aiutava il direttore ad operare con un catetere questi, per errore, lo introdusse nel cuore del paziente. – Restammo tutti con il fiato sospeso, non sapendo cosa sarebbe successo- disse rifacendo l’espressione ansiosa di quel momento. – Ma non successe nulla – aggiunse. E seguirono molti anni, con molto, molto lavoro. Un’altra volta, mentre stava operando, lo raggiunse un infermiere con un messaggio del direttore. Lo pregava di raggiungerlo nel settore dove si effettuavano esperienze con animali. Lui rispose che non poteva ma, dopo una seconda 34 richiesta, lasciò il suo posto ad un aiuto ed andò. Il capo del dipartimento stava immobile di fronte ad una scimmia con il petto squarciato. Lui sapeva bene di cosa si trattava. Da pochi giorni aveva provato a ricucire un’arteria dell’animale, tagliata in due parti. – Avevo ricucito i due pezzi così ,- e fece un gesto con le dita – come fanno le donne… – Ed ora, le due parti, erano perfettamente saldate. A questo proposito ricordò i lavori precursori del dottor Alexis Carrel, il professore francese che, all’inizio del novecento, trascorreva le sua vacanze alla fondazione Rockfeller di New York, realizzando ricerche biomediche, senza il controllo di nessuno. Era nata così una nuova tecnica chirurgica, che ebbe vasta applicazione negli anni successivi quando, già perfezionata, fu resa nota in un congresso. Fu impressionante vedere le centinaia di persone presenti nel salone, levarsi in piedi ed applaudire calorosamente. Passarono altri anni e un giorno scrisse una lettera di dimissioni. La direzione del dipartimento gli fece una offerta notevole in denaro, libera di imposte, specificava, ma egli disse che non si trattava di denaro. Quello che voleva era poter fare, nel proprio paese, quello che stava facendo come emigrato. E tornò in Argentina e creò una fondazione che porta il suo nome, dove continuò lavorando ed insegnando chirurgia vascolare che, nel frattempo, aveva progredito molto. Poi sopraggiunse un periodo di crisi economica per l’intero paese e la sua fondazione non ricevette più nessun aiuto. La sua età era avanzata. Era solo e già varie volte era stato consigliato di smettere d’operare. Era stanco di lottare. Aveva un bel dire, lui, che avrebbe continuato ad operare finché avesse avuto la capacità di soffrire insieme al paziente. Morì suicida, pianto dalla nazione intera. LA RICERCA Quando iniziai a lavorare nella Stazione Sperimentale, in Argentina, quasi cinquant’anni fa c’erano, nell’ambiente, molte buone idee sulla ricerca e sui ricercatori. Si poteva scegliere l’argomento di studio e bastava presentare un progetto con un preventivo che, se approvato, metteva a disposizione la somma di denaro necessaria alla sua realizzazione. La direzione si preoccupava dei giovani, inviandoli con frequenza all’estero a congressi. Si assegnavano borse di 35 studio anche se non si era più molto giovani e tutti erano spiacenti se qualche ricercatore abbandonava la Stazione Sperimentale attratto da una stipendio migliore in una società privata. Una mentalità che non avevo mai trovato nelle università italiane. Ed io cominciai a lavorare contento. Purtroppo questo ambiente, tanto favorevole alla ricerca, non durò più di una decina d’anni. Vennero i golpes militares, la crisi economica, l’organizzazione dell’istituzione o, più semplicemente, si organizzò una burocrazia che tutto controllava e dominava. I ricercatori ora, aspirano a diventare “capi” o “direttori”. Per quanto ne so, i progetti di lavoro vengono elaborati nella direzione centrale ed inviati, per l’esecuzione, alle numerose Stazioni Sperimentali presenti in tutto il paese. Quando mi è capitato di parlare di questo con qualche vecchio amico dei pochi rimasti, non ho potuto fare a meno d’osservare che la scienza ha progredito sino ai nostri tempi per merito di individui che hanno lavorato soli. Pitagora, Archimede, Aristotele, alcuni alessandrini, gli indiani e gli arabi diffusori della matematica, alcuni alchimisti vissuti nell’oscurità nel Medio Evo, alcuni grandi del Rinascimento, Pascal, Galvani, Volta, Spallanzani, Medeleev, Mendel sino ai chimici e fisici dell’ottocento, ai Bohr, a Marconi, a Planck, a Fleming, ad Einstein, a Fermi ed agli atomisti moderni. Tutti hanno lavorato soli. Ora si pretende che tutti lavorino in “equipe”, ed in molti casi questo è bene. Ma non in tutti i casi. Certe idee, certe intuizioni sono degli individui ed il lavoro in “equipe” serve solo per seppellire quelle idee e quelle intuizioni. Socrate fu condannato perché insegnava ai giovani a pensare con la propria testa. Cantor fu accusato ed ostigato perché le sue idee sugli infiniti corrompevano i giovani ed il poverino finì dritto in manicomio. Non parliamo poi di Galileo e di chi sa quanti altri conosciuti e sconosciuti. Ed ai nostri giorni, mentre l’uomo procede sistematicamente a rendere sempre meno abitabile la terra, abbiamo sempre più bisogno di ricercatori, delle loro intuizione, delle loro ipotesi da provare. Non possiamo permetterci di mandare a fare i muratori giovani dalla mente brillante. Non possiamo permetterci di annullare quelle menti brillanti, che riescono ad arrivare agli studi superiori, in una “equipe” dove si trovano nella posizione di “uno contro tutti”. I direttori nazionali e generali, tutta la sequela di direttori di Sperimentale, di coordinatori e capi di vario ordine e grado, saranno molto importanti ma, sino ad ora, non sono stati loro ad avere le idee e le intuizioni che hanno portato la scienza al livello attuale. 36 ORO ALLA PATRIA Era l’anno 1935 e l’Italia iniziò la guerra con l’Etiopia. Mussolini voleva l’Impero! La conquista era ben giustificata. Doveva servire per dare lavoro a tanti italiani che, in quel tempo, dovevano emigrare. E l’Italia investì grandi capitali nella guerra e, nella pace seguente, nella costruzione di strade, città e di tutte le infrastrutture necessarie per far progredire l’Impero. Molti anni dopo ascoltai vari oratori che affermavano che se quei capitali fossero stati investiti nel’Italia del Sud forse il problema del sottosviluppo, nel meridione d’Italia, non esisterebbe. La guerra fu dichiarata e la Società delle Nazioni applicò le sanzioni economiche. Ma la genialità degli italiani fece di “necessità virtù” e le possibilità pubblicitarie di una dittatura si manifestarono in pieno: – Oro alla Patria! – Oro alla Patria! – Oro alla Patria! Era la frase ripetuta continuamente alla radio, sui giornali, nelle scuole. Nelle famiglie il padre e la madre portavano, nella mano, una fede d’oro. Era stato deciso che quell’oro era più utile alla Patria. Bisognava donare gli anelli. Tanti e tanti anelli sarebbero diventati tonnellate d’oro. In una domenica soleggiata il “podestà” fece venire il fabbro del paese nella piazza colma di gente. Il fabbro fece fondere l’oro in un crogiolo ed ottenne un lingotto di non so quanti chilogrammi. Non è facile stimare il peso dell’oro, dato il suo grande peso specifico. Le fedi d’oro furono sostituite con identiche fedi d’acciaio brunito. Non tutti avevano donato il loro oro, ma tutti sfoggiavano le fedi d’acciaio. Non era prudente fare altrimenti. Quella domenica io avevo pochi anni e camminavo nella piazza, tra le gente che faceva festa. Poi passarono gli anni. Iniziò la seconda Guerra Mondiale. Fummo sconfitti. L’Italia fu distrutta. Ma io non sentii più parlare di quell’Oro alla Patria. Non sono mai riuscito a capire il perché. Forse la coscienza di essersi lasciati convincere tanto facilmente dalla propaganda della dittatura. La consapevolezza che quell’oro fu usato contro una popolazione che, in verità, aveva più bisogno di oro che di guerre. IL DOTTOR MAIZTEGUI Ho sentito parlare di “malattie orfane” tanti anni fa. Si tratta di malattie che sono circoscritte in determinate regioni e sono più o meno mortali. 