Undiciparole titolo 2 al ritmo do Samba


E siamo al secondo titolo della collana Undiciparole di PerroneLab con “Capace d’intendere e di volare“, un’antologia di 19 racconti sul difficile tema della crescita e della formazione individuale attraverso tappe dolorose, errori, ribellioni, sofferenze, recidività fino alla svolta della maturità alla quale non si perviene allo stesso modo o negli stessi tempi. Bellissima la copertina preparata per noi dalla splendida illustratrice Tiziana d’Este, con l’ossimoro della pesantezza del corpo zavorra contro la leggerezza del volo che la figura femminile, acrobata equilibrista, sta spiccando sotto l’ombrello che farà da parachute nel momento dell’inevitabile caduta.  Non si tratta “tout court” di storie di adolescenti  ma storie per tutti,  ideali per i “Peter Pan” con la paura di diventare grandi. Strano, questa volta, il titolo del mio racconto “Tra lui e Nutella“, storia di un’adolescenza complicata scontata con l’anoressia, dove la protagonista, che tende a isolarsi nel suo mondo, scoprirà chattando in rete i veri affetti e i valori che danno motivazione alla sua esistenza.

La prima presentazione ufficiale dell’antologia si terrà stasera giovedì 30 settembre a Roma alle ore 19.00 al Beba do Samba in via dei Messapi 8.

di Lucia Sallustio

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Ancora su “A perfect Day” a scuola Holden- Parte terza- La scrittura come ascolto della voce interiore


ore 14,45 Milena Agus ovvero Alice nel paese delle Meraviglie.
E’ questa la lezione – o meglio la non-lezione come più volte dice lei stessa- che più mi riconcilia col mio senso della scrittura e mi fa capire finalmente perché sono qui. Sono qui in fondo per capire se ho qualcosa in comune con gli altri quando mi affaccio sulla pagina bianca – rectius sulla tastiera- e cerco di capire perché scrivo, perché voglio scrivere. La Agus è una persona dolce e timida che emana però un entusiasmo incontenibile per questa nostra passione. Perché per lei è soprattutto passione, qualcosa che la fa stare meglio, l’unica cosa che riesce a fare bene nella vita- dice lei- poiché è una frana in tutte le cose che convenzionalmente devono essere fatte bene (guidare, cucinare, insegnare). E’ la sua rivincita ed è anche il suo modo di spiegare quello che a suo dire non sa affatto capire: dice di non capire molte cose del mondo, del mondo degli adulti, del mondo con le sue regole e prassi dai perché misteriosi, dunque lo guarda e lo descrive con la sua voce interiore che è quella di una giovane o di un’adolescente (i personaggi dei suoi romanzi). Ma capirete che la cosa che più mi ha abbagliata è stato l’esordio : ‘ io sono un caso anomalo. Non so perché mi abbiano chiamato qui come scrittrice perché io non amo qualificarmi tale. Sono anomala perché ho pubblicato per la prima volta a 45 anni, continuo a fare il mio lavoro – insegno in una scuola – e quello che voglio dirvi soprattutto è quello che significa per me la scrittura’. Capirete che ci sono alcune assonanze con la mia vita che finiscono col diventare una serie di straordinarie coincidenze quando lei continua col dire che scrive perché la fa stare meglio, che non bisogna scrivere per pubblicare ma conservare la sana e incoercibile spinta verso l’espressione di quella che è la nostra ‘voce’ interiore e che quando si è trovata questa ‘voce’ allora tutto viene fuori da sé, che il proprio lavoro, il romanzo, è po’ come un figlio che avrà la sua propria vita e non dobbiamo avere troppe aspettative su di lui perché i romanzi come i figli non sono nostri ma sono per il mondo. Mi riconosco persino quando parla del rapporto con i personaggi: anche lei come me li conosce benissimo, sono vivi e veri in questo mondo parallelo che è il nostro romanzo e quando finiamo di scriverlo sappiamo da un lato che dovremo lasciarli andar via ma anche che in realtà per noi sono come persone care che non dimenticheremo mai. Ed io che pensavo di essere matta! Non vi sembra una visione alla Alice?
Concludo che se quelle sensazioni che conosco così bene producono letteratura, forse sono sulla strada giusta. Perché è per questo che sono qui, per trovare la strada.
La parte tecnica della lezione è sulle lezioni americane di Calvino che lei rende molto bene col suo dolce sorriso: parla di leggerezza intesa come togliere peso alle cose pesanti e dare peso alle cose leggere: questo bilanciamento suscita il sorriso nel lettore che in quello attento non è appunto risata ma solo sorriso perché il senso profondo delle cose è già lì in quel contrasto. Adesso voi penserete che io ho letto tutto della Agus: non è vero, non ho letto nulla di lei ma c’è da scommettere che al rientro mi fiondo in libreria.
Anche il commiato è dolce e sincero: mi sembra di aver trovato una persona vera in questo mondo di egocentrici e quando le porgo il mio romanzo mi sembra di fare cosa buona e giusta. Esco dalla stanza domandandomi se sia più grande chi firma autografi e fa lezioni pompose o chi si metta a nudo – e credetemi era sincera- davanti al suo pubblico: la risposta forse è nella differenza di genere – intendo proprio il maschile e femminile- che si riflette nella visione del mondo. Nel corridoio non vorremmo farla andare via, rubiamo un ultimo sorriso, un ultimo consiglio da questa donnina dolce e timida che sembra la mamma di tutte le scrittrici. Ma devo correre, stanno per chiudere la porta dell’ultima lezione, quella con Giordano e dopo la Agus, chissà perché, che un brillante ragazzo sotto i trenta possa insegnarmi qualcosa mi pare veramente molto strano. Ma di questo più in là.

