La linea dell’orizzonte


 

La linea dell’orizzonte

Aria. Ho bisogno di una boccata d’aria, su e giù per i corridoi della scuola. Questa volta mi metterò a pizzicare quei piagnoni, coccoloni di mamma che stanno sempre a lamentarsi con tutti, professori, vicepreside, Preside. E poi mi guardano con l’aria soddisfatta di chi l’ha avuta vinta. L’anno scorso i loro genitori sono arrivati perfino a denunciarmi ai Carabinieri e sono finito dritto al Tribunale dei Minori. Tanto, mica possono avere soddisfazione dai miei genitori, chi li vede mai. Eccolo là, Massimo. Ora mi diverto un poco. Gli metto lo sgambetto e lo faccio rotolare sulla ciccia, Merendina l’infame. Mi sta proprio antipatico, che ci posso fare, con quella faccia tonda e gonfia da plum-cake. Non faccio in tempo a farlo. Sento il passo pesante della Palmieri dietro di me. Non riesco nemmeno a nascondermi. “Nicolas, ancora in giro. Ma non se ne può più, sei un impunito!” Non le rispondo. Non mi va proprio di guardarla in faccia. Noiosa e basta. Non capisce che fermo non me ne so stare. Che sono un palo, io? Ancora di meno con lei che sta tutto il tempo della lezione a scrivere e cancellare numeri alla lavagna, finché non le viene il cappotto tutto a macchie bianche di gesso. Che vuole dimostrare? Boh, è che non l’ho mai capita. Se proprio devo dire, a me un poco piacciono le storie, quelle che racconta la prof di italiano. Quella un po’ simpatica mi sta. Anzi, una volta che le ho visto spuntare le lacrime dagli occhietti dolci nella faccia di bambolina, mi sono sentito quasi di piangere anch’io. Solo un momento però, io non piango mai, semmai mi arrabbio e spacco tutto, o mi fumo una sigaretta per farmela passare. Quando mi stanco di ascoltarla, lei cerca di tenermi in classe con i cruciverba. All’inizio non ci capivo niente e mi innervosivo ancora di più, ma la prof mi ha insegnato a riempirli prima in lungo e poi in largo. So che non si dice così, è per spiegarmi meglio. Con le parole faccio a botte. Preferisco il silenzio.

“In orizzontale e in verticale, si dice. Da orizzonte” mi ha spiegato con calma, “che è quella linea che si vede tra mare e cielo.” Quel giorno ho preso il treno, senza biglietto ovviamente. Me ne sono andato al mare, nel mio paese si vedono solo le montagne tutto intorno e mi sento soffocare. Alla fine l’ho visto, l’orizzonte. Ho stretto gli occhi per guardare meglio e, quando ho capito com’era fatto, ho aperto il quaderno dei compiti, che di compiti non ne ha nemmeno uno, e ho cominciato a disegnare per non scordarmelo più. Ogni tanto lo guardo, in quei giorni che sto nero con tutti. Chiudo gli occhi e mi sento più tranquillo dentro. Ecco perché ora i cruciverba mi piacciono di più. Penso all’orizzonte, al mare, al cielo, agli occhi azzurri e gentili della prof di italiano e al suo sorriso. È l’unica che mi sorride. In questi quattordici anni ho conosciuto solo occhiatacce, accuse, grida, parolacce e mazzate. Per questo quando i prof mi dicono che, prima o poi, mi butteranno fuori, io non mi spavento. Fuori ci sto da sempre. Nessuno me lo ha detto ma devo essere anche nato per strada.

Fuoco. Ieri mi hanno fatto innervosire e ho appiccato il fuoco. Ho versato il liquido dell’accendino sulla carta igienica nel bagno di scuola e con l’altro accendino le ho dato fuoco appena ho visto arrivare Carlo. Quello è entrato e ha iniziato a gridare per tutto il corridoio. Un fuggi fuggi di bidelli e professori. Che esagerazione! Tutti fifoni. Certe volte a scuola mi diverto. Soprattutto quando li faccio disperare. Me ne sto in un angolo del corridoio e me la rido. “Ti sbatto fuori!” Che novità! Dove credono che passi la giornata?