37 Ma non sono diffuse in popolazioni sufficientemente numerose da interessare le case farmaceutiche. La “febbre ermorragica argentina” o ”mal de los rastrojos”2 o “febbre di Junín” era una “malattia orfana” che solo da non molti anni può essere controllata con un vaccino. Il dottor Maiztegui ha avuto molto a che fare con questo vaccino. Io ho conosciuto Maiztegui a Pergamino, quando era ancora giovane. La Stazione Sperimentale, aveva alcuni edifici che erano rimasti inutilizzati, abbastanza lontano dalle sezioni dove si lavorava in agronomia. Questa distanza notevole facilitò la decisione di cederli a Maiztegui per organizzare un istituto per lo studio della “febbre emorragica argentina” che, essendo una “malattia orfana”, aveva bisogno di locali e finanziamenti. Era la decade del ’60, quando Maiztegui fu invitato ad una delle usuali riunioni del sabato pomeriggio, nella Stazione Sperimentale. Lui era appena ritornato dall’America del Nord, dove aveva realizzato studi di epidemiologia ed ora si riuniva con noi per darci una idea di ciò che avrebbe tentato di fare. Chiaro, lo scopo finale era quello di creare un organismo per lo studio delle malattie virali. Il “mal de los rastrojos” era una malattia dovuta a un virus già conosciuto, ma non si sapeva ancora bene come si trasmettesse e non c’erano vaccini e non si sapeva come combatterlo. E lui ci spiegò che la malattia, che aveva un’alta mortalità, era presente nel centro- est dell’Argentina e più esattamente nella zona dove si coltivava intensamente il mais. E noi lavoravamo e vivevamo esattamente al centro di detta zona. Si sapeva che la malattia era trasmessa da un topolino dei campi, che si moltiplicava molto tra le stoppie del mais, dove trovava una buona alimentazione. E ricordo che disse di sospettare che l’agente vettore tra il topo e l’uomo, fosse una pulce, ipotesi poi rivelatasi non vera. E raccontò che per studiare l’agente vettore, era andato nei campi di un agricoltore, nella cui famiglia si era verificato un caso di morte. L’agricoltore, sebbene gli avesse raccomandato di non farlo, aveva preso un secchio e, tra le erbacce, al bordo dei campi, afferrava i topolini per la coda e li metteva nel secchio. Così lui ebbe sufficiente materiale per i suoi studi. 38 2. “Rastrojos” non sono altro che le stoppie di mais che rimangono sulla superficie del suolo, dopo la raccolta. Quando uno dei presenti gli chiese perché alcune persone, in una stessa famiglia si ammalavano ed altre no, rispose che coloro che erano resistenti alla malattia, lo erano perché si erano già ammalati anteriormente. Solamente avevano avuto un “mal de los rastrojo piccolino cosí”, ed appoggiava il pollice della mano sulla punta del dito indice. E si era immunizzato. Poi un dipendente della sezione mais, della Sperimentale, si ammalò e morì di questo male. Quel giorno, dopo il lavoro, andai a trovare il mio medico di famiglia. Maiztegui si stabilì definitivamente negli edifici ceduti che, con il tempo, divennero l’Istituto Nazionale delle Virosi Emorragiche e, dopo la sua morte, l’Istituto Nazionale delle Malattie Virali Dr. Julio Maiztegui. In tanti anni, durante i quali fu direttore dell’Istituto, Maiztegui non ebbe la fortuna d’ottenere il vaccino tanto cercato ma, all’inizio dimostrò come l’alto tasso di mortalità della malattia da lui studiata, poteva essere abbattuto con plasma sanguineo di ex malati e nei suoi ultimi anni comprovò l’efficacia di un vaccino ottenuto da altri. Ma la sua vera grande vittoria rimane la creazione dell’Istituto, contro l’indifferenza e l’ostilità burocratica generale. Frutto di un lavoro perseverante, che durò una vita. LO SPETTROMETRO DI MASSA Dal 1963 sono vissuto in Argentina ed ho visto vari golpes dei militari. Quando le cose nel paese non procedevano molto bene la colpa era dei politici. Il che era sicuramente vero, in grande parte. Il rimedio era semplice: sostituire i politici con militari e le cose sarebbero andate… peggio. L’ultimo golpe fu terribile. Ma io non intendo parlare di questo. Nella decade del ’70, all’inizio della rivolta, stavo lavorando in una stazione sperimentale della Pampa Semiarida. Avevo in progetto di realizzare alcune ricerche sulla fisiologia degli apparati radicali delle coltivazioni più comuni nella regione e, per questo, dovevo usare radioisotopi. Avevo ottenuto l’autorizzazione per l’impiego di materiale radioattivo dall’autorità competente ma, come sempre succede, non disponevo di molti mezzi finanziari. 39 Però l’organismo preposto al controllo dell’impiego di materiale radioattivo mi aveva assegnato, in prestito, vari strumenti che non ero in condizione di comprare. Con un’auto della Stazione Sperimentale ed un autista ero andato a Buenos Aires per ritirare detti prestiti ed eravamo sull’autostrada a non molti chilometri dall’arrivo, quando fummo fermati da un drappello di militari. Non sapevamo del golpe ed i militari dovettero alzare le loro armi per ottenere che facessimo quanto da loro ordinato. Ricordo che ci fecero scendere, armi alla mano e, mentre eravamo in piedi con le braccia in alto, appoggiate sul tetto dell’auto, controllarono il contenuto dell’automezzo. Un sottotenente, molto giovane, con la faccia d’un ragazzino, comandava il drappello. Uno dei soldati che perquisiva l’auto ad un tratto si mise a gridare: – Signor tenente… signor tenente, guardi cosa c’è qui. In effetti, sul sedile posteriore dell’auto c’erano gli strumenti ottenuti in prestito dalla Commissione dell’Energia Atomica. Ed il più grande era uno spettrometro di massa con la scritta ben visibile. Il tenentino, messo sull’avviso dalle grida del soldato, si avvicinò con una pistola in mano e introdusse la testa nel finestrino della porta posteriore. Poi si raddrizzò e, con l’aria di chi la sa lunga, disse: – …è uno “spettrometro di massa”. Possono andare. L’autista prese il suo posto alla guida dell’auto ed io a lato, sul sedile anteriore, mi domandavo cosa avrà creduto, il tenentino, che fosse uno spettrometro di massa e come avesse potuto decidere, tanto rapidamente, che non aveva niente a che fare con la guerra. Ma probabilmente, era stata la scritta: INTA, istituto ben conosciuto in tutto il paese, a farlo decidere. IL FAR WEST E LA PAMPA Il capo della sezione pedologia, che dovevo sostituire nella Stazione Sperimentale nella quale entrai al lavorare, rimase con me più di un mese prima di partire per l’America del Nord, con una borsa di studio. Io non conoscevo l’Argentina e facevo molte domande. Lui si divertiva, evidentemente, a darmi una visione romantica e grandiosa del paese. 