scritto da Dirce Scarpello (autrice del romanzo “Angulus Ridet”- Perrone Lab luglio 2010) il 29/09/2010

“A Perfect day”- Parte seconda- Il genere noir


Dirce ama la suspense, evidentemente, ci tiene sulla corda, ci propina con lentezza le sue impressioni, le sensazioni provate sabato 25 settembre alla scuola Holden di Torino, quasi volesse distanziarsi da loro, farle sedimentare prima di relazionare, evitare di fare confusione per dire tutto e troppo in fretta. Intanto godiamoci questo secondo post molto intrigante sul genere noir.

ORE 11 AULA 1
Lucarelli è inquietante, esattamente come in TV. Scerbanenco l’autore prescelto. Ammetto che sono una lettrice distratta e occasionale dei noir. Ma con Lucarelli mi si apre tutto un mondo. Innanzitutto capisco che il genere noir si presta a raccontare proprio come tutti gli altri generi letterari, qualcosa sulla natura dell’uomo. Quando l’investigatore è sul collo dell’assassino quasi mai nel noir potrà infierire su di esso perché si spalanca l’altro e ben più affascinante mistero: cosa ha scatenato l’omicida, qual è stato l’evento o chi è il responsabile psicologico a monte, chi ha dato la stura, insomma, al magma criminale che covava nel petto del colpevole? E poi il tratto inquietante. Dopo divagazioni tecniche piuttosto semplici – se c’è un arma deve sparare, se viene descritto qualcosa deve avere un senso nell’economia del romanzo, l’incipit di un romanzo giallo-noir deve dare subito alcune informazioni essenziali- passiamo alle citazioni dei dossier americani sulle carceri di massima sicurezza, quelle dove si tortura, insomma (di cui per un meccanismo di rimozione, credo, io non so – e non voglio saperlo- neppure il nome) e Lucarelli candidamente dice che lo scrittore di noir deve torturare il lettore. Deve confonderlo, dargli degli indizi e poi delle smentite fino al punto di fargli perdere la cognizione di chi sia e dove si trovi proprio come si fa ai torturati. Ed è solo dopo aver portato fino allo spasimo questo meccanismo che l’autore può dare al lettore la sua sedia comoda: il lettore crollerà e sarà disposto a fare ciò che vuole lo scrittore.
E no, non ci siamo. Due che parlano della sedia. Mi guardo intorno – l’aula 1 dove siamo con Lucarelli è poco più che una stanza, la cattedra è un banco un po’ più grande col piano in truciolare – neppure la misera fòrmica dei tempi miei- e le sedie- quelle si- sono dei tempi in cui andavo a scuola io. Direi che in una struttura di tale fama mi sarei aspettata per lo meno una sedia con braccioli e un tavolino orientabile ma penso che lo stile sia volutamente bohemien, giusto per non dare l’idea che la scrittura sia una roba da ricchi o che dà ricchezza ( ed è vero sicuramente per noi che siamo lì da discenti).
Lucarelli conclude che se non siamo disposti ad essere cattivi e ad usare metodi da CIA è meglio che non ci mettiamo a scrivere noir ed io concludo che, se mai lo farò, avrò in mente quelle due o tre persone che nella vita me l’hanno proprio fatta sporca e – quelle si- me le torturerò per benino.
Sul catering dell’ora di pranzo nello spazione stendo un velo pietoso: ho apprezzato solo il tomino e un grignolino frizzantino rosso eppure io sono di bocca buona. Mi faccio autografare anch’io la mia copia di ‘Seta’ e temerariamente consegno il mio romanzo a Baricco: so che al massimo gli sarà utile per pareggiare una cattedra traballante- e visti gli arredi svolgerà egregiamente la sua funzione – eppure a 45 anni non mi vergogno più di niente, è il mio modo di dire che esisto.
Sono fiduciosa e spero che il meglio debba ancora venire ed infatti nell’aula 3 mi aspetta la lezione con Milena Agus: per raccontarvi questa esperienza ho bisogno di prendermi un po’ di tempo, soprattutto per digerire il tomino( e Baricco).