Terra. Stanotte ho dormito per terra, nei campi. A casa, ieri sera, non c’era nessuno. Sono tornato, dopo essermene stato in giro tutto il giorno. Ho giocato a pallone, mi sono mangiato le merendine  che avevo rubato dalle cartelle ieri mattina e il panino che mi ha dato Girolamo il salumiere. Anche lui mi sta un po’ simpatico. Solo un po’, io non mi fido di nessuno. Ho imparato a non affezionarmi alle persone, così non mi dispiace quando si comportano male con me o se ne vanno senza nemmeno avvisarmi. Da qualche tempo ho incominciato a giocare alle macchinette delle scommesse. Da quando è nato il fratellino c’è ancora meno da mangiare per me. Servono soldi per il latte in polvere, per le sue cose. Così mi guadagno qualche euro. Volevo dirlo a mia madre che il pane e il prosciutto li compravo io con i soldi miei. Sto diventando grande, quando mi misuro alla porta di casa, mi accorgo che sto crescendo dal segno che ho fatto sul muro con il coltellino che porto sempre in tasca. Zac, e lascio un bel segno. Mi vedono che ho il coltellino e mi lasciano in pace. Ora che sono grande, mi so difendere dalle mazzate. Magari le do io. Ieri sera mamma non c’era e me ne sono andato. “Meglio fuori che dentro” ha detto il compagno di mia madre, una volta. Ma lui esce ed entra dalla prigione, lo capisco pure. Ora, per esempio, sta dentro ed è meglio così. Questo non riesco proprio a chiamarlo papà. Mio padre vero non so nemmeno chi sia. Ogni tanto ne spunta uno nuovo. Da piccolo mia madre mi faceva chiamare papà tutti gli uomini che passavano di casa e vi rimanevano per più tempo. Dopo un po’ se ne andavano portandosi via quel poco che mia madre aveva nel cassetto della camera da letto. Di loro rimaneva solo il ricordo di qualche episodio amaro, le mazzate a me e a mia madre, le sirene dei Carabinieri sotto casa, le urla sporche di rabbia di qualche donna lasciata. Il papà al quale ho voluto più bene, il più gentile verso noi due e mio fratello, è stato trovato morto ai margini di una campagna. Investito, ci hanno detto. Ma a me rimane il sospetto che sia stato ammazzato. Chissà se era lui mio padre. È stato bello dormire per terra, faccia all’insù a guardare il cielo nero nero che ogni tanto s’accendeva e tremava in un punto. Pure lui aveva paura di me. E a furia di guardare, non so come, mi sono addormentato. Quando mi sono svegliato, stamattina, mi sono trovato stretto ad un cagnolino che mi teneva caldo. Deve essere vecchio e stanco, ha qualche pelo bianco e zoppicava quando ci siamo messi a correre. Avevo un’altra merendina in tasca e gli ho dato un boccone. Un po’ a me e un po’ a lui. Ha occhi da lupo, grigi e stretti come i miei. Ora ho capito che, quando guardo gli altri, devo fare il cattivo. Devono capire che se continuano a sgridarmi io li azzanno, come un lupo.

Acqua. “Eccolo qua, Nicolas. Ha ancora le mani bagnate. Non ho mai avuto dubbi che fosse lui il colpevole.” “Che succede, signora Anna?” “Ha riempito di carte il lavandino del bagno, ha aperto il rubinetto e ora è tutto allagato. Vado a chiamare la Preside! Questa volta lo sbattiamo fuori davvero! Gli mandiamo subito i servizi sociali.” “Dove?” chiedo. E sono sincero. “A casa tua, dove vuoi che li mandiamo?” Rido, rido, rido a crepapelle e mi tengo la pancia che fino a qualche minuto fa brontolava, visto che ho dato l’ultima merendina al cane stamattina. Magari lo facessero. Vorrebbe dire che avrei anch’io una casa con una madre che mi aspetta, mi fa da mangiare, mi aiuta a fare i compiti, mi compra le merendine e un padre che prima mi sgrida e poi mi porta allo stadio come il padre di Mauro o gioca con me al biliardino come quello di Gabriele. Intorno a me tutti gridano, vedo le loro facce scure che mi guardano cattive. Mi metto le mani sulle orecchie per non sentirli. Non m’importa niente di quello che mi faranno. Chiudo anche gli occhi e vedo la faccia pallida di mia madre con i capelli gialli di paglia. La vedo piccola e fragile, attorniata di uomini minacciosi. Cerco tra di loro il mio papà, quello vero che mi venga a tirare fuori dai guai. Vedo una sagoma lontana, alla linea dell’orizzonte. “Papà” grido. Ho il naso che cola e il viso bagnato. Sto piangendo. Di più. Mi sto allagando di pianto come il bagno della scuola.

di Lucia Sallustio (nell’antologia BANGLANEPALOVE- Wip EDIZIONI Dicembre 2015-di A.A.V.V.

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