40 Era figlio di un italiano e più esattamente di un toscano e pertanto non mancava di spirito critico e fantasia. L’Italia era un piccolo paese con trecentomila chilometri quadrati, diceva, mentre l’Argentina arrivava a quasi tre milioni ed aveva las Pampas, estese superfici pianeggianti e senza boschi. L’Argentina aveva enormi produzioni di grano e mais. Il numero di bovini presenti negli allevamenti era il doppio del numero di abitanti della nazione. E poi c’era la parte romantica. All’inizio del novecento, banditi yanqui, gli stessi che derubavano banche e treni in America del Nord e crearono tutta una leggenda, si trasferirono in Argentina, cavalcando per giorni e giorni nelle vaste praterie. Potevano, in tal modo, sfuggire alla giustizia. Fu in Argentina che il famoso Butch Cassidy, un suo compagno e una sua compagna, trovarono finalmente la morte, dopo aver ucciso e rubato a volontà. E mi disse di un suo viaggio in treno, dalla costa atlantica sino a Salta, una provincia a ridosso delle Ande, durante il quale lui aveva abbandonato il vagone passeggeri per trascorrere un’intera giornata in compagnia dei macchinisti, cantando, raccontando e bevendo mate, una bevanda locale. Ed a lui piaceva una canzone che ricordava un povero diavolo, che viveva alla giornata e vagava nelle Pampas, viaggiando nascosto nei vagoni dei treni che trasportavano cereali e bestiame e non aveva soldi neppure per comprare la yerba che serviva per preparare il mate, così da essere costretto ad asciugare al sole ed usare di nuovo quella già utilizzata. Puro romanticismo, che voleva assimilarsi a quello di tanti racconti di autori americani, del primo novecento. Quando, dopo tre anni, ritornò dal Nord America aveva cambiato completamente opinione. Le Pampas argentine non erano poi tanto grandi e bisognava guardare con ammirazione il Far West del paese da dove ritornava. Là sì, le pianure erano grandi; là era nata la leggenda degli uomini disperati che cavalcavano nelle pianure, derubando treni e banche e là le cose erano come si vedono nei film… e così via. Si era convinto anche che noi, in Argentina, dovessimo avvicinarci a istituzioni e ricercatori europei, perché tutto il mondo della ricerca, nel paese del Nord, aveva tanti mezzi a disposizione ed un livello tale che noi non avremmo mai potuto raggiungere. Ed era molto dispiaciuto, e si intuiva da come diceva tutto questo, di non poter conservare le illusioni di grandezza di una volta. 41 LA RICERCA, L’ISTITUZIONE E I DIRIGENTI Avevo già trascorso molti anni in un Istituto di Ricerca Agricola, in Argentina. Molte cose erano cambiate, dall’inizio. Ora lavoravo in una Stazione Sperimentale, nella parte centrale del paese. Una regione semiarida, dove i problemi agricoli da risolvere erano tutti più difficili. L’Istituzione, presente in tutto il territorio, che ha una superficie di quasi tre milioni di chilometri quadrati, aveva un Consiglio Direttivo Centrale. I direttori centrali cambiavano con una certa frequenza. Erano rappresentanti d’industrie, di società agricole e di altre istituzioni più o meno interessate allo sviluppo dell’agricoltura, che è l’attività più importante del Paese. Un giorno tutto il personale tecnico fu chiamato nella sala di riunioni perché uno di questi direttori, nominato di recente, voleva conoscere la Stazione. Era arrivato in auto, accompagnato dalla moglie che gli faceva compagnia e gli serviva il mate durante il lungo viaggio. Era un buon uomo. Ci raccontò che aveva cominciato la sua carriera, da giovane, facendo la gavetta nei campi. Poi si era messo in proprio ed ora era proprietario di un grande azienda che produceva latte. Aveva poi partecipato alla creazione di una società che lavorava questo prodotto e lui, ora, rappresentava questa industria nel Consiglio Direttivo. La riunione si svolse senza incidenti sino alla fine, quando l’ospite volle raccontarci alcune sue esperienze. Aveva notato, ad esempio, che nella fabbrica alcuni capireparto avrebbero potuto fare le cose in modo migliore o comunque diverso. Il problema era che queste persone facevano da anni sempre la stessa cosa e sempre le stesse cose vedevano fare intorno a loro. E non si rendevano conto che si poteva migliorare. Era la “routine”. Per correggere l’inconveniente aveva disposto la rotazione del personale, con ottimi risultati. Quello che uno non vedeva, per assuefazione, era notato immediatamente da un altro. Disse che avrebbe proposto questo metodo alla nostra Direzione Generale. – Ma come, esclamò uno dei presenti, noi studiamo sino all’Università, poi ci mandano all’estero per ottenere una specializzazione, poi continuiamo per nostro conto a studiare per approfondire argomenti sempre più limitati, “per apprendere sempre più di sempre meno” e lei vuole, a questo punto, cambiare il tema dei nostri studi? 42 Il dirigente fu sorpreso da questa osservazione e non rispose. Salutò gentilmente l’udienza e se ne andò. Evidentemente non era molto preparato per il nuovo incarico. Tutti i suoi successi d’imprenditore e l’esperienza di tanti anni non erano sufficienti. Il criterio che voleva adottare poteva andar bene in una fabbrica, ma non era il migliore per affrontare i problemi della ricerca. LA PAURA FA NOVANTA* La città di Fabriano, nelle Marche, ha uno stemma dove è rappresentato un fabbro con una incudine, sopra un ponte e con la scritta: “faber in amne cudit olim cartam undique fudit”. La scritta si riferisce all’antica leggenda d’un fabbro che fece far pace a due potenti famiglie del luogo, in lotta per la signoria della città. Il fabbro lavorava sopra un ponte che univa le due sponde del fiume Giano. Il fiume esiste ancora, quasi dopo un millennio ed ha un ponte. Sopra il ponte passa la ferrovia che unisce Roma con Ancona. Il ponte, chiamato “sei ponti” perché ha sei arcate, era il bersaglio quasi quotidiano di bombardamenti da parte degli aerei americani, durante l’ultimo conflitto, e non crollava mai. Noi eravamo sfollati già da tempo in una villa sopra una collina, a una ventina di chilometri da Fabriano e dal ponte. Mio padre, come medico, aveva una assegnazione mensile di benzina, che usava con la sua “topolino” quando doveva muoversi nel circondario per le visite ai suoi malati. L’Italia non disponeva di giacimenti petroliferi e la benzina era molto scarsa per tutti e spesso non se ne trovava. Per circolare, si usavamo biciclette. Noi ne avevamo tre in casa. Un giorno io e mio fratello, poco più grande di me, dovevamo andare in città da nostro padre, che prestava servizio nell’ospedale locale, ma avevamo disponibile solo una bicicletta. Due ragazzini, come eravamo noi, risolvettero facilmente il problema: uno in sella pedalando e l’altro seduto sulla canna con le mani sul manubrio. E così arrivammo a Fabriano. 