scritto da Dirce Scarpello il 27/09/2010

“A perfect day” a scuola Holden. C’é chi può…


La mia amica Dirce Scarpello, autrice del romanzo “Angulus ridet” edito da Giulio perrone Editore, divisione Lab, che per inciso vi consiglio vivamente di leggere e possibilmente commentare anche in questo blog, é stata ieri sabato 25 settembre, 2010 alla mitica Scuola Holden di Torino. Ho condiviso sul forum di undiciparole e per telefono la sua gioia dopo avere ricevuto la comunicazione che il suo scritto era stato selezionato nell’ambito del concorso “A perfect day” e che il premio consisteva nella fruizione di un breve corso di scrittura tenuto da grossi nomi della letteratura contemporanea, tra i quali, oltre lo stesso Baricco, Carlo Lucarelli, Milena Agus e Paolo Giordano. Wow, che forza che sei! le ho detto subito. E lei, appena ritornata, ha regalato  un resoconto che riporterò in vari post successivi a quelli che, come noi, sognano un giorno di poter mettere piede nello “spazione Holden“. Durante le lezioni Dirce e un altro centinaio di autori selezionati come lei ha potuto conversare e apprendere le tecniche della narrativa da scrittori professionisti che tutti noi amiamo e che sono in grado di catturare la nostra attenzione, nutrire la nostra mente, sollazzare la nostra anima, farci ridere e piangere con personaggi di fantasia che ci immaginiamo amici o nemici, per i quali trepidiamo, con i quali solidarizziamo, mentre ce ne stiamo  comodamente  spaparanzati sul sofa o nel letto di casa nei lunghi inverni, seduti in un giardinetto durante la pausa pranzo o costretti dagli spostamenti di lavoro nell’esiguo spazio di un  treno o di un  aereo.

di Lucia Sallustio

Eccomi! Resoconto limitato alla stretta attività scolastica(non ho partecipato al party perchè sono dovuta part(y)ire prima!)
1° Re Baricco nello ‘Spazione’
A Torino c’ero stata una volta, 20 anni fa. Un concorso in banca, 800 selezionati in tutta Italia. Non superai la selezione. Forse perché a 25 anni ero già sposata. Insomma ero un cavallo vecchio anche quando ero giovane.
Naturalmente il 24 settembre 2010, venerdì ore 22,00 l’aereo atterra in una Torino in cui deve aver piovuto tutto il giorno. Ma il tempo è clemente per me, smette. Prendo l’autobus per il centro: passo gradatamente da casermoni diversi da quelli del CEP di Bari solo per il tetto spiovente, che mi ricorda che qui d’inverno fa – ho detto volutamente fa e non vien giù come direbbero al nord- la neve, a case via via più decenti anche se ho seguito strade di cemento e ponti e rotaie che si sono intersecate in mille modi, mi sono passate di lato, in testa nel loro grigiore, nei loro metri cubi di cemento vecchio e a tratti anche sgretolato. La sensazione man mano che si avvicina al centro è che ci si trovi per lente, impercettibili modifiche dal più grigio squallore allo sfarzo architettonico più estremo. Non è così i tutte le grandi città, per lo meno in quelle che ho visitato finora. Tutto comunque è dilatato, i viali sono larghi più di un’autostrada e si allineano in corsie di cui non saprei dire il senso giusto se non dopo che il pullman le ha imboccate. Meno male che non ho preso l’auto a noleggio.
Arrivo finalmente nelle vie del centro e quella sensazione di dilatazione se è possibile è ancora maggiore: ritrovo i grandi viali che sono tutti un susseguirsi di porticati, che è l’unica cosa che mi ricordo di venti anni fa. Osservo i grandi palazzi asburgici con i mille balconi dalle colonnine in pietra, come palchi affacciati su uno spettacolo teatrale e immagino le sfilate di eserciti reali, file di cavalli bianchi con ufficiali in uniforme da parata e carrozze con i reali che salutano il popolo ai lati e degnano di appena accennati e contenuti gesti di riconoscimento i nobili che li osservano proprio da quei palchi. Forse perché è tardi e, a parte i ragazzi con i giubbotti di pelle nera e le borchie nei bar e qualche frequentatore dei mac donald, non c’è nessuno, posso immaginare di tornare indietro nel tempo. Magari domani il caos sarà totale e mi sembrerà strano di aver immaginato quei fantasmi aleggiare su quei balconi e per quei viali. Comunque l’albergo è vicinissimo alla scuola; forse non avrò neppure il tempo di accorgermi della città intorno e sarò nel luogo che ho un po’ mitizzato negli ultimi tre anni almeno. Magari sarà una delusione: mi capita spesso ma ciò è dovuto alla mia fervida fantasia e alla voglia di straordinario che mi condisce la vita.
Mi sveglio in una Torino assolata. Penso che ho portato io il sole qui, prevedeva pioggia. Invece piove giù, mi sono sentita con i miei. Il vialone , Corso Dante Alighieri, è austero e semideserto alle 8,30 ma è un sabato penso che sia normale. Riconosco che lì deve esserci la Holden – strano meccanismo per cui ormai saltando la parola ‘scuola’ il giovane personaggio ribelle ha cambiato il genere – da una piccola folla che si accalca nei pressi di un portone di un palazzo antico – pur non essendo pieno centro la maggior parte dei palazzi qui sono fine Ottocento, credo – e penso, chissà perché, al Grande Fratello. No, non quello letterario che pure mi è tanto e terribilmente caro, ma proprio all’insulso – è politicamente corretto dire così? – reality televisivo. Da lontano mi immagino gente desiderosa di apparire, di conquistare il suo quarto d’ora di gloria, giovani talentuosi vestiti da dandy e magari bei culetti dotati di cervello che vengono qui soprattutto per il party di stasera. Insomma con i miei 45 anni e i miei – per fortuna adesso meno- chili di troppo , mi ritroverò nuovamente fuori posto. Niente di più sbagliato. Comincio a distinguere teste indubbiamente canute, fisici nella norma e fuori forma. Ci sono i giovani e meno giovani, amici virtuali dei vari forum che frequento che mi hanno addirittura aspettato nell’atrio – cara Lita e Maria Alberta – e poi ne riconosco altri, o meglio loro riconoscono me per via del nome – ogni tanto avere questo nome così strano mi aiuta- che pronuncio all’ingresso.