43 * Modo di dire scherzoso per indicare che, per paura, si possono fare cose anche molto difficili La città era totalmente deserta. Camminando a piedi sulla strada selciata si sentiva l’eco dei passi, che nasceva dal profondo silenzio in cui era immersa la città e rimbombavano e davano una sensazione di terrore, difficile da vincere. Si aveva un gran voglia, del tutto irragionevole, di correre. Quando arrivammo a destinazione, all’ospedale, nostro padre era tanto occupato con i malati che ci disse di ritornare un altro giorno. Così ci avviammo sulla strada del ritorno. Attraversammo la città a piedi perché è molto scomodo andare in due in bicicletta su una strada selciata, per le continue vibrazioni causate dalle connessioni tra i “sampietrini” usati per la pavimentazione. Ma, mentre eravamo ancora nella periferia della città, si udì lo spaventoso urlo della sirena che dava l’allarme. L’urlo della sirena significava che una o più squadre d’aerei si avvicinavano. Salimmo sulla bicicletta, io sempre sulla canna e mio fratello sul sedile, con il patto di correre il più possibile e, percorsa approssimativamente la metà del cammino, darci il cambio. Mio fratello pedalava con tutta la forza possibile ed il respiro affannoso cresceva con l’andar dei chilometri. Ad un certo punto proposi di darci il cambio. I miei muscoli erano più riposati. Ma lui continuava a pedalare e neppure mi rispondeva, tanto era affannato. E corse, corse sino ad arrivare alla base della collina dov’era la villa in cui vivevamo. Qui la strada cominciava ad essere in salita, abbastanza ripida, tanto da essere tracciata in tornanti. Io dicevo di scendere e d’andare a piedi. Ormai eravamo lontani dal bersaglio degli aerei ed inoltre mio fratello non riusciva quasi più a respirare, per l’affanno. Eravamo abbastanza lontani dal bersaglio, ma il lugubre urlo si sentiva ancora forte e faceva tanta paura che lui continuava a spingere sui pedali con le poche forze che gli rimanevano. Nell’ultimo tratto della salita quasi non riusciva a muovere le gambe. Cosi arrivammo al portone di casa. Abbandonata la bicicletta e seduti tutti e due sull’erba del prato, ascoltavamo lo scoppio delle bombe che, alla fin fine, non era poi tanto terrificante quanto l’urlo della sirena. Ora che sono vecchio, prossimo agli ottanta anni, posso rivivere, anche nei particolari più insignificanti, i terrori e tutte le emozioni di quella giornata. Con l’andar degli anni, alcune volte, ricordammo insieme, io e mio fratello, ridendone, le emozioni di quel giorno. 44 L’AUTO A GASOGENO Iniziata la seconda guerra mondiale, tutti ne erano entusiasti. La propaganda fascista batteva la grancassa. Argomenti di conversazione quotidiani, erano l’immancabile vittoria, le conquiste ed il nuovo equilibrio tra le grandi potenze che sarebbe stato instaurato. Ma l’Italia non aveva risorse energetiche. C’erano sì, molte centrali idroelettriche, ma mancava il carbone e soprattutto il petrolio. Molto presto sarebbe mancata la benzina, si diceva. Si poteva usare il gas, in luogo della benzina, ma i giacimenti di gas naturale della pianura padana non erano ancora stati scoperti. Non ricordo se fu una iniziativa locale della cittadina nella quale viveva la mia famiglia o se fu il governo a promuovere l’uso dell’auto a gasogeno. Un giorno, un proprietario terriero del luogo comprò un gasogeno, così si chiamava un apparato che produceva gas per combustione della legna, e lo fece montare sulla sua auto “Balilla”. Ricordo molto bene che, secondo il meccanico che doveva fare il lavoro, le difficoltà erano molte, ma l’entusiasmo generale era tale che furono tutte superate. Usando il gasogeno, se non si aveva molta fretta, si poteva chiudere il rubinetto della benzina ed il motore continuava a funzionare con il gas prodotto dalla legna, che bruciava in un fornello alla base di apparato rotondo, d’acciaio, molto alto, montato nella parte posteriore dell’auto. Nella torre di acciaio, i gas della combustione venivano filtrati ed inviati al motore. Il gasogeno era di metallo spesso e pesava, e pesava anche la legna che bisognava trasportare per mantenere acceso il fornello. I due unici passeggeri che potevano occupare lo spazio restante, dovevano scendere frequentemente dall’automezzo per aggiungere legna e non far interrompere la combustione. Ricordo che io, insieme a tanti altri, ero sulla strada per vedere funzionare la grande invenzione. Si diceva che il meccanico avesse espresso, più volte, il timore che l’auto non avrebbe resistito per molto tempo ma, per non essere accusato d’essere disfattista, aveva fatto del suo meglio. C’era, poi, un altro inconveniente: la velocità che si poteva raggiungere su strada non era molto elevata. Questo fu evidente quando un ragazzo si mise a correre a lato dell’auto in marcia che avanzava, vibrando in modo pauroso. 45 Il proprietario non volle mai ammetterlo ma, dopo il primo giorno, le strutture metalliche dell’automezzo furono demolite dalle vibrazioni e l’auto non fu più vista circolare e, ben presto, fu dimenticata. Questo, lo ricordo molto bene e la cosa non deve meravigliare, né far pensare ad una fantasticheria. Si pensi infatti che, in quel tempo, un non so chi, aveva inventato una macchina per estrarre ferro dalle sabbie nere delle spiagge. Lessi la notizia sulla prima pagina della “Domenica del Corriere”, che si pubblicava in quegli anni. Mi piacerebbe conoscere qualcuno della mia età, che possa ricordare con me questi fatti. Ricordo anche che fu iniziata una campagna per diffondere la coltivazione della ginestra, sui bordi delle strade. L’arbusto doveva essere utilizzato per fabbricare tessuti ma, negli anni seguenti, io non ho mai visto un tessuto fatto con la ginestra. Tutto questo faceva parte della propaganda del fascismo insieme alle scritte che si potevano leggere, dalle strade, sui muri delle case, con le roboanti frasi del Duce, con le trasmissioni dell’”Eiar”(la radio d’allora), i film, sempre preceduti da qualche notiziario inneggiante alle vittorie nostre e “dell’alleato”. IO, IL SARTO E IL GENERALE Dopo laureato e a pochi anni dalla fine della guerra, ottenni un buon lavoro in una grande società. Avevo un’auto ed un appartamento a Roma. Ero solo e guadagnavo abbastanza bene. Mi piaceva vestir bene ed avevo trovato un ottimo sarto in piazza Bologna, a Roma. Naturalmente il sarto costava caro. I suoi prezzi non erano alla portata di tutte le borse ma io, in quel momento, potevo permettermelo. Un giorno, avendo la mattinata libera, andai dal sarto per ordinare un nuovo vestito e mentre sceglievamo la stoffa, entrò un vecchio signore che fu accolto dal proprietario con molta deferenza. – Buon giorno, signor generale – disse il sarto abbandonandomi per salutare il nuovo venuto. Non erano molti anni che era finita la guerra che aveva distrutto l’Italia intera ed i militari non erano molto apprezzati, perché ritenuti corresponsabili della sconfitta. Ed una responsabilità grande veniva attribuita agli ufficiali superiori. 46 Non c’erano vittorie da festeggiare. Non c’era il giorno delle forze armate, festeggiate oggidì, con solenni parate. I militari ed anche i generali non erano molto ben retribuiti. – Sono venuto per scegliere una cravatta – disse il vecchio signore. – Siamo a sua disposizione, eccellenza – rispose il sarto. – No, per favore, non mi chiami eccellenza – – Oh no, io voglio chiamarla così – insistette l’altro. Io ero rimasto al mio posto, senza muovermi. Non avevo mai visto generali durante tutta la guerra e anche questo – pensavo – chissà quanta gente ha fatto ammazzare. Il vecchio signore si avvicinò a me, guardandomi e guardando la stoffa, senza dir niente. Ebbi l’impressione che pensasse: – io non posso comprare che una cravatta e questo ragazzino si sta comprando un vestito! – Io ero sorpreso dal rispetto, che mi sembrava eccessivo, mostrato dal sarto. Però sapevo che c’erano, nel vecchio, i molti anni che andavano rispettati, una mentalità da militare abituata alla disciplina, l’amarezza di dover vivere gli ultimi anni della vita con una pensione non sufficiente e il vedere che tutto questo era ignorato da un giovane. Ma il ricordo delle miserie della guerra recente non mi permise di salutarlo e chiamarlo eccellenza! Nel periodo del “rinascimento del cinema italiano” fu realizzato il film dal titolo: “Umberto D.” Un capolavoro che narrava le vicissitudini di un pensionato che, per la sua anzianità come professore universitario, aveva