Eccoci nello ‘Spazione’ che poi ci ospiterà nella pausa pranzo, praticamente un salone doppio con affaccio sul Corso, l’unica aula grande dove la cattedra è leggermente rialzata su una pedana( e non potete impedirmi di pensare a che cifra di affitto chiderei se fossi il proprietario).
E adesso se siete stati attenti avrete capito il senso della prima lezione che ho seguito. Baricco. Che parlava di Faulkner. Ammetto la mia ignoranza, autore – anzi genio letterario a suo dire- che non avevo ancora mai letto, pur collocandolo vagamente nella migliore letteratura americana di questo secolo. Pardon, del secolo scorso, non mi abituo mai al fatto che siamo ben oltre il 2000 e che quelli che ci accingiamo a vivere sono i nuovi anni venti. Baricco, anzi Faulkner che precipita parole, frasi interi periodi in lunghe parentesi tra due trattini , senza apparentemente farti capire i soggetti, o per lo meno mettendone molti in gioco, parlando della iniziazione alla vita di un giovane ragazzo americano degli anni ’50 attraverso una battuta di caccia al mitico orso della sua regione, che non è un orso ma è l’Orso, la Natura che l’Uomo vanamente tenta di dominare e mai ci riuscirà.
Ho reso l’idea? Comincio a pensare che i miei periodi non siano poi troppo lunghi. Ma certo io non sono un genio letterario. Non ho i colpi di maestria di chi inserisce quella frase breve ma efficace, che ti fa fare il punto della situazione e ti riporta giù dall’ottovolante del fluire letterario. Baricco comincia a parlare del rapporto tra la complessità e la bellezza dicendo come non sia così scontato che la complessità, la fatica, l’astrusità siano necessariamente indice di oggettiva superiorità culturale di un lavoro, presunzione quest’ultima che ahimè – poiché sono grossomodo sua coetanea- riconosco essermi stata inculcata a suo tempo nelle pieghe della mia formazione scolastica. Direi che oggi, al contrario, si tende un po’ troppo a semplificare, per i miei gusti, si indugia sulla crudezza e sulla nudità della realtà più che svelarne il sotteso. Ma sto divagando, queste sono le mie opinioni, Baricco non c’entra. Lavoriamo per un’ora e mezza vivisezionando porzioni di testo da cui desumiamo che anche persone brillanti e illuminate – Baricco cita Scurati – liquiderebbero quel testo come un po’ capotico e alla lunga illeggibile, dopo aver capito già dalle prime righe che questo suo altalenare tra linguaggio quasi biblico per la grande quantità di simbologie estreme che inserisce – estreme nel senso di assolute,che non lasciano margini all’umana imperfezione, dove la caccia è la Caccia, l’ orso è l’Orso e la Caccia è l’Umanità e l’Orso è la Natura –crea un tale fastidio nel lettore che il paragone con la sedia scomoda è calzante. E mo’ che centra la sedia, direte voi? C’entra, c’entra. Lo scrittore deve portare il lettore nei suoi luoghi: lo scrittore normale lo fa sedere comodo – al di là di metafora gli dà tutta una serie di riferimenti idonei per fargli seguire la storia che dovrà raccontare- e poi comincia la narrazione. Può anche portare il lettore sulle montagne russe ma sarà saldamente e comodamente assicurato al suo seggiolino. Faulkner no, lo fa sedere su uno gabellino scomodo e stretto che già traballa prima di cominciare. Ma il fascino di Faulkner per uno scrittore , a detta di Baricco, sta in una sfida: lo scrittore è, secondo Baricco, un artigiano non solo della parola ma anche della materia più complessivamente intesa della narrazione e lui – Baricco dico – si ritiene un buon artigiano che ha bisogno però almeno di dodici viti perché il suo manufatto stia in piedi ed è colto da ammirazione profonda – una punta di invidia direi- per quell’artigiano di Faulkner che lo sa creare con solo due viti. E adesso avrete capito perché sto usando molti più incisi del dovuto. Io ci metto anche il super attack.
Concludo che Faulkner non è in cima alla mia lista di letture formative per il prossimo anno, diciamo.
Quel piacione di Baricco ha finito la lezione: eccolo a firmare autografi, a fingere di interessarsi ai nostri esordi, a continuare a parlare con quella sua voce suadente e affascinante nonostante la zeppola.
Sentendomi al contempo colta da un senso di abissale ignoranza – perché in pratica non sapevo chi è Faulkner – e risollevata nel comprendere che anche se non ho seguito un corso convenzionale di studi potrei diventare comunque una brava ‘artigiana’ – mi domando se al femminile funzioni- attraverso un mio percorso personale, mi dirigo verso l’aula 1 dove sta per cominciare la lezione di Lucarelli.
Ma di questo vi dirò poi.