diritto al titolo di eccellenza, ma doveva vivere con una pensione che non gli permetteva di “vivere”. IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA Quando avevo sei anni vivevamo in un paese delle Marche e mio padre era il medico del luogo. A sei anni bisognava andare a scuola. Io non avevo idea di cosa si trattasse. Sapevo solo che mio fratello, un anno più anziano di me, si alzava la mattina e usciva di casa, per ritornare solo a mezzogiorno. Andava a scuola, mi dicevano! La cosa non mi interessava molto, visto che bisognava alzarsi presto la mattina e a me piaceva dormire sino a tardi. Ed ora dovevo andare a scuola anch’io. 47 Quella mattina mia madre mi vestì con un grembiule bianco e mi accompagnò a conoscere la maestra, che mi prese in consegna e mi fece entrare in un’aula dove c’erano altri bambini. Io ero solo nella mia fila di banchi e, poiché mi annoiavo, mi spostavo da un sedile all’altro, perché non trovavo per nulla interessante quanto detto dalla signora che era sulla cattedra che, oltretutto, era brutta. Poi, a un certo momento, la maestra si interruppe e mi disse con voce seccata, di stare fermo. Molto ubbidiente, io mi fermai; però, giusto per fare qualcosa, cominciai a muovere le ginocchia. – Vai… vai, disse la maestra. Io mi alzai, uscii dall’aula e dall’edificio e me ne andai a casa. Mia madre vedendomi arrivare così presto, mi venne incontro e mi chiese: – Cosa ti è successo? – La maestra mi ha mandato a casa – risposi. – Perché? – Mi ha cacciato ed io sono venuto via. – Ma cosa hai fatto? – Niente. È facile intuire come seguì la storia. Mia madre uscì di casa, molto preoccupata, ed andò a chiedere spiegazioni. La maestra le disse che, vedendo che io muovevo le ginocchia in continuazione, pensò che io avessi necessità del gabinetto e mi disse d’andare. Semplice. Quando mia madre tornò e mi spiegò la cosa, io pensai che le maestre sono persone un po’ strane. Ti cacciano dall’aula, poi dicono bugie alle madri. IL PERCHÉ DEL ’68 Pochi giorni fa, navigando in internet, ho trovato un articolo dal titolo: “Inaugurazione dell’Anno Accademico 1954. Università di Pisa”. Io mi sono laureato nel 1954 a Pisa e per curiosità, pur essendo trascorsi tanti anni, lo lessi tutto. Nell’elenco dei premiati con una medaglia, trovai il mio nome. Una cosa piacevole, che mi lasciò pensando, cercando di ricordare. In quell’epoca mancava più di un decennio al movimento detto del ’68. Nel 1968 lavoravo già da vari anni in Argentina dove non c’era ancora un canale di televisione italiano, né la possibilità di leggere quotidianamente, come ora, un giornale nella nostra lingua per mantenersi aggiornati. 48 E meno in una Stazione Sperimentale Agricola all’interno del paese, dove io lavoravo. Ma in Francia, in Italia e in tutta Europa c’era la gioventù che si ribellava. E tra i giovani, in prima fila, gli studenti. Perché? Quando io frequentavo l’università, non c’era ancora la ribellione. Ricordo solo un sciopero degli universitari per problemi amministrativi del quale ebbi, praticamente, solo notizia. C’era sì, scontento. Non era poi molto che la guerra era finita, ma l’Italia era stata ricostruita. C’era ancora tanto da fare e moltissimo nelle Università, che dovevano essere svecchiate. I corsi di studio ed i professori non erano all’altezza di quanto gli studenti si aspettavano. In ogni cattedra c’era un “barone”. Un padrone assoluto dell’Istituto. I professori avevano ancora la mentalità d’altri tempi. Tanto per dare un’idea, ricordo che un professore anziano, per indicare una ferita della pelle, ripeteva sempre: una “soluzione di continuo”. Un altro parlava di “machine a pondre”, per dire che un insetto deponeva moltissime uova che assicuravano la continuità della specie…e così via. Retorica, niente più. L’unica cosa veramente importante nell’ambiente era ottenere una cattedra, che poi si lasciava, per la maggior parte del tempo, alle cure di un aiuto, perché il titolare si dedicava a molte altre cose. La ricerca non era poi tanto importante una volta ottenuto il posto. È stato questo uno dei motivi del ’68? Forse sì, ma ci sono state, logicamente, cose molto più importanti. Molta politica, molte utopie e si arrivò a uccidere. Ci dev’essere stata un’atmosfera, per certi versi, simile a quella degli anni precedenti la rivoluzione francese. E si arrivò a uccidere. Nel ’68, ricevevo una rivista italiana, sempre con ritardo di mesi dalla data di pubblicazione. In una di queste lessi che uno dei tanti dirigenti di una grande società, era stato assassinato. Si chiamava Gori. Ricordai che durante il ginnasio avevo avuto un compagno che si chiamava così. Era forse lui? Gori era piccolino. Era il primo della classe. Uno di quelli che i professori non interrogano mai, perché tanto sono sempre preparati. 49 Fu lui a cercare d’essermi amico. Non per studiare o giocare insieme, come ben presto verificai, ma per essere protetto, perché nessuno prendeva in considerazione un bambino così piccolo di statura. Infatti quando una volta la scuola organizzò gare sportive nello stadio municipale, misero lui di guardia al cancello, per impedire l’entrata di estranei. Dopo poco venne a cercarmi e mi disse: – Per favore, vieni con me e aiutami, perché tutti entrano lo stesso. Io dico che non si può, ma nessuno mi dà retta – Poi io mi ammalai. Persi un anno di scuola e lo persi di vista. Quando ero già all’università mi dissero che lui studiava ingegneria e che aveva raggiunto una statura normale. Il Gori che avevano assassinato nel ’68 era un ingegnere, vice direttore di una grande fabbrica. Solo anni dopo, durante una vacanza in Italia, mio fratello mi confermò che il morto era lui, il mio vecchio amico. D’accordo… d’accordo, il ’68 fu ben altra cosa, molto… molto di più. Capelli lunghi, femminismo, sogni e conquiste sociali, poi “Lotta Continua” e alla fine il terrorismo. Ma io non c’ero e ne sapevo ben poco. Anche in Argentina erano tempi turbolenti. IL MIO “PICCOLO MONDO ANTICO” Ho conosciuto i miei nonni materni. Lui era segretario comunale a Porto Civitanova e colonnello di riserva. Era questo il motivo per cui ogni tanto si assentava da casa per partecipare al “campo”. Lei non lavorava, se si può affermare che una donna con sette figli non lavora. Uno dei sette era stato sostituito da una medaglia d’argento… era morto in trincea durante la prima guerra mondiale. Ho conosciuto ambedue i nonni e pertanto essi fanno parte dei miei ricordi del mondo reale. Non sono nato in tempo per conoscere i nonni paterni. Così essi appartengono al mio mondo immaginario, costruito con frasi e racconti di mio padre. C’erano in casa due piccoli portaritratti d’argento, sopra un bureau con una apertura rotonda, da dove si affacciavano in uno il nonno, con una faccia rotonda, due baffoni ed una giacca alla cacciatora e nell’altro la nonna. Il ritratto della nonna mostrava una donna ancora giovane, che a me sembrava bella, con occhi chiari ed una camicetta con il colletto ricamato. 50 Lui era architetto ed il suo cognome sembra derivasse dal fatto che un suo avo, secoli addietro, aveva posseduto un mulino di fagioli. Lei era la marchesa M. S. che, sposatasi a Fermo, aveva portato una dote con la quale mio nonno aveva costruito un grande villa a Porto San Giorgio. La sorella Sofia viveva con lei e le faceva da dama di compagnia. La villa era grande. Quando da piccoli ci andavamo per trascorrere alcuni mesi estivi, al mare, ho sentito dire che aveva quaranta stanze. Io non le ho mai contate. C’era un giardino sul davanti, con fiori, protetto da una inferriata molto alta. L’inferriata scomparve durante la seconda guerra mondiale…. era una notevole quantità di ferro! Nella parte opposta c’era un parco, costituito da una spianata di cemento, seguito da una grande fontana rotonda con pesci rossi, poi da un frutteto. Il tutto circondato da molti pini marittimi. Sulla spianata di cemento, nelle notti estive, diceva mio padre, si riunivano spesso alcuni parenti ed amici del nonno, ciascuno con il proprio strumento musicale e suonavano per ore ed ore. La spianata ed il frutteto erano divisi da una fila di oleandri, alcuni con fiori rossi, altri con fiori bianchi. Non bisognava mettersi in bocca le foglie, diceva mia madre. Erano velenose. Sopra il tetto c’era un parafulmine che, sotto la punta, aveva una pallina gialla, non più grande di una moneta. Era d’oro, mi dicevano. Ma la cosa più bella era il mare. In dieci minuti, camminando, si raggiungeva la spiaggia d’arena chiara, che degradava lentamente entrando nell’acqua. L’acqua trasparente faceva un lieve rumore arrivando a terra e disegnava una linea ondulata più scura che delimitava la sabbia asciutta. Bisognava percorrere 10-15 metri nell’acqua per arrivare al primo “scagno” e nel percorso la profondità massima non superava il metro ed il colore si faceva sempre più verde man mano che aumentava la profondità. Era il mare Adriatico. In quegli anni non si conosceva la parola “contaminazione”. Mio padre teneva particolarmente ad alcuni ricordi. Uno era il pellegrinaggio annuale di mia nonna a Loreto. Le pellegrine erano lei e sua sorella, ma erano giorni di festa in casa anche per il resto della famiglia. Bisognava preparare i bauli, molti cesti, prendere in affitto una carrozza da viaggio con i cavalli e poi gli addii e la partenza. Alla fine era un viaggio di pochi giorni. Poi c’erano le vacanze, quando già i figli più grandi frequentavano l’università. Ciascuno di loro arrivava alla villa con uno o Mi piaceMi piace
  2. Grazie a Marcello Fagioli per avere onorato e arricchito il mio blog con le sue testimonianze di emigrato. Ho letto i Ricordi con grande interesse, ammirando la scrittura fluida e precisa che mi trascinava di riga in riga ad apprendere sempre di più.
    Mi piacerebbe continuare a ricevere i Suoi commenti sui miei articoli.
    Lucia Sallustio

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  3. NUGAE I
    (riflessioni e ricordi di un vecchio emigrato)
    MARCELLO FAGIOLI

    Prima parte
    Homo insciens
    L’uomo chiamó se stesso homo sapiens, ma è stato troppo presuntuoso.
    In un dizionario latino leggo, sapiens: intelligente, ragionevole, prudente, saggio e, pensandolo bene, nessuno di questi termini si addice all’uomo, oggidí.
    Poi c’è l’altra definizione: re del creato. Ma se fino a qualche decennio fa non avevamo nemmeno un’idea dell’immenso universo che ci circonda e che le sonde spaziali non ci hanno ancora rivelato a sufficienza!
    Non è neppure il caso di parlare dell’atomo, che oggi sembra essere costituito da un numero tanto grande di particelle che Fermi, un grande della fisica moderna, non poté trattenersi dall’esclamare: se l’avessi immaginato mi sarei dedicato alla botanica , riferendosi all’enorme numero di specie vegetali.
    E sembra che il Creatore non avesse, neppure lui, molta stima delle nostre capacità. Ha dato all’uomo la ragione, ma non se ne è fidato per far funzionare l’organismo. Infatti gli apparati: respiratorio, circolatorio e tutti gli altri, che per milioni d’anni non abbiamo neppure sospettato che esistessero, sono autonomi.
    A me capita, quando sono solo, di dover riscaldare o cucinare qualche vivanda e spesso, se sto leggendo o facendo qualcosa che mi interessa veramente, me ne ricordo solo quando sento odore di bruciato.
    Cosa succederebbe se accadesse la stessa cosa con un apparato circolatorio, dipendente solo dalla mia volontà?
    “Al di là del bene e del male”
    La mia compagna mi ha lasciato, dopo cinquant’anni di vita in comune.
    La senilità può dar origine a malattie terribili, che portano alla perdita della capacità di vivere degnamente. Ma io volevo che lei stesse ancora accanto a me. E quindi continui ricoveri in clinica e una quantità incredibile di medicine. Gli orari di una vita normale sostituiti dalla necessità di assumere pastiglie ad intervalli costanti.
    È poi le necessità di alimentarla. Prima un sondino naso-faringeo, poi la sonda gastrica, completata dall’uso di una grossa siringa e l’istallazione di una guida centrale per l’idratazione mediante siero. E gli orari, la stanchezza crescente nei mesi successivi, il bisogno sempre presente di un sonno riparatore. È poi i medici sempre meno solleciti, dopo le prime visite, una volta resisi conto della gravità della malattia.
    Ma io la volevo accanto a me ancora per un po’ di tempo, sempre un po’ di tempo ancora. E, visto che non poteva parlare, volevo che almeno accennasse un sorriso. È pretendevo che le assistanti la facessero sorridere, anche se per poco. Era l’unico indizio che mi faceva pensare, che mi faceva sperare che fosse d’accordo con me, per vivere ancora un po’.
    E la lotta era continua, giorno dopo giorno. Lotta contro chi? Contro cosa?
    Lotta inutile. Però alcune volte lei sorrideva.
    Mi hanno scritto che ciò che si fà per amore è sempre al di là del bene e del male. Chissá perché si cita con tanta frequenza Nietzsche, quando i suoi scritti sono cosí pesanti da leggere. Ma i titoli dei suoi libri sono splendidi: La gaia scienza, Così parló Zaratustra, Il crepuscolo degli idoli, Ecce homo.
    Poesia, filosofia e speranza
    Si può scrivere ciò che si vuole ma alla fine dello scritto ci deve essere sempre accennata una speranza. Nessuno vuole leggere scritti che non suscitino speranza. Anche i romanzi gialli, con il morto, suscitano speranza, perché l’assassino è sempre punito.
    I canti di Leropardi sono poesia, pittura e musica, tutt’uno all’inizio, ma hanno sempre un finale amaro. Non c’è speranza.
    Croce scrisse che la categoria poesia è una cosa e la categoria filosofia un’altra e che Leopardi le ha confuse.
    Sarà… ma!
    Intelligenza è capire
    Sono passati piú di quattro milioni d’anni da quando l’ardipithecus ramidus visse in Etiopia e, forse, diede origine a discendenti che a loro volta diedero origine all’homo sapiens.Viene il mal di testa quando si cerca d’immaginare un tempo cosí lungo, ma tutto questo tempo è stato necessario per arrivare ad un umano con un po’ d’intelligenza e qualche sentimento, che lo differenzi da tutti gli altri animali
    Ma forse non è così.
    Alcuni anni fa camminavo fuori città per una passeggiata e, se possibile, per cacciare qualche animale con un fucile di piccolo calibro che portavo con me.Non incontrai selvaggina degna di questo nome. Solo alla fine, già sulla via del ritorno, due grossi uccelli volarono da un albero all’altro, sul bordo della strada.
    Quando sparai, uno dei due cadde al suolo. L’altro fuggi, volando sino all’albero seguente, lontano una decina di metri. A questo punto si voltò verso di me e cominciò a gridare. Sembrava che protestasse con tutto il fiato che aveva. E man mano che avanzavo lui volava sull’albero seguente, allontanandosi e gridando sempre piú forte. Era disperato.