scritto da Dirce Scarpello, autrice di “Angulus Ridet”, PerroneLAB,  luglio 2010

Sempre sui personaggi: la maestra di ricamo


Continuando a discutere sui personaggi di un romanzo, ve ne propongo uno che s’inserisce in un’opera ancora in corso di scrittura. Non vi dico se questa donna é protagonista, antagonista o solo uno dei tanti personaggi nell’affresco della storia,  dico solo che si chiama Angelina.  Il resto lo lascio a voi, ai vostri commenti che non vedo l’ora di leggere, alla vostra condivisione di ricordi o soltanto di fatti narrati da testimoni veri e non ancora trasfigurati da amnesia sostenuta dalla fantasia.

A scuola di ricamo

Salirono in silenzio la stradina e, quando furono arrivate, Lisetta bussò. Scambiò qualche frettoloso convenevole con la cugina, rivolse a sua figlia uno sguardo che accennava ad un’altra sequela di raccomandazioni, salutò e se ne andò senza una parola di più. Un leggero senso di colpa le velava lo sguardo. Nello stanzone allungato e rischiarato da una finestra che filtrava la luce con avarizia, la maestra aveva schierato cinque file di sedie, cinque posti per fila. Nel giro di poco tempo le poche sedie vuote si riempirono. Le giovani ritardatarie si affrettavano con il capo chino, timorose della maestra. Le fu assegnato il terzo posto in prima fila. Era il primo giorno di lezione e Angelina voleva tenerla sott’occhio. Restava solo un posto vuoto. Angelina si sedette di fronte alle allieve con il cerchietto in mano, come una matrona. Era una donna di mezza età, con capelli crespi alzati in una crocchia voluminosa da nobildonna, ma scomposta come se si fosse appena alzata da letto. Da un grosso neo sulla guancia si allungava un pelo lungo. Aveva un volto sgradevole, non brutto ma popolano e grossolano, nonostante le arie da gran signora, con  occhi piccoli, torvi e cattivi e una fitta peluria sul labbro superiore. Infilava l’ago sottile nel lino e le guardava da sopra gli occhialini appoggiati sul naso. Bussarono alla porta. Entrò una bambinetta gracile con un vestito corto e stretto che le lasciava scoperte le ginocchia, due bozzi sulle gambe ossute. La maestra le lanciò un’occhiataccia di odio.  Fermò l’ago nella stoffa, posò il cerchietto sul tavolino e rimase seduta impettita. Poi si alzò e girò tra loro. All’improvviso, nel silenzio della stanza, si udì lo schiocco veloce di una mano sulle ossa di un viso. Sussultarono, ma nessuna smise di ricamare, come se non fosse successo nulla di grave. Era sbigottita per la ferocia della maestra e l’indifferenza delle altre.

“Tu, abbassa lo sguardo” le disse la maestra. Aveva pronunciato  queste parole con la forza di un Dio giustiziere, poi la vide, di sottecchi, che si  sistemava la pettorina del vestito e si ridava il contegno di nobildonna sprezzante.

di Lucia Sallustio

Poetare é d’Amore: quando la cultura sposa iniziative umanitarie


Fino al 7 ottobre sarà possibile partecipare alla III edizione del premio letterario “Poetare é d’Amore” nella sezione A: poesie d’amore o nella sezione B: poesie a tema libero. Sono particolarmente legata a questo premio, non solo perché negli anni precedenti ho ottenuto ottimi riconoscimenti collocandomi al 3° posto con la silloge poetica “E ti torce, l’Amore” e lo scorso anno al 1° posto della sezione narrativa con il racconto “Qualcosa da dichiarare“, ma soprattutto perché l’Associazione mette in vendita le Raccolte Antologiche con offerta libera e devolve l’intero incasso al Villaggio dei Bambini di Adwa, Etiopia, con tanto di fotocopia della ricevuta di versamento pubblicata nel suo sito.

Per chi è interessato a partecipare, può trovare il bando cliccando sul seguente link:.http://poetaredamore3.blogspot.com

30R Bavaglio: il tema di settembre di Trentarighe della Fernandel


R COME RUMENA

Arlind, amore. Era stata l’ultima volta che l’aveva chiamato così. Immagini confuse le scorrevano davanti agli occhi e suoni, parole, discorsi smozzicati. L’uomo l’aveva trascinata nel camion, scaraventandola sul lettino nell’abitacolo dietro le merci. L’aveva immobilizzata, mentre lei urlava e pregava che non facessero del male, a lui. Poi l’odore di cloroformio, saliva dalla bocca imbavagliata, e le voci sempre più alte e concitate. Parlavano di soldi, litigavano. Parlavano di lei come fosse bestia da macello, carne fresca venduta a peso. Venduta. Arlind l’aveva venduta al camionista. Altro che amore. Fu rabbia e odio e desiderio di vendetta. L’avrebbe ammazzato, avrebbe vissuto per questo.