    Non è questa intelligenza? Non è sentimento? Il povero uccello aveva capito che il suo compagno era morto e si ribellava e gridava. Era l’unica cosa che poteva fare. Non riesco a capire come Cartesio potesse affermare che il dolore, negli animali, non è vero dolore, ma solo un riflesso.
    Sono stati necessari milioni di anni per l’uomo e sicuramente anche per quell’uccello, per arrivare all’intelligenza. E milioni di anni sono tanto, tanto tempo.Le matematiche che si usano per studiare il comportamento di particelle molto, ma molto piccole, oltre certe dimensioni, sembrano indicare che il tempo si confonde, a questo punto, con lo spazio. Chissá cosa significa. Forse, in queste dimensioni , milioni di anni non sono poi tanto tempo. Arrivati a questo punto meglio non pensare.
    Io ho trascorso molto tempo della mia vita lavorativa a far calcoli con una calcolatrice manuale. Non c’era il PC ed ho passato altrettanto tempo a leggere. Ho osservato quanto appaiono semplici le cose che si sanno veramente. Tutto quanto è complicato e difficile da intendere ci dice che in realtà non conosciamo l’argomento. Sino a poco tempo fa si sorvolava su questo scrivendo in latino, per es.“vis vitalis” o “ipse dixit” o usando frasi fantasiose come “generazione spontanea”.
    Ai noistri giorni il trucco non funziona piú.
    Serenità
    H. Hesse ha scritto un piccolo libro che narra la vita di Siddharta, un eremita che si incontra con il Budda, l’illuminato. Questi promette insegnargli cos’è il dolore e come evitare il dolore, ma Siddharta, anche lui illuminato, gli risponde che lui non cerca questo.
    Lui cerca la verità.
    Poi Siddharta scopre la vita mondana, che abbandona per vivere nuovamente da eremita presso un fiume, in cerca della verità. È l’unica verità che scopre è l’unità. L’unità del fiume, con le sue sorgenti tra le montagne, le acque correnti verso le pianure, la foce.E lui intende che c’è una unità del tutto. Ogni cosa fà parte di un tutto e anche l’uomo fà parte di un tutto.
    Questa sembra essere la verità. Ma questa verità può dare la serenità ? L’uomo spera solo poter raggiungere la serenità. Ma è difficile.
    Recentemente, Teresa di Calcutta rassicurava le sue consorelle dicendo loro che lei viveva serena e fiduciosa. Ma le lettere che scriveva al suo vescovo, rese note dopo la sua morte, e che lei non riuscì a far bruciare mentre era in vita, rivelano disperazione.
    Perché Dio è silenzioso? E chiama Cristo “il grande assente”.
    Dubbi…sempre dubbi!
    Benedetto VI, visitando il campo di Auschwitz, ha esclamato: Signore… come hai potuto permettere questo?
    Non dubbi ora, ma rimprovero.
    Solo favole
    Tutti gli organismi sopravvivono per merito dell’apoptosi. Le cellule vecchie e difettose ricevono l’ordine di morire e vengono sostituite da cellule giovani e sane.
    L’organismo sopravvive , ma le singole cellule muoiono e sembrano non avere molta importanza. La stessa cosa avviene nell’ambito delle specie. La sopravvivenza degli individui sembra non avere importanza. È importante solo la sopravvivenza della specie. Ma poi, dopo un lungo tempo, anche le specie scompaiono.
    Allora cos’è importante veramente?
    La cellula, l’individuo, la specie sono parte di un tutto. Questo è importante. È questo che dice Siddharta? Se così, forse aveva ragione Budda ad insegnare cos’è il vero dolore e come evitarlo, perché è meglio evitarlo. Non possiamo far altro. E non si dovrebbe aver paura della morte e di un aldilà misterioso, che non è altro che il ritorno a quel tutto originario, che tanto spaventa l’uomo e forse anche ogni altro animale. È quello spavento ci induce ad accettare e dire di credere tante favole che , in fondo, sappiamo sono solo favole.
    Bellissime favole quelle che gli antichi ebrei scrissero nei loro libri. Ma poi vennero i profeti , si organizzò una chiesa e la buracrazia, e tutto divenne un incubo per la vita quotidiana degli uomini. Dominare e non dare spiegazioni e serenità, divenne il fine.
    “La cosa in sé”
    Sant’Agostino, vescovo d’Ippona, nel Nord’ Africa, era un kantiano ante litteram.
    Infatti mentre passeggiava sulla spiaggia, meditando sulla trinità, incontró un fanciullo che, con una conchiglia, secondo un quadro del Botticelli, raccoglieva acqua dal mare e la versava in un buco nella sabbia. Quando Agostino chiese cosa stesse facendo, rispose:
    -Voglio mettere il mare in questo buco.
    -È impossibile… esclamó Agostino.
    -E perché allora tu vuoi intendere il mistero della trinità? E il fanciullo scomparve.
    Anche Kant afferma l’impossibilità di conoscere la “cosa in sé”. Si puo conoscere solo come consentito dal modo di funzionare, dalla fisiologia del nostro cervello . Chissá quant’altre verità esistono nell’universo che noi non sappiamo, né possiamo immaginare. Un indizio ci è dato dalle radiazioni cosmiche che penetrano dappertutto, anche nelle rocce e che noi non sentiamo, né vediamo. Possiamo solo registrarle con apparati. E chissà quanti organi e quanti apparati ci mancano ancora per aver sentore di altre realtà. Che peccato non poter dormire per cent’anni e poi svegliarsi. Quante conoscenze nuove ci sarebbero!
    “Il vecchio…e la guerra civile”
    Oggi ho incontrato un conoscente. Un emigrato molto vecchio. Da giovane non era molto alto, ma ora è rimpicciolito. Ed ha saputo dire solo: Buon giorno! Come sta? È la salute? È pensare che era una testa matta, fuggito dall’Italia nell’immediato dopoguerra perché seguace di Mussolini durante la Repubblica di Salò. Molto giovane ed entusiasta del fascismo, lui e i suoi compagni. E quanto fervore, quanto amor di patria! Quanta ricerca d’avventure! Un vero guerriero. E che delusione, che dolore veder svanire i sogni, coltivati per tanti anni, d’un Duce guida, sempre vittorioso e d’una patria grande. Ora stava davanti a me, curvo e rimpicciolito, col passo esitante, incapace di sostenere una qualsiasi convesazione.
    Questo è ciò che aspetta l’uomo alla fine della vita. E non è neppure il finale peggiore.
    Gastronomia barbara
    Sul finire della guerra, la seconda guerra mondiale, le truppe americane occuparono Fabriano, nelle Marche e, tra le altre cose, si fecero carico dell’ospedale.
    Un giorno ero andato a trovar mio padre che lavorava nell’ospedale e, nei corridoi, vidi i carrelli nei quali venivano portati gli alimenti agli infermi. Che sorpresa! Nei piatti c’erano spaghetti, ma erano stracotti, come si poteva osservare guardando il loro spessore. Noi diciamo: colla per manifesti . E, a lato, una buona porzione di marmellata.
    Spaghetti con la marmellata! Una cosa inaudita, mai vista. Duemila anni di tradizioni culinarie stravolti tanto irresponsabilmente! Ebbero un bel dire, i medici, che gli infermi hanno bisogno di calorie e che…
    Per me, questa sí, era una cosa da eretici.
    Recentemente ho ascoltato che un sud-americano voleva mangiare la pizza con il pane e che, non essendocene in casa, uscí per andare a comprarne. Come è possibile, io dico! Credo che la scomunica debba contemplare questi casi e solo questi. Non gli altri.
    Pirandello
    Che voglia di vivere si ha quando si esce da una grave malattia!
    Anni fa, mi ammalai, mi internarono in una clinica, mi operarono. La guarigione fu lenta e difficoltosa. E un giorno la mia compagna portò una nipotina a visitarmi.
    -Povero nonno, come è mal ridotto! Prima aveva una casa grande ed ora questa è piccola. Non ha neppure la cucina…esclamò la bambina.
    Come cambia la realtà, cambiando il punto di vista. Per lei, importanti erano la casa grande e la cucina, non l’infermo, che stava meglio.
    Pirandello, che affermava questo, all’inizio del secolo scorso, merita una maggiore considerazione. Bisogna rileggere: Così è (se vi pare).
    Epigoni
    Bisognerebbe studiare i sentimenti dei discendenti degli italiani che vivono in Argentina.
    In alcuni casi si osservano grandi manifestazione d’amore per l’Italia. Altre volte un cupo risentimento, anche se raramente esteriorizzato.
    È vero, i loro padri, i loro nonni furono obbligati ad emigrare. Lasciarono miseria e trovarono duro lavoro, nei vasti campi argentini. Alcuni sono riusciti ad emergere, molti no. Solo dopo una o due generazioni i discendenti si sono sistemati con un impiego, una professione o con una terra agricola. Ed i vecchi ne erano orgogliosi. Mio figlio, il dottore, era una frase che s’ascoltava spesso. L’Italia aveva abbandonato gli emigrati. Loro s’erano fatti strada da soli, in una forma o nell’altra. E i loro figli e nipoti si erano sistemati degnamente.
    Ma figli e nipoti ricordano. E molti non amano che si rammenti loro l’origine…le radici. Dicono di capire quando si parla loro in italiano. Ma non è così. L’Italia, con i suoi millenni di civilizzazione, con la sua cultura irripetibile, che lascia stupefatti quando ci si avviciniamo ad essa, non ha saputo far sí che i suoi epigoni conservassero la lingua d’origine.
    “L’uomo, la bestia…ed il mantello”
    Noè, il patriarca, fu ben consigliato e piantò la vite. Fu mal consigliato e si ubriacò. Noè era solo, ubriaco e nudo come un verme, in una stanza. Due suoi figli presero un mantello e, camminando all’indietro per non vedere la nudità del genitore, lo raggiunsero e lo coprirono.
    Si ha l’impressione, leggendo il sacro testo, che il male consistesse nella nudità dell’uomo piú che nella ubriachezza. Forse il vestito era, a quei tempi, ciò che rendeva più manifesta la differenza tra l’uomo, anche lui un animale, e la bestia.
    Era l’evidenza della supremazia. Era l’evidenza dell’intelligenza.
    “Perch’i’ no spero…”
    Perch’i’ no spero di tornar giammai…
    Neanch’io spero di tornar giammai a vivere quei giorni lieti, sereni: come quando c’eri tu…
    Che differenza c’è tra un verso di Cavalcanti e quello di una canzone napoletana?
    Cinquecento anni, sí, ma la stessa malinconia, la stessa voglia di piangere.
    Fede ed economia
    Riscaldamento globale, chiamano le irregolarità atmosferiche che stanno minacciando il mondo. E hanno dato un premio Nobel a un politico che fà propaganda per risparmiare energia e diminuire, solo diminuire, l’inquinamento. Case ecologiche, utilizzazione del vento e del sole, cattura dell’anidride carbonica e del metano, conservazione dei residui vegetali in superficie e tanti altri accorgimenti. Anche la semina diretta, in agricoltura, serve.
    Non sarà questa una maniera di cambiare tutto, affinché tutto rimanga come prima, secondo una felice frase di Lampedusa?
    È nessuno sembra accorgersi che il vero problema, quello di fondo, è un altro. Gli uomini che abitano questo nostro mondo sono ormai troppi. Settemila milioni sono molti. È tutti vogliono viver bene e, per ottenere benessere, causano molti danni. Contaminano la terra, l’aria e l’acqua.
    Si può risparmiare energia e quindi petrolio, gas, carbone. Si può diminuire la contaminazione ma, in un prossimo futuro, aumenterà la popolazione. Aumenteranno i consumi, aumeterà di nuovo la contaminazione ed il problema sarà sempre piú grave
    È un circolo vizioso dal quale non si esce, se non si delimita bene la causa. Ma di questa causa si evita parlare, per motivi di fede e d’economia. Le principali fedi predicano la riproduzione, ora, come nei millenni trascorsi, quando il mondo doveva ancora essere popolato dall’uomo.
    Ed in economia ci si domanda come si potrà dar lavoro, aumentare le produzioni ed i profitti con una popolazione in diminuzione. Che bel dilemma!
    Ma le autorità deviano l’attenzione sul riscaldamento globale e sul risparmio del petrolio. Tutte cose che non limitano la crescita della popolazione mondiale e quindi dei consumi, e non infastidiscono le autorità religiose.
    C’è qualcosa, nelle leggi economiche attuali, che porta alla distruzione.
    Cavalieri dell’aria
    Hitler, un allievo di Mussolini, utilizzó la retorica ed il nazionalismo per ottenere il potere e porre ordine nel caos economico del dopoguerra, in Germania.
    Ma c’è un fatto che raramente viene ricordato. Verso la fine della prima guerra mondiale, quando già tutti erano convinti della sconfitta, l’esercito tedesco era demoralizzato. Per conservarne il contollo, il comando degli imperi centrali ebbe una grande idea. Scelse, tra i militari, persone capaci di parlare, capaci di convincere con il loro carisma. Diventati bravi retori, avrebbero dovuto sollevare l’animo dei soldati. E si insegnò loro la retorica che, nell’antica Grecia ed a Roma, aveva dato tanti buoni risultati.
    Ma tra loro c’era un certo Hitler che, dopo la disfatta, continuò ad ad arringare la gente, nelle piazze, nelle birrerie, nei bar. È la retorica ancora una volta diede risultati. Nacque un movimento, poi un partito che conquistò il potere. Seguì la guerra e la distruzione.
    Tra i primi aderenti al movimento di Hitler c’erano molti militari ed anche un certo Goering che era stato il secondo del barone rosso , von Richthofen, l’ eroe della nascente aviazione, che tutto il mondo ammirò ed ammira ancor oggi. Un cavaliere dell’aria che, dopo aver abbattuto un aereo nemico, scese a terra e brindò con il vinto, rimasto in vita. Ed anche Goering fu un eroe, accettato come tale nel partito nazista, non piú ammirato dopo la seconda guerra mondiale.
    Come è possibile che siffatti eroi cambino col tempo e le circostanze, sino a divenire nemici dell’umanità?

    Sono scritti diversi da “Ricordi di un emigrato….” La sua opinione sarebbe di gran valore per me. Grazie

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  4. Buongiorno, sono un’aspirante scrittrice (soprattutto di saggistica) e mi piacerebbe potermi iscrivere a questo blog per confrontarmi con gli altri autori e poter proporre anche la mia opera. E’ possibile?

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  5. Gent.ma Lucia Sallustio,
    ho trovato per caso questo suo blog con la bella recensione alla mia silloge “L’anima e il lago”, di cui la ringrazio molto per l’interpretazione empatica dei miei versi. Ho visto che ha indicato gli URL dei siti in cui è pubblicata on line, tra cui il mio blog “La Grotta delle Viole” (nel Gargano).

    http://www.literary.it/Autori/dati/busca_gernetti_giorgina/giorgina_busca_gernetti.html

    Questo è l’URL che porta direttamente alla mia Homepage in “Literary”, dove è pubblicata, insieme a tutte le altre, la sua acuta recensione.
    Grazie di nuovo, complimenti per la sua attività letteraria e cordiali saluti
    Giorgina Busca Gernetti

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