Era rimasta svenuta per chissà quanto tempo, aveva il formicolio alle gambe e l’anca anchilosata dalla posizione obbligata. La sete era forte e la nausea si mescolava al dolore per le ferite nella carne sfregata dalla corda. Dondolava il camion, ora. Dondolava come su una superficie d’acqua, su un tappeto di onde. Il dolore al fianco era lancinante, acuito dalla consapevolezza che non era un incubo e dalla nausea del tradimento. Venduta, altro che contratto da modella sulle passerelle italiane! Sollevò il capo, per quanto le riusciva di farlo. Un braccialetto di gomma le cingeva il polso destro: 30R, lesse a malapena. Che voleva dire? R stava certamente per la sua nazionalità, Rumena, e 30? Le avevano dato un numero, proprio come alle bestie? Non riuscì a trattenere il conato. Vomitò. Il bavaglio impedì la fuorisciuta del liquido pastoso misto a bile. Aveva la bocca di vomito, la fascia imbevuta di acido le irritava il viso. Voleva scalciare, gridare, farsi aiutare. Ma non l’avrebbe potuta sentire nessuno, nemmeno Dio.

di Lucia Sallustio

Racconto menzionato da Michele Governatori con il seguente commento:Il bavaglio in senso fisico, e drammatico, a guardar bene c’è però in R come rumena di Lucia Sallustio“. Non é il racconto vincitore, ma se non altro tono e sviluppo del tema erano centrati.  Trentarighe continua per l’edizione di novembre con il nuovo tema: Automa. Ci penserò su e vedremo cosa ne verrà fuori.

LETTURE SUL PONTE


Meraviglioso passeggiare lungo i ponti di una nave da crociera,  sotto il sole di fine luglio, con una brezza che ti accarezza lieve in un momento in cui puoi pure scompigliarti i capelli, tanto  ognuno pensa a godersi i suoi attimi di felicità, spaparanzato sulla sdraio dopo l’escursione del mattino o a godersi la pennichella pomeridiana dopo il fin troppo lauto pranzo. E, ignorata, potere sbirciare tra le letture dei passeggeri, senza destare fastidio né sembrare la solita maleducata che si legge il giornale di altri recandosi al lavoro, sul treno.

Soddisfare, così, giorno dopo giorno una legittima curiosità, capire i gusti della gente, quali sono i generi più letti, desumere statistiche artigianali senza pretese di oggettività.  Siamo in vacanza, dopotutto! E riscontrare che ci sono differenze anche tra preferenze degli italiani e quelle dei lettori stranieri. Non aggiungerò altro, per il momento.  Traete le vostre conclusioni, senza severità. E’ solo un piccolo campione raccolto nell’arco di una troppo breve settimana di relax.

– Michey Spillone- Tre romanzi di Mike Hammer

– Fruttero Lucentini- L’amore senza fissa dimora

– Marcialis- Spartaco

– Marie Ndiaye- Trois femmes puissantes- prix Goncourt 2010- Gallimard

-Nicole Klauss- La storia dell’amore

– Connie Palmer- Luzifer

– Robert Ludlum- Le trahison Prométhée

– Robert Ludlum- Der Tristan-Betrug

-Bruno Vespa- Donne di cuori

– Carlos Ruiz Zafon- The shadow of the wind

– Marc Levy- Children of freedom

– Suzanne Collins- Die Tribute von Panem

– Katherine Pancol- Kiss me

– Filastrocche illustrate per bambini ( non sono riuscita a leggere l’autore o gli autori)

Ed io, cosa mi sono portata in valigia da leggere sotto il sole? La prossima volta sbirciate voi le mie letture, non c’é niente di male.  Ora sto cercando molti dei testi nella lista di sopra, il book-crossing ha sempre un grande potere sui lettori!

di Lucia